L’assenza e l’inefficienza dello Stato nel Lazio sul piano della lotta alle mafie.

Aveva ragione Falcone quando diceva che… la mafia va combattuta soprattutto a Roma e non solo a Palermo, a Napoli, a Reggio Calabria o altrove!

Parliamo del Lazio, per ora.

Il 13 marzo 1996 il pentito di camorra Carmine Schiavone, cassiere dei Casalesi, sentito dall’allora T. Colonnello Vittorio Tomasone, oggi Generale, dal Commissario Francesco Di Maio e da due Sottufficiali dei CC e della Polizia di Stato di Latina, ha dichiarato, fra l’altro, che pagava dalle casse del clan dei Casalesi e mensilmente una cinquantina di “soldati” che operavano nel Basso Lazio, fino a Roma, a 3 milioni al mese (un Questore ne percepiva poco più di 2 milioni).

50 “soldati “ nel 1996 –che probabilmente sono oggi il doppio, il triplo, se non di più – che sono rimasti nell’ombra, non identificati e comunque non arrestati e non privati dei beni acquisiti con soldi macchiati del sangue della povera gente.

Questo dimostra che almeno nel Lazio c’è un “qualcosa” che non funziona; un “qualcosa” che un’associazione antimafia seria dovrebbe sforzarsi di scoprire, per evitare che il suo ruolo sia solamente un ruolo accademico, retorico, ”culturale”, come il Direttore della DIA ha definito il nostro Convegno a Cassino del 27 ottobre u. s.

E’ quel “qualcosa”, i cui contorni ci sfuggono ancora, che ci preoccupa e ci turba.

Quando, poi, ci vediamo costretti a constatare l’assenza totale dei rappresentanti della Procura di Cassino al convegno –a Cassino- in cui si parla della presenza delle mafie in quel territorio alla presenza di ben 3 magistrati delle DDA di Roma e di Napoli e di un Presidente di Sezione della Suprema Corte di Cassazione, oltre che di tutti i massimi vertici della forze di polizia, le nostre preoccupazioni ed i nostri turbamenti aumentano a dismisura.

Andiamo avanti.

Il “caso Fondi”, del quale hanno parlato tanto la stampa nazionale ed anche internazionale.

Non vogliamo sottovalutare l’importanza del lavoro fatto dalle forze dell’ordine e dalla magistratura inquirente romana in quel “caso”, per carità.

Un dato, però, è certo:

il “sistema Fondi ”, dopo anni di inchieste e di procedimenti, è rimasto quello che era, tutto intero, mentre a pagare sono state chiamate persone alcune delle quali erano ben note negli archivi di polizia da decenni.

E’ vero che le verità emerse dall’azione giudiziaria sono spesso diverse da quelle che emergono dalla realtà, dai fatti, ma è opinione diffusa che molto più spesso non si avverte, sul piano della lotta alle mafie, la presenza di uno Stato efficiente, preparato, vigile.

Noi abbiamo un alto senso delle istituzioni e siamo pronti a pagare qualsiasi prezzo per difenderle.

Ci coglie, perciò, un profondo senso di angoscia ed anche di ribellione quando ci vediamo costretti a criticarne alcune o parti di esse.

Mettendo insieme tanti accadimenti, tanti comportamenti, per i quali non riusciamo ad intuirne genesi ed evoluzioni o involuzioni, ci assalgono molti dubbi e molte preoccupazioni.

Ecco perché siamo alla ricerca affannosa di quel “qualcosa” che aleggia sulle nostre teste e che non ci ha consentito, ad oggi, di capire a fondo come effettivamente stanno le cose ed il “perché” di tanti fatti e comportamenti.

Il nostro voler essere a tutti i costi qualcosa di “alto “ ed “altro” rispetto a tanti altri organismi che non si pongono le domande che noi ci poniamo, da una parte ci rende orgogliosi e fieri, dall’altra, però, ci fa sentire più fragili ed esposti a tanti pericoli di vario genere.

E non alludiamo solamente a quelli fisici, che sono quelli che meno ci preoccupano.

Ecco perché chiediamo con insistenza alle nostre consorelle di fare un salto di qualità, smettendola di parlare genericamente di mafie, della loro storia, facendo spesso il “copia ed incolla” di documenti, articoli fatti da altri su fatti già avvenuti e non approfondendo mai la realtà, le cause, le origini, le deficienze, le omissioni, le carenze, le collusioni e le responsabilità politiche ed istituzionali.

Ed i possibili sviluppi di quei fatti.

Oggi abbiamo le mafie dentro casa, nei partiti, nelle istituzioni, talvolta con qualcuno infiltrato anche nelle forze dell’ordine e fra i magistrati, fra i professionisti, fra gli imprenditori, fra i cittadini stessi che, o per paura, o per complicità, o per altri motivi spesso diventano oggettivamente o soggettivamente essi stessi mafiosi o sodali dei mafiosi.

Un’associazione antimafia seria si deve sforzare di non limitarsi a pontificare da dietro una cattedra con la narrazione di quanto è avvenuto e citato già in migliaia di libri ed articoli, per passare a sporcarsi le mani, come facciamo noi sin dalla nostra nascita, aiutando, come chiedeva tanto Paolo Borsellino, le forze dell’ordine e la magistratura a combattere il mostro delle mafie e stimolandole, peraltro, al fine di superare anche quelle criticità rappresentate dall’impreparazione e dalle eventuali inefficienze interne (il problema, tanto per citare un solo esempio, della delega alle Procure ordinarie di interessarsi anche dei reati di natura associativa di stampo mafioso, assume un’importanza fondamentale, come l’altro che riguarda la costituzione in ogni comune del Paese degli Osservatori sulla criminalità (a costo zero e composti dal Questore, dai comandanti provinciali delle forze dell’ordine, da rappresentanti dell’associazionismo antimafia, sindacale e datoriale).

Insomma, il ruolo di una vera Associazione antimafia dovrà essere quello della DENUNCIA E DELLA PROPOSTA, non solo della narrazione di fatti già avvenuti e della semplice ricostruzione storica.

L’antimafia dei fatti e non più delle parole.

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