Cerca

L’Asse secolare tra mafia e neofascismo: Bellini, strage Bologna e la rete nera vicino al governo

29 Maggio 2026 | Mafia e fascismo

Luca Grossi

Il 1980 lo si potrebbe definire, senza paura di essere smentiti, come uno degli anni più ‘neri’ della storia repubblicana: il 6 gennaio ci fu l’omicidio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella a Palermo, il 23 giugno ci fu l’assassinio del magistrato Mario Amato ad opera dei Nar (Nuclei armati rivoluzionari, formazione armata di estrema destra) e il 2 agosto accadde il più grave attentato fascista della storia d’Italia nel secondo dopoguerra. Per il primo, le indagini sono ancora in corso da parte della procura di Palermo e seguono direzioni diverse: una mafiosa da un lato e la matrice nera dall’altro.
Per il secondo sono stati condannati rispettivamente Gilberto Cavallini, l’esecutore materiale, e Luigi Ciavardini, che guidava la motocicletta che usarono per fuggire (lo stesso fotografato mano nella mano con l’attuale presidente della comm. antimafia Chiara Colosimo).
Ed era la stessa Giorgia Meloni a difendere l’ex Nar dall’accusa di stragismo quando era una giovane dirigente di Azione Giovani, organizzazione giovanile di Alleanza nazionale subentrata al Fronte della Gioventù del Msi: nel 2004 la futura premier organizzò anche un evento pubblico a Catania, accanto a lei intervenne l’ex terrorista dei Nar Luigi Ciavardini, all’epoca imputato per strage e già condannato per l’omicidio di Mario Amato.
Per la strage di Bologna invece sono stati condannati con sentenza definitiva lo stesso Cavallini, Giusva FioravantiFrancesca Mambro e Ciavardini; in un altro filone, in parallelo a Cavallini, l’ex Avanguardia nazionale Paolo Bellini è stato condannato all’ergastolo con sentenza passata in giudicato.
La corte d’assise di Bologna, nelle motivazioni del 5 aprile 2023, scriveva che “l’esecuzione materiale della strage di Bologna sia imputabile ad un commando composto da soggetti provenienti da varie organizzazioni eversive”, a loro volta “unite dal comune obiettivo di destabilizzazione dell’Ordine democratico, coordinati da funzionari dei servizi segreti o da altri esponenti di apparati dello Stato (come osservato, Federico Umberto D’Amato, uomo della Cia in Italia e molto amico di Stefano Delle Chiaie, non faceva più parte del servizio civile), che a loro volta rispondevano alle direttive dei vertici della Loggia P2”. I giudici bolognesi hanno ricostruito la figura centrale di Paolo Bellini: killer della ‘Ndrangheta e assiduo frequentatore di boss di Cosa nostra; un’altra storia, ancora tutta da scrivere, riguarda le “stragi in continente” di Roma, Milano e Firenze.
Sicuramente fu presente in Sicilia nel 1992, durante l’anno delle stragi.
Fu membro attivo di Avanguardia Nazionale, descritta come “formazione storica del neofascismo italiano, caratterizzata da un’impostazione golpista ed eversiva dell’ordinamento democratico, in piena sintonia con i canoni della strategia della tensione, ma anche da sempre collusa con gli ambienti istituzionali”. La carriera criminale della “primula nera” rivela possibili rapporti con i servizi segreti deviati e include una fuga in Brasile, dove ha cambiato identità, per poi fare ritorno in Italia sotto falso nome.
Inoltre, ad aggiungere ulteriore mistero attorno alla figura di Bellini, è la sua presenza a Bologna nei mesi precedenti alla strage, nonché i suoi rapporti con il procuratore capo Ugo Sisti, che si rifugiò in un albergo legato al padre di Bellini, Aldo Bellini, subito dopo l’attentato. Quest’ultimo fu un ufficiale della Brigata paracadutisti “Folgore”, nostalgico del fascismo, e gestiva un albergo a Mucciatella (frazione di Puianello, comune di Quattro Castella, Reggio Emilia). Le sentenze e le indagini sulla figura di Bellini hanno permesso di scoprire molte verità che, se adeguatamente approfondite, potrebbero portare a nuovi sviluppi per quanto riguarda la stagione stragista.

 

Killer al soldo della ‘Ndrangheta

Bellini viene descritto nella sentenza di primo grado come un criminale di lungo corso che, dopo i furti d’arte, ha operato per anni come sicario della ‘Ndrangheta. Il documento giudiziario traccia con grande dettaglio due periodi distinti di attività omicidiaria: “il primo che va dal 1990 al 1992, cui segue un periodo di collaborazione, e il secondo che va dal 1998 al 1999, cui segue un secondo periodo di collaborazione con la giustizia”. Bellini fu scarcerato l’11 dicembre 1986 e rimase libero fino all’11 gennaio 1988, quando venne sottoposto a fermo a Prato “perché sospettato dell’omicidio di Giuseppe Fabbri”, suo complice nei furti nelle ville. “Bellini venne, dunque, arrestato perché ritenuto responsabile dell’omicidio di Fabbri, ma anche perché, a seguito di perquisizioni, vennero rinvenuti mobili ed altri oggetti riferibili a furti commessi nel 1988”. Assolto dall’omicidio e condannato solo per ricettazione, venne scarcerato il 15 febbraio 1990. Da quel momento inizia la sua stagione più violenta, legata soprattutto alla ’ndrina Vasapollo-Dragone. Il 6 maggio 1990, insieme ad Antonio Valerio, si rende responsabile del tentato omicidio di Antonino D’Angelo, “un pregiudicato palermitano, attivo nello spaccio di stupefacenti e in contrasto, per tale motivo, con la famiglia dei Vasapollo-Dragone”. Il 30 settembre 1990 uccide Cosimo Martina a Crotone, “il cui movente era una lite per questioni di viabilità tra lo stesso e Valerio Antonio”. Il 9 aprile 1992 è la volta di Graziano Iori. Su questo omicidio Bellini fornì due versioni diverse: la prima legata “al mancato pagamento di una partita di droga”, la seconda alla mancata indicazione del luogo dove si trovava Ivano Scianti, nell’ambito delle indagini sul furto di opere d’arte alla Pinacoteca di Modena, di cui parleremo più avanti. In quel contesto Bellini entra in contatto con “l’Ispettore Procaccia e poi dal Maresciallo Tempesta”, la cui figura verrà ripresa più avanti. Il 13 agosto 1992 Bellini uccide Paolino Lagrotteria a Cutro “per questioni legate ad un regolamento di conti tra le famiglie di Cutro e di Reggio Emilia”, ferendo anche la moglie. Lagrotteria era ‘colpevole’ di avere abbandonato l’amico Raffaele Vasapollo nel 1979 a Reggio Emilia, all’interno della discoteca “Pink Pussy Cat”, dopo che i due avevano dato fuoco al locale. Vasapollo morì tra le fiamme, chiuso in un bagno, mentre Lagrotteria fuggì rifugiandosi a Cutro. Sparò a Paolino il giorno prima del matrimonio in Calabria tra la figlia del boss Gaetano Ciampà e un membro della famiglia Crivaro, che aveva adottato in tenera età proprio la vittima Paolino Lagrotteria.
Il 12 ottobre 1992 viene trovato morto 
Luigi Vezzani, suo ex complice nella “Banda Baroncini”. Bellini confessò l’omicidio il 10 giugno 1999, affermando di aver agito “su incarico di un esponente della ‘Ndrangheta reggiana, perché Vezzani aveva omesso di pagare ad un clan calabrese del mantovano una partita di stupefacenti”. Il 7 novembre 1992 esegue il duplice omicidio di Domenico Scida e Maurizio Puca in provincia di Mantova. Scida era legato alla famiglia Dragone e Puca era un testimone da eliminare.
“Mandante di tali omicidi era, dunque, 
Vincenzo Vasapollo”.
Dopo un periodo di detenzione e un programma di protezione dal maggio 1995 (legato alle indagini sugli attentati del 1993), Bellini rinuncia alla tutela nel 1997 e rientra a Reggio Emilia. Tra il 1998 e il 1999 riprende l’attività criminale.
Il 9 dicembre 1998 uccide 
Abramo Giuseppe nella faida tra famiglie calabresi. Il 12 dicembre 1998 lancia una bomba a mano al Bar Pendolino, “causando il ferimento di dieci persone, alcune anche gravi”. L’azione viene definita di “violenza indiscriminata, poiché nel luogo bersagliato erano presenti anche soggetti estranei”. Il 16 aprile 1999 uccide per errore il giostraio Oscar Truzzi, scambiandolo per Giuseppe Sarcone. L’ultimo episodio è il tentato omicidio di Antonio Valerio, agli inizi del maggio 1999: “L’imputato lo sorprese sotto casa e lo centrò con diversi colpi, ma Valerio se la cavò”. Arrestato il 4 giugno 1999, Bellini collabora nuovamente con la DDA di Bologna fino al 2009, quando la Commissione revoca il programma di protezione.

La Trattativa delle opere d’arte

Paolo Bellini finì in carcere il 14 febbraio del 1981 sotto la falsa identità di Roberto Da Silva e mantenne questa copertura fino al 1982, quando le impronte digitali rivelarono il suo vero nome. Dopo vari trasferimenti tra istituti penitenziari, sempre nel 1981, fu recluso nel carcere di Sciacca, dove strinse amicizia con il boss di Altofonte Antonino Gioè – uomo del ‘mondo di mezzo di cui abbiamo più volte scritto – braccio destro di Giovanni Brusca, uno degli esecutori della strage di Capaci. La sua storia si intrecciò profondamente con quella di Gioè, dando vita a una trattativa parallela tra apparati istituzionali e mafia, conosciuta come “trattativa delle opere d’arte”. È assolutamente provato che Paolo Bellini era un ‘infiltrato’ nella mafia per conto di apparati istituzionali.
Ma è paradossale il fatto che soltanto 24 ore dopo avere incontrato il maresciallo Tempesta uccise a Cutro per conto della ‘Ndrangheta calabrese 
Paolino Lagrotteria.
Nel 1991 Bellini cominciò a recarsi frequentemente in Sicilia con il compito di recuperare dipinti rubati alla Pinacoteca di Modena. In questo contesto rientra in contatto con 
Antonino Gioè.
Il 12 agosto 1992, dopo le stragi di Capaci e via D’Amelio, Bellini incontrò nuovamente il maresciallo 
Roberto Tempesta in un autogrill della periferia romana, tra l’Anagnina e Roma Settebagni.
Mentre manteneva questi contatti istituzionali, Bellini commetteva un omicidio per la ‘Ndrangheta”.
Gli incontri con 
Antonino Gioè si svolsero in luoghi diversi: il distributore di benzina gestito dal boss ad Altofonte, una casa di campagna isolata e una cava abbandonata della Butitta.
Bellini compì almeno altre tre trasferte in Sicilia nel 1992: la notte tra l’11 e il 12 luglio all’hotel Kala Kalura di Cefalù, il 6 agosto e il 30 dicembre al motel Agip di Palermo. Presentatosi come emissario delle istituzioni per il recupero dei quadri di Modena, Bellini ricevette una controproposta: la mafia non aveva quei dipinti ma ne possedeva altri, sottratti a Palazzo Mazzarino (Palermo), del valore di circa un miliardo e mezzo di lire. In cambio chiese benefici penitenziari per cinque detenuti di alto livello, tra cui 
Pippo CalòLuciano LiggioBernardo Brusca e altri nomi (le versioni oscillano tra Giovanbattista PullaràGiovanni Giacomo Gambino o Bernardo Provenzano).
In particolare, Bellini propose il recupero da parte dei Carabinieri di 15 dipinti rubati nel 1985 a Palazzo Mazzarino.
In cambio chiedeva la “libertà sanitaria”, anche di solo mezz’ora, per uno dei cinque boss indicati su un foglietto che consegnò al maresciallo Tempesta.
Per sé pretendeva circa duecento milioni di lire, la scarcerazione per una condanna a tre anni già inflitta e un passaporto. Il maresciallo Tempesta riferì tutto al Generale 
Mario Mori, comandante del R.O.S., il 25 agosto 1992. Tempesta gli consegnò il foglietto con i cinque nomi ma Mori giudicò la proposta impraticabile (i nomi rappresentavano il gotha di Cosa nostra) e, secondo quanto emerso, trattenne il biglietto senza formalizzarne il sequestro e senza informare l’autorità giudiziaria; per poi distruggerlo.
La “trattativa delle opere d’arte” si interruppe presto.
Come riferì lo stesso Bellini al processo contro 
Matteo Messina Denaro: “Gioè mi disse che Cosa nostra ne aveva una con i piani alti del Governo”.

Da chi provenne l’idea di colpire il patrimonio artistico?

Negli incontri emerse anche l’ipotesi di colpire i beni culturali. Secondo Bellini, Gioè gli avrebbe detto: “Che ne direste se un giorno vi alzaste senza Torre di Pisa?”. Quel “che ne direste” – ha spiegato Bellini al processo contro Messina Denaro nel settembre 2019 – era un ragionamento come per dire “tu fai parte di quelli la” (quelli dello Stato), in pratica “mi univa a loro”. Bellini poi sollecitato dalla sua domanda sulla torre di Pisa gli rispose “che sarebbe scomparso tutto il turismo e quindi la città di Pisa”, sottolineando, in un secondo momento, che non aveva mai consigliato a nessuno di abbattere monumenti appartenenti al patrimonio nazionale.
La precisazione di Bellini era dovuta probabilmente al fatto che in passate udienze i collaboratori di giustizia 
Gioacchino La Barbera e Giovanni Brusca avevano ribadito che a suggerire a Cosa nostra di colpire i monumenti, e in particolare la Torre di Pisa, era stato lo stesso Bellini.
Se ammazzi un magistrato ne arriva un altro, disse a Gioè. Se butti giù la Torre di Pisa distruggi l’economia di una città e lo Stato deve intervenire”, avrebbe detto Bellini, secondo Brusca. Quest’ultimo per ascoltare la conversazione tra i due si era nascosto dietro a una porta per origliare.
Un’azione, questa, fatta per volontà del capomafia Leoluca Bagarella, cognato di Salvatore Riina, in quanto sospettava che Bellini fosse un infiltrato.
Si arrivò così agli attentati del 1993 contro il patrimonio artistico a Roma, Firenze e Milano. Poche ore dopo le esplosioni, 
Antonino Gioè fu trovato impiccato in cella: suicidio secondo gli inquirenti, omicidio secondo i pentiti. Nella cella venne rinvenuto un biglietto che faceva riferimento a Paolo Bellini.

Le folli archiviazioni del presente

Paolo Bellini ha ottenuto l’archiviazione nel mese di aprile 2025 dalle indagini della Procura di Firenze relative alle stragi del 1993. A suo carico era stata formulata l’accusa di aver istigato i vertici di Cosa Nostra a colpire il patrimonio artistico e monumentale italiano. Il Gip ha disposto il provvedimento accogliendo la richiesta avanzata dalla stessa Procura. Di questa vicenda ci eravamo già occupati in passato, ma nuove criticità emergono con forza. Tra queste spicca il mancato avviso alle parti offese – in particolare ai familiari delle vittime della strage di via dei Georgofili – della richiesta di archiviazione presentata dalla Procura, nonostante quanto previsto dall’articolo 408 del codice di procedura penale. I congiunti avrebbero appreso della decisione soltanto attraverso le agenzie di stampa.
Un’ulteriore richiesta di archiviazione, avanzata il 3 luglio 2025 dalla Procura di Caltanissetta, risulta ancora pendente. La figura di 
Paolo Bellini assume particolare rilevanza se si considera quanto già emerso nella sentenza di secondo grado emessa il 7 aprile 2000 per la strage di Capaci: “Non va poi sottaciuto come la strage di Capaci aveva determinato l’avvio di contatti con soggetti esterni che avevano indotto Salvatore Riina a presentare il c.d. papello di richieste, ad accelerare la strage di Via D’Amelio, a programmare l’attentato nei confronti del dr Pietro Grasso per sollecitare la ripresa delle trattative isterilitesi. Ed ancora, i rapporti con Paolo Bellini avevano, in qualche modo, stimolato l’interesse dei vertici dell’organizzazione per gli obiettivi artistici della nazione e fatto nascere l’idea di vera e propria aggressione allo Stato concretizzatasi sul finire del 1992 e nel corso del 1993.”

ARTICOLI CORRELATI

Report: Stragi di Stato, dalla banda della Uno Bianca a Falcone e Borsellino

Il maresciallo Tempesta al processo Trattativa: “Parlai con Mori di Bellini e della Torre di Pisa”

Il passato che non passa: Paolo Bellini e l’aiuto dell’estrema destra per rientrare in Italia

Sentenza folle a Firenze, archiviato Paolo Bellini

Stragi neofasciste e di mafia, Scarpinato: maggioranza le ignora. Piste portano a casa loro

Fabio Repici: chi suggerì a Cosa nostra di colpire il patrimonio artistico?

Stragi ’93, estrema destra e Sismi: l’archiviazione di Bellini è un caso

Il comunicato stampa del Procuratore di Caltanissetta è corpo di reato

Stato-mafia, Bellini e la ”seconda trattativa”

Stragi ’92-’94, Tescaroli: ”In Italia si è verificata una convivenza tra Stato e realtà mafiose”

Stragi ’93, estrema destra e Sismi: l’archiviazione di Bellini è un caso

”Archiviazioni per Bellini e Delle Chiaie, nessuno ci ha avvisati”

fonte:https://www.antimafiaduemila.com/dossier/mafia-e-fascismo/lasse-secolare-tra-mafia-e-neofascismo-bellini-strage-bologna-e-la-rete-nera-vicino-al-governo?start=4