L’antimafia non si fa solamente ricordando Falcone e Borsellino, ma soprattutto individuando giorno dopo giorno i mafiosi sul territorio e denunciando loro ed eventualmente coloro che nelle istituzioni e nella politica

Non c’è peggior sordo di quello che non vuole sentire.

E’ inutile parlare di lotta alle mafie quando mafiosi ed amici dei mafiosi li abbiamo in casa e non facciamo nulla per isolarli, per neutralizzarli.

L’antimafia non può continuare ad essere un esercizio accademico.

La lotta alle mafie non si fa raccontando solamente la storia di Falcone e Borsellino e tanti altri, con tutto il rispetto verso questi uomini e donne che hanno dato la loro vita per combattere contro questo mostro che sta divorando il Paese.

Se vogliamo dare un senso al sacrificio di queste vittime è necessario che si passi dalla fase del ricordo, della commemorazione, del racconto, a quella dell’indagine, della individuazione dei mafiosi e dei loro sodali, uno per uno, sui nostri territori, e della loro denuncia.

E, una volta denunciati, è necessario verificare se nei confronti dei sospettati di appartenenza ad organizzazioni criminali o di contiguità con esse, questo Stato applichi o meno le leggi.

Spesso avviene che, malgrado prove di collusione con le mafie raccolte con inchieste accurate, le persone coinvolte non solo non vengono perseguite ma addirittura premiate con l’assunzione di responsabilità politiche ed anche istituzionali.

Basta leggere gli atti dell’inchiesta “Formia Connection” nella parte che riguarda le intercettazioni telefoniche fra soggetti appartenenti a note famiglie camorristiche ed esponenti politici e si ha chiaro il quadro di come vanno le cose in questo nostro Paese.

Noti esponenti politici, che ricoprono importanti incarichi istituzionali, che chiedono ed ottengono voti ad elementi facenti parte di famiglie legate alla camorra.

Capita a Formia, in provincia di Latina, come in altre parti d’Italia.

E lo Stato sta a guardare; anzi, peggio, archivia l’inchiesta.

E nessuno protesta

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