L’antimafia che non sognavo .Di questo,fra le altre cose,discutiamo nell’assemblea dell’Ass.Caponnetto del 16 maggio 2015 a Formia.

Biagio aveva il viso pulito dei quattordicenni, con una polvere di tristezza: come se avesse saputo della sua morte imminente. Giuditta aveva diciassette anni, guance di pesca e un sorriso che occupa per intero la fotografia sul comodino della camera da letto di sua madre.

Biagio Siciliano e Maria Giuditta Milella, studenti del liceo classico ‘Giovanni Meli’, di Palermo, il 25 novembre del 1985, aspettavano l’autobus all’uscita dalla scuola, a piazza Croci, in una giornata di sole. Una macchina che scortava i giudici Leonardo Guarnotta e Paolo Borsellino piombò sulla fermata, al termine di una sventurata carambola. Fu un massacro in quella zona residenziale che prese le sembianze di Beirut, con due morti e parecchi feriti inscritti nel bilancio della tragedia. L’operaio Nicola Siciliano vide il figlio Biagio già cadavere, steso su un lenzuolo, mentre era in affannosa ricerca con sua moglie, Maria Stella. Il vicequestore Carlo Milella trascorse lunghe notti di veglia, con Francesca. La preghiere dei genitori per la figlia non vennero esaudite: Giuditta spirò una settimana dopo.

Io aspettavo con gli altri alla fermata, quel 25 novembre. Antonio della sezione F si avvicinò: Torniamo a casa a piedi, dai”. Ci incamminammo. Eravamo già lontani e correva la prima ambulanza, poi la seconda, poi la terza…
Le scuole di Palermo bruciarono di sdegno. Morire di mafia era orrendamente logico. Ma non si poteva morire così, giustiziati da un’Alfetta di scorta ai giudici. Che legalità era quella che uccideva i ragazzi, anche se involontariamente, come una divinità assetata di vite umane? Qualcuno propose: “Andiamo al tribunale a spaccare i vetri a sassate”. Nel clamore, si levò, autorevole, la voce dell’antimafia studentesca, che riempiva la città con i cortei a sostegno delle toghe sotto assedio: “I nostri compagni sono morti di mafia, vittime del clima di terrore che i magistrati, minacciati da Cosa nostra, subiscono. Palermo è una trincea di ferro e fuoco. C’è il maxi-processo contro la Cupola che provoca estreme misure di sicurezza”.

Il rosario dei caduti era tristemente noto: Piersanti Mattarella, presidente della Regione, Emanuele Basile, capitano dai carabinieri, Gaetano Costa, procuratore, Pio La Torre, onorevole comunista, Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto… E adesso Biagio e Giuditta. “Grazie al loro sacrificio – insisteva la voce – avremo la Sicilia che abbiamo sempre sognato. Asciughiamo le lacrime. Seppelliamo i morti e i propositi di violenza”. Noi ci rassegnammo al prezzo da pagare. Dovevamo solo avere pazienza, marciare dietro gli striscioni, le bare e portare, in silenzio, la croce della nostra adolescenza spezzata.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano persone serie, non avrebbero gradito i necrologi apparecchiati dalla retorica. Giovanni Falcone amava Francesca Morvillo; morì con la disperazione di saperla accanto a sé sull’autostrada di Capaci. Un suo collaboratore conservò in un cassetto del Palazzo di giustizia un bigliettino, con la dedica: “Giovanni, sei la mia vita. Firmato: Francesca”. Paolo Borsellino era un uomo profondo e allegro, capace di reggere un filo di spensieratezza sul baratro dei rischi che affrontava. Sapeva a memoria tomi interi di barzellette. Negli ultimi tempi – tra Capaci e via D’Amelio – aveva perso ogni levità, perché sentiva il colpo in arrivo. Talvolta, si rifugiava da un barbiere che portava il suo stesso nome. E Paolino, il barbiere, suggeriva a Paolo il giudice: “Dottore, ha fretta? La faccio passare per primo?”. La replica, tra angoscia e ironia, non cambiava mai: “Non mi disturbare. Ho solo quest’attimo di serenità…”.

La domenica mattina, il dottore Borsellino, si allontanava, talvolta, per iniziare una lentissima passeggiata dal portone di casa fino all’edicola. Misurava i passi. Incedeva con calma, come per suggerire: “Prendete me. Lasciate stare gli agenti, la mia famiglia. Sono qui”. Ma i suoi boia ragionavano con la sottile crudeltà di menti raffinatissime. Lo lasciarono sopravvivere fino al tritolo designato.

Ai funerali di Falcone, c’ero. Ricordo la chiesa, talmente gremita da provocare sgomento, e l’orazione funebre di Rosaria Schifani, moglie dell’agente di scorta, Vito: “Io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio”. Ci inginocchiammo per omaggio, colpevoli e innocenti. Era il prezzo da pagare. Un giorno, avremmo conosciuto una Sicilia diversa. Io, compagno di morti, concittadino di morti, io che, ovunque girassi lo sguardo, vedevo soltanto morti, avrei finalmente toccato con mano la mia terra liberata dall’antimafia, la resurrezione che avevo sempre sognato.

Molti anni dopo, splende ancora il sole a Palermo. Alla fermata dell’incidente, una targa un po’ arrugginita raccoglie qualche mazzo di rose che i superstiti e gli alunni contemporanei depongono ogni 25 novembre e che appassisce in fretta. Via Libertà è chiusa al traffico. Sta sfilando un corteo per il pm Nino Di Matteo, incaricato del processo sulla cosiddetta trattativa Stato-mafia. Sono anch’io lì, con un fiore di gelsomino tra le dita. Così posso guardare la mia speranza rinsecchirsi, insieme ai fiori per Biagio e Giuditta.

C’era una volta la bella antimafia che riempiva le piazze e le chiese. Ora ci sono quattro volenterosissimi gatti; i ragazzi di un istituto che hanno sfruttato l’occasione dell’assenza fungono da supporto logistico alla pochezza dei presenti. Sorridono. Un tizio con l’altoparlante – tutto rap e barbetta – detta i tempi degli slogan. Si balla e si canta. Con allegria. Un’allegria di troppo. Tese e serrate apparivano le facce dei giovani degli anni Ottanta e Novanta, schierati dietro uno striscione. Erano caduti i nostri compagni, avevano ammazzato i giudici. Eravamo cresciuti tra una fermata d’autobus e le lamiere di Capaci e via D’Amelio. Non riuscivamo a sorridere.

Cera una volta l’antimafia della consapevolezza che conosceva la sua rotta e le biografie dei martiri. Ora ci sono i bambini deportati a Palermo il 23 maggio e il 19 luglio, per Falcone & Borsellino. Scendono dalle navi della legalità, festosi, con cappellini colorati. Intruppati, passeggiano fino all’aula bunker del carcere ‘Ucciardone’, lì dove si celebrò il maxi-processo. Ascoltano un concertino di musiche popolari ai piedi dell’albero Falcone, in via Notarbartolo, ornato da salmi e omelie di altissimi rappresentanti delle istituzioni. Di sera, risalgono sulle grandi imbarcazioni che li riporteranno indietro. Non sapranno mai davvero nulla di quegli anni, delle lotte studentesche, di Biagio e Giuditta, del bigliettino di Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino che smise di raccontare barzellette, dello strazio di Nicola e Maria Stella Siciliano, di Carlo e Francesca Milella che attesero invano una guarigione, pregando. L’antimafia che era bellezza consapevole si è spenta in un folclore irrilevante, in una galleria di statue di marmo che ha inghiottito le persone.

E c’era una volta l’antimafia del disinteresse. Sfilavamo per le strade, senza chiedere niente. Poi trionfò il professionismo dei redditi e della notorietà. L’albo delle figure professionali è appunto vasto. C’è l’agitatore delle folle. C’è il santone in odore di antimafiosità. C’è il giornalista che non ha notizie, tuttavia sforna le sue inchieste ‘scottanti’ che si venderanno a palate sull’apposito scaffale del circuito organizzato. C’è l’artista che produce creazioni impalpabili e acclamatissime, al limite del vilipendio di ciò che è sacro. C’è il politico a cui non farebbero amministrare nemmeno un condominio, che sta a galla, piazzando nella sua squadra personalità dal cognome evocativo, visto che non è difficile rintracciare un Carneade che – per ingenuità o ingenuo cinismo – si presti alla manfrina del nome associato all’incarico.

C’è l’amico di turno che non si esime dal narrare quanto fosse profondo il suo legame con “Giovanni e Paolo”, mettendo in scena una ribalta di familiarità, condita di cinismo. Non vorrebbe parlare, non vorrebbe esporsi… Eppure, il discretissimo destinatario di un legame tanto luminoso cede immancabilmente alla prepotenza della memoria offerta al pubblico, non per sé – si capisce – ma affinché risalti la gloria di quegli eroi inarrivabili. E parla, parla, con il ciglio inumidito di commozione, il cuore gonfio di orgoglio. Infine, approda lì dove doveva approdare, intanto che l’antimafia disinteressata di un tempo si è trasformata in opportunità di carriera.

C’è l’antimafia delle certezze che ha strangolato l’intelligenza dei dubbi che perfino noi ragazzi con le nostre tenere schiere dell’impegno nutrivamo. E cova le sue domande, però non desidera risposte. E sfrutta la mistica del complotto che tiene insieme servizi segreti deviati, poliziotti amici dei boss, carabinieri felloni, un paio di presidenti della Repubblica, nonché l’uomo delle pulizie pro tempore del tribunale di Palermo, altrimenti che fiction sarebbe? Ci sono cunicoli da scavare, storie da approfondire, correità da illuminare; ma l’antimafia delle certezze ripudia i sentieri della ricerca della verità, costellati di punti interrogativi. Sa già tutto e tutto ha già previsto. E se un giurista di sinistra – il professore Giovanni Fiandaca – si permette addirittura di avanzare un’ipotesi laica sulla vicenda della cosiddetta ‘Trattativa’, saltano su i chierici antimafiosi che lo scomunicano, friggendo di rabbia.

E c’è l’antimafia fai-da-te, delle vendette trasversali. Ognuno fabbrica la sua, con il suo libretto di istruzioni. Una volta assemblata, la userà alla stregua di un’arma finale contro il nemico di turno. Sulle trincee di interessi troppo convergenti per convivere pacificamente, divampa una guerra di bande partigiane che non hanno timore di usare la corda, o il coltello contro l’avversario più prossimo, di solito un altro antimafioso che è salito troppo nell’apposita classifica; dunque, meglio che ritorni un po’ più giù. Allo scopo, possono tornare utili le testimonianze di improbabili pentiti, il sopracciglio alzato di pataccari di complemento, la voce stentorea di ombre che vomitano vecchi ricordi. Sotto gli occhi di tutti apparirà, unendo i puntini del discorso, il profilo dello smarrimento. Se tale è diventata l’antimafia dei buoni, cosa sarà mai la mafia dei cattivi?

C’era una volta l’antimafia: specchio limpido di coscienze, striscioni e passione. Nacque in mesi cruenti di stragi. Ora ci sono i cocci sparsi dell’opacità, i riflessi di una mistificazione, i vetri colorati di un’impostura che nessuno prende a sassate.

Quando finalmente tornai casa, quel 25 novembre, non sapevo nulla. Trovai mio padre che si era precipitato in strada, con i radi capelli spettinati – proprio lui che era un puntiglioso assertore del decoro – gli occhiali da professore appannati dal pianto, le pantofole ancora ai piedi: perché nell’orgasmo di venirmi a cercare, non se l’era neanche tolte. “Papà, che è successo?”. “C’è stato un terribile incidente a scuola. Una macchina di scorta è finita sui ragazzi. Ci sono morti e feriti”. E mi abbracciò. Biagio aveva un viso pulito, incipriato dal talco della tristezza. Giuditta aveva guance di pesca. Nessuno le avrebbe più baciate, nessuno li avrebbe abbracciati mai più.

E io sono rimasto qui, alla fermata, a domandarmi se ne sia valsa la pena, dove mai sia finita la speranza del sangue versato. Sono qui, che penso ai morti e depongo fiori di gelsomino, mentre guardo passare l’antimafia che non ho sognato.

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Archivi