L’altra polveriera di Taranto: quella criminale

L’altra polveriera di Taranto: quella criminale

Omicidi, gambizzazioni e attentati: così i clan si dividono il territorio e anche, nei piccoli comuni della provincia, seminano terrore e si affiliano con i riti di sangue

GAETANO DE MONTE E NELLO TROCCHIA

LaPresse

14 marzo 2021

  • È il 17 dicembre del 2020 quando Graziano Rotondo viene ritrovato senza vita all’interno di un cunicolo scavato negli scantinati di un palazzo nel quartiere Tamburi. Siamo a Taranto, a poche centinaia di metri dalla fabbrica siderurgica più grande d’Europa, l’Ilva.
  • Le armi sono un segno di presenza criminale. A gennaio un boato scuote la città, un attentato sventa un bar, il Kiko cafè, nella zona della città vecchia, salta in aria con cinque chili di tritolo.
  • Una palude sociale ed economica che rappresenta una straordinaria occasione per i clan con una classe dirigente ed imprenditoriale tra le peggiori del Mezzogiorno d’Italia, una selva di funzionari pubblici coinvolti in inchieste, scandali e ruberie di ogni tipo.

È il 17 dicembre del 2020 quando Graziano Rotondo viene ritrovato senza vita all’interno di un cunicolo scavato negli scantinati di un palazzo nel quartiere Tamburi. Siamo a Taranto, a poche centinaia di metri dalla fabbrica siderurgica più grande d’Europa, l’Ilva. Rotondo è stato ucciso con un proiettile al torace e un colpo di martello alla testa. Un omicidio così efferato non lo si vedeva da tempo e si inserisce in una lunga serie di episodi che, da tempo, insanguinano la città dei due mari: gambizzazioni, ferimenti, attentati, intimidazioni.

La polizia impiega pochi giorni per arrestare gli assassini di Rotondo: due inquilini del palazzo che si trova all’interno delle cosiddette “case parcheggio”, uno snodo importante del traffico di eroina tra la Puglia e la Basilicata. Vincenzo Balzo, detto Sceriffo kid, e suo cognato Carmelo Nigro, vengono subito condotti in cella. Negano le accuse, ma gli investigatori tarantini ritrovano nel sottoscala undici pistole, oltre a diversi chili di eroina e cocaina. L’omicidio sembra sia maturato negli ambienti legati allo spaccio di droga.

Nello stesso quartiere Tamburi, nella vicina piazza Masaccio, a inizio febbraio Angelo Fago ha ferito con un colpo di pistola il figlio, in maniera accidentale, nel tentativo di colpire il compagno della figlia dopo una lite furibonda. A fine febbraio un ragazzo di 20 anni, Francesco Vuto, ha ferito, anche qui in maniera accidentale, un suo coetaneo con cui viaggiava a bordo di uno scooter perché, nel tentativo di “scarrellare” una pistola in suo possesso, ha fatto partire un colpo. Così ora l’uomo si trova agli arresti domiciliari accusato di lesioni gravissime.

La violenza non risparmia le attività commerciali. A gennaio un boato ha scosso la città, il Kiko cafè, nella zona della città vecchia, è saltato in aria dopo un attentato con cinque chili di tritolo. Secondo gli investigatori si tratta di episodi slegati tra loro. Ma nel frattempo continuano i sequestri di armi in un territorio conteso tra diversi clan che, durante la guerra di mafia a cavallo tra gli ’80 e ’90, hanno ammazzato centinaia di persone in tutta la provincia. «Una conflittualità tra gruppi contrapposti, di cui si hanno segnali chiari, forti e precisi ancora oggi», denunciano gli inquirenti. Taranto è una polveriera già colpita da una gravissima crisi ambientale, economica, sanitaria e sociale che l’attanaglia da tempo. E i due aspetti sono strettamente collegati come segnala l’ultima relazione della Direzione nazionale antimafia che, parlando dell’intera provincia tarantina, evidenzia «una particolare situazione di precarietà economica legata alla crisi occupazionale che la affligge, si sta infiltrando nel tessuto economico, sociale e politico dell’intera provincia».

Una palude sociale ed economica che rappresenta una straordinaria occasione per i clan. Con una classe dirigente e imprenditoriale tra le peggiori del sud e una selva di funzionari pubblici coinvolti in inchieste, scandali e ruberie di ogni tipo. Lo stesso procuratore capo della Repubblica, il capo dei magistrati ionici Carlo Maria Capristo è finito agli arresti domiciliari appena un anno fa, accusato di corruzione in atti giudiziari. Il protagonismo giovanile, i tanti che sono rimasti per cambiare la città, fanno i conti con una generazione che ha sempre meno occasioni e possibilità. I dati segnalano un tasso di abbandono scolastico che superava la media regionale già prima della pandemia attestandosi, secondo i dati dell’osservatorio di Openpolis, attorno al 19 per cento. Un giano bifronte, Taranto. Così la sua provincia.

IL GIURAMENTO DI SANGUE

Una provincia che nei giorni scorsi è stata protagonista di una imponente operazione delle forze dell’ordine, condotta dal Ros (Raggruppamento operativo speciale) dei carabinieri. Piccoli comuni come Pulsano e Leporano, terre antiche adagiate su un mare cristallino, sono feudi di clan locali che celebrano l’ingresso nella sacra corona unita (scu) con il rito del giuramento.

«Giuro su questa punta di pugnale bagnata di sangue di disconoscere padre, madre, fratello o sorella fino alla settima generazione e se ci sarà tragedia e infamità in famiglia, pagherò con sette sfilettate, quattro a mio carico e tre a discarico di questa onorata società», questa è la formula di rito riferita a memoria dal pentito di Pulsano, Nico Mandrillo. Dalle sue dichiarazioni ha preso il via l’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Lecce che ha portato in carcere, qualche giorno fa, una decina di affiliati legati alla branca tarantina della scu, la potente mafia del territorio.

Ha raccontato il pentito Mandrillo, finito in carcere perché accusato di aver ucciso, nel 2016, Francesco Galeandro, un boss del luogo: «Si giura in due persone, con il taglio sotto l’avambraccio destro e poi si attaccano le due braccia per unire il sangue». E ancora: «I gradi di investitura e di affiliazione alla struttura gerarchica sono dieci: Picciotteria, Camorra, Sgarro, Santa, Vangelo, Tre Quartino, Crimine, Medaglia, Medaglia con Catene e il Bastone. Il mammasantissima da cui dipendono tutti i clan dei comuni della provincia è Franco Locorotondo (noto come Scarpalonga, in carcere per associazione mafiosa dal 2014 ndr). Franco era il boss dei boss, dove andava lui non c’era bisogno di cercare permesso di niente. A suo nipote provvedevamo a consegnare, con cadenza periodica, una percentuale sui proventi delle attività».

Nelle 400 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare disposta dal giudice per le indagini preliminari del tribunale di Lecce, Giovanni Gallo, c’è la conferma «dell’esistenza di una distinta e autonoma frangia dell’associazione di stampo mafioso operante sul territorio di Pulsano e nei comuni limitrofi, riconducibile a Francesco Locorotondo», a cui aveva dato vita il boss Maurizio Agosta facendo ammazzare il rivale Francesco Galeandro, e proseguendone, così, l’azione dell’associazione madre «conservandone scopi e finalità e portandola a ulteriore evoluzione».

Trattandosi di mafia non manca, ovviamente, il rapporto con la politica. La sacra corona «si preservava e rafforzava attraverso alleanze e patti siglati sia con i candidati alle elezioni amministrative dei comuni attigui alla loro sfera di dominio territoriale sia con l’imprenditoria locale, avvalendosi sempre e comunque di una rigida struttura gerarchica caratterizzata da una precisa distinzione di ruoli e da una unità di sangue».

La sacra corona unita è un misto di vecchio e nuovo, di strumenti di governo della società mutuati dalle mafie più moderne, come quello dello scambio elettorale politico-mafioso, e di antichi codici e rituali come quello dei giuramenti. Un impasto pericoloso perché alle nuove giovanissime leve, centinaia di affiliati allevati dal fascino del crimine, si affiancano i nomi di un passato oscuro.

L’INFAME CHE RITORNA

È il caso di Giorgio Tocci, 62 anni, che è tra gli arrestati del blitz dei carabinieri di qualche giorno fa, personaggio che i maggiori boss della mala tarantina, intercettati negli ultimi anni, descrivevano come un «morto che cammina. L’infame da eliminare». Tocci ha una lunga carriera criminale alle spalle. Arrestato una prima volta nel 1985 mentre, da poliziotto, prestava servizio alla questura di Milano e, contemporaneamente «veniva inserito organicamente e con ruoli di rilievo all’interno del temuto sodalizio criminale ‘ndranghetista delle famiglie Flachi-Trovato trapiantate in Lombardia». Una collusione tra criminalità e uomini dello stato che resta un tratto distintivo. «Sintomatici, al riguardo, appaiono fenomeni di scambio elettorale politico mafioso oltre che di collusioni di appartenenti alle forze di polizia con importanti esponenti della criminalità locale», scrive ancora la relazione della Direzione nazionale antimafia. La ‘ndrangheta qui non è di passaggio, Taranto vive una storia criminale propria, dovuta alla sua posizione geografica e alla forte conflittualità tra i clan, gruppi criminali che fanno leva su stretti vincoli di parentela e che presentano collegamenti, sia pure limitati a rapporti di affari, con la ‘ndrangheta.

L’ex poliziotto ‘ndranghetista Giorgio Tocci ha preso parte alla sanguinosa “guerra di mala” che ha imperversato in provincia di Taranto tra il 1988 e il 1993. È stato riconosciuto colpevole dell’omicidio di Giorgio Locorotondo, fratello di Franco, “medaglione con catena” e boss considerato tuttora dai magistrati il “mammasantissima” della provincia di Taranto. Ma soprattutto Tocci è prima entrato, e poi uscito, volontariamente, dal programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia, dopo essere stato condannato, complessivamente, a 30 anni di reclusione. Ed era libero già da tempo, in realtà. Discuteva con le nuove leve della sacra corona unita di come reperire le armi, le stesse armi la cui presenza imponente sul territorio, ora, fanno di Taranto e della sua provincia, una polveriera criminale.

 

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

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