L’agente segreto del caso Montante: ecco le agende

L’agente segreto del caso Montante: ecco le agende

Il colonnello dei servizi segreti Giuseppe D’Agata è imputato a Caltanissetta con un generale dei carabinieri e con il senatore di Forza Italia Renato Schifani, accusati di far parte di “una catena di talpe” che passava notizie riservate all’ex simbolo dell’Antimafia di Confindustria, Montante, anche lui sotto processo per aver costruito una rete di dossier e rapporti pericolosi anche con la mafia.

ATTILIO BOLZONI

11 aprile 2021

  • Giuseppe “Pino” D’Agata è un ufficiale dei carabinieri entrato nell’Aisi  dopo avere ricoperto l’incarico di capo centro della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo.
  • È lui che, su delega della procura della repubblica, segue le indagini sulla trattativa Stato-mafia. Ed è sempre lui che è sospettato di avere passato a Montante una copia delle intercettazioni fra il presidente Giorgio Napolitano e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino.
  • Il suo diario è un tesoro di informazioni, di indizi e indirizzi, di tracce. Le agende sono sei, dal 2013 al 2018, quasi un migliaio di pagine.

Nome in codice del direttore dei servizi di sicurezza, generale dei carabinieri Arturo Esposito: “Sandokan”. Nome in codice dell’ex presidente del Senato Renato Schifani: “Mastro”. Nome in codice che (presumibilmente) sceglie per sé: “Batman”. Sulla mia scrivania ho le agende del colonnello dell’Arma Giuseppe D’Agata e la lettura delle prime pagine annuncia l’ingresso in un mondo oscuro ma a tratti anche grottesco, come accade non di rado nelle congregazioni che tendono a nascondersi: c’è mistero e c’è farsa. Nelle agende, uno dietro l’altro, compaiono i personaggi della “rete” di Calogero Antonio Montante detto Antonello, l’ex vicepresidente di Confindustria a capo di un sodalizio specializzato in corruzione e ricatti. Ci sono appunti e schemi intorno a grandi patrimoni confiscati a un prestanome di Matteo Messina Denaro. Ci sono i restroscena su dieci anni di affari sconci consumati dietro le le bandiere della legalità.

E’ il diario (poco segreto) di un agente segreto. E’ un tesoro di informazioni, di indizi e indirizzi, di tracce che si tramutano in riscontri sulle precedenti indagini. Le agende sono sei, dal 2013 al 2018, quasi un migliaio di pagine.

IL COLONNELLO DEI SERVIZI SEGRETI

Chi è il colonnello Giuseppe “Pino” D’Agata? È un ufficiale dei carabinieri entrato nei ranghi dell’Aisi, l’agenzia di sicurezza interna, dopo avere ricoperto l’incarico di capo centro della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo. È lui che, su delega della procura della repubblica, segue le indagini sulla trattativa Stato-mafia. Ed è sempre lui che è sospettato di avere passato a Montante una pen drive con una copia delle intercettazioni fra il presidente Giorgio Napolitano e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino, quelle che la Corte Costituzionale ha ordinato di distruggere.

Il colonnello D’Agata nel maggio del 2018 viene arrestato e oggi è imputato a Caltanissetta con il generale Esposito e con il senatore Schifani, accusati di far parte di “una catena di talpe” che attingeva notizie riservate nell’inchiesta contro Montante per veicolarle allo stesso Montante “al fine di consentire di prendere le dovute contromisure”. Azione di spionaggio contro una procura. Scorribande eversive. Le agende del colonnello sono depositate agli atti del processo. Così sono finite sulla mia scrivania.
Ricostruiscono un “sistema” che scopre grandi intrighi e anche le piccole manie e le imprudenze di un agente che trascrive tutto, conserva tutto, ogni suo contatto e relazione.
Influenzati dai film ispirati ai libri di Ian Fleming dove James Bond impara a memoria interminabili serie di numeri di telefono e poi ne brucia (nell’immancabile caminetto) ogni residuo, la visione delle agende di Pino D’Agata ci restituisce il profilo di un nostrano 007 dotato di scarsa discrezione e poco mestiere per quel mestiere.  C’è troppo in quelle carte. In una pagina viene riportata persino l’identità e il luogo di lavoro – un famoso negozio di Palermo – di un impiegato che aspira a fare l’informatore dei servizi. L’11 agosto 2017 il colonnello lo contatta ma i desideri del candidato non sono esauditi, D’Agata il 13 settembre successivo annota: «Ricevuta non idoneità di..».

Sono però quei nomi in codice e le connessioni con le altre stelle dell’affaire Montante il cuore del diario del colonnello, una frequentazione intensa con ogni imputato registrata ossessivamente giorno dopo giorno. Oltre al generale e a Schifani (che in alcuni fogli viene indicato anche come “Professore Scaglione”) una presenza costante è quella del tributarista Angelo Cuva, un docente universitario palermitano oggi legato all’ex presidente del Senato e una ventina di anni fa al presidente della Regione Giuseppe Provenzano. Omonimo del boss di Corleone e mandato a giudizio dal giudice Falcone come prestanome del primo, alla fine il Provenzano presidente è uscito dall’inchiesta “non essendoci prove sufficienti”. Una gran bella compagnia di giro. D’Agata, Schifani, Esposito e Cuva sono tutti stretti a Montante e a caccia di ogni particolare sull’indagine per mafia a suo carico. E’ dalla primavera del 2014 che si moltiplicano i contatti con Antonello e gli altri.

I NOMI CRIPTATI

«Telefonato a Sandokan», scrive l’ultimo giorno del mese quando lui è capocentro della Dia a Palermo e il generale già direttore del “servizio”. Perché quei nomi criptati? Cosa c’è di così indicibile per utilizzare sigle di copertura? Neanche due mesi dopo, il 13 maggio, D’Agata segna sull’agenda: «Ore 20,30 cena con Montante Hotel Porta Felice». E sotto: «Venturi». L’hotel è in via Butera, Palermo, la strada che porta al quartiere arabo della Kalsa. Venturi è Marco Venturi, un imprenditore che dopo qualche anno sarà uno dei testimoni chiave contro Calogero Antonio Montante. L’appunto del colonnello è un formidabile riscontro di ciò che avviene il 13 maggio 2014 a Palermo. C’è una cena sulla terrazza dell’albergo. Seduti intorno a un tavolo ci sono Montante, la sua segretaria Linda Vancheri che è anche assessore regionale alle Attività Produttive, c’è Venturi, c’è l’ingegnere dell’Anas Salvatore Tonti. Poi arriva Pino D’Agata, il capo centro della Dia di Palermo.

Racconterà Venturi ai magistrati: «Il colonnello, in maniera furtiva e cercando di nasconderlo alla vista, consegnava una pen drive al Montante, i due poi parlarono per qualche istante all’orecchio..». Da quella sera del 13 maggio Pino D’Agata entra in paranoia, ne danno ampiamente conto le intercettazioni ambientali che catturano la sua voce. È nel panico per quella pen drive passata di mano, chiama e incontra più volte “Sandokan”, di notte non dorme, confida le sue paure alla moglie Sara.

LE INTERCETTAZIONI DI NAPOLITANO

Arturo Esposito-Sandokan intanto si dà da fare – scrivono i procuratori di Caltanissetta –  «per avere notizie per la vicenda che riguarda il D’Agata e relativa alla duplicazione delle intercettazioni Mancino-Napolitano». Perché il generale è così interessato alle telefonate del Presidente della Repubblica? Cosa lo agita?

Le registrazioni delle quattro conversazioni fra Napolitano e Mancino ufficialmente vengono cancellate per ordine della Corte Costituzionale nel carcere dell’Ucciardone il 23 aprile del 2013, ma nella primavera del 2014 ce n’è un’altra copia che circola per l’Italia e gli amici di Montante sono in fibrillazione. Anche perché succede qualcosa.
La procura di Palermo, su richiesta del ministero della Giustizia, vuole sapere se la Direzione Investigativa Antimafia abbia conservato un file di quelle telefonate. Non è una richiesta di routine. I vertici della procura si attivano subito e ne parlano con il nuovo capocentro della Dia palermitana Riccardo Sciuto che chiede al suo predecessore, D’Agata, una dichiarazione che attesti la distruzione di ogni copia delle conversazioni intercettate.

Il colonnello nelle ore successive alla chiamata del collega, come svelano le microspie, è terrorizzato. E intanto segna sull’agenda: «Col. Sciuto. Domanda: no copia lavoro, formazione di un file, copia delle suddette telefonate per ascoltare su disposizione Autorità Giudiziaria, se effettuate registrazioni audio, copie riproduzioni scritte». Le telefonate del presidente: è uno degli intrighi ancora non risolti della vicenda Montante.

IL NUOVO LEADER DI CONFINDUSTRIA SICILIA

In quelle settimane della primavera 2014 l’ufficiale dei servizi è molto prolifico. Le pagine del suo diario sono fitte di promemoria. E ciò che scrive il 4 febbraio, se lo riportiamo all’attualità, alla cronaca di queste ultime settimane, è inquietante. Appunta sull’agenda: «Albanese Alessandro, Confindustria Palermo figlio di Giuseppe (accusato dal collaboratore Giuffrè). Alessandro, nominato presidente Area di Sviluppo Industriale e votato dalla mafia di Termini Imerese, vicino a Provenzano».

Alessandro Albanese, legatissimo a Montante, una quindicina di giorni fa è diventato – a Roma, davanti al presidente di Confindustria Carlo Bonomi – il leader degli industriali siciliani. Suo padre Giuseppe è stato in effetti condannato per favoreggiamento alla mafia, sentenza però poi annullata per vizio di forma. Lui, invece, Alessandro – che negli anni in cui Montante ha in pugno l’isola è presidente di Confindustria Palermo, presidente della società Interporti Sicilia, presidente della Camera di Commercio “Palermo ed Enna”, vicepresidente della Gesap, l’azienda che gestisce l’aeroporto di Punta Raisi – rappresenta la continuità in Sicindustria con Montante. Dopo l’arresto di Antonello, Albanese è il vice di Giuseppe Catanzaro il “re della monnezza” intimo amico di Montante, con l’inchiesta che investe Catanzaro è automaticamente il numero uno. Dopo Giorgio Squinzi e Vincenzo Boccia, gli amici di Montante a quanto pare sono sempre i benvenuti in viale dell’Astronomia.
Bisogna fare qualche precisazione per capire meglio. La prima. L’appunto di D’Agata risale a quando è capo centro della Direzione Investigativa Antimafia di Palermo e il colonnello, particolare non trascurabile, non può considerarsi certo ostile o estraneo alla cordata Montante. E’ uno di loro. La seconda. Il pentito Antonino Giuffè, che è valutato dai pm palermitani quanto ad attendibilità come una sorta di Buscetta del 2000, confessa di avere dato un aiuto ad Albanese ma Albanese ribatte che sono «sole bugie». La terza precisione. Alle parole del pentito non è seguita alcuna conseguenza giudiziaria però resta, incontestabile, un fatto: Albanese, nell’associzione siciliana degli industriali, è sempre stato “in linea” con Montante. Da più di dieci anni Sicindustria è nelle stesse mani.

Nelle agende di Pino D’Agata ci sono gli incontri con il senatore Beppe Lumia e con “Mastro” o “Professore Scaglione”, messaggi scambiati con il capo del secondo reparto dell’Aisi Andrea Cavacece (anche lui sotto processo a Caltanissetta con Esposito e Schifani e Cuva), telefonate di auguri a Gianni Zonin di Banca Nuova (il figlio del colonnello è stato assunto nell’istituto di credito come moltissimi parenti di magistrati) che non sarebbe solo una banca, scusate il gioco di parole, al servizio dei “servizi” ma una vera e propria succursale del “servizio”. Pagina dopo pagina le annotazioni del colonnello collegano tutti i “punti” del sistema. Sembrano confezionate per rendere meno difficoltoso il lavoro degli inquirenti, un sentiero per le indagini.

IL PRESTANOME DI MESSINA DENARO

Sul diario del 2016 D’Agata disegna uno schema accompagnato da qualche riflessione. E’ un riassunto del piano per la gestione dei beni confiscati a “Mister Valtur”, l’imprenditore di Castelvetrano Carmelo Patti –  patrimonio stimato in 5 miliardi di euro – che è prestanome di Matteo Messina Denaro. Riporto testualmente le parole di D’Agata che in quel momento è un agente dei servizi segreti: «Avvocato Gemma, commissario straordinario della Valtur». E poi: «Stanno sostituendo nella fase della confisca definitiva alcuni amministratori giudiziari con l’avvocato Gemma».

Segue uno schema con frecce e nomi: «Prefetto Caruso, moglie ministro Alfano, Schifani Renato (è la prima e unica volta che lo chiama con il suo nome, ndr), Cammarata ex sindaco..». La considerazione finale: «Gestire definitivamente beni confiscati, poterli vendere, dare priorità per l’acquisto dei beni a questa società da loro costituita».

Su questa storia dell’avvocato Andrea Gemma, la Valtur e la moglie di Angelino Alfano qualche anno fa  L’Espresso ha fatto uno scoop, sono seguite minacce di querele mai pervenute, successivamente il ministro dell’Interno Alfano ha indicato Antonello Montante nel consiglio dell’Agenzia dei beni confiscati alle mafie dove è rimasto in carica meno di un mese perché finito sotto indagine per concorso esterno. Nel frattempo però Montante si è organizzato, fondando un’associazione per gestire i patrimoni strappati ai boss. Da una parte nella postazione di comando dell’Agenzia che li distribuisce, dall’altra pronto a riceverli.

L’avvocato Andrea Gemma è un grande amico di Alfano, è stato nel consiglio di amministrazione di Eni, il Tribunale di Palermo l’ha nominato curatore dell’azienda per la raccolta dei rifiuti urbani, il suo studio tributario si è aggiudicato con gara i servizi legali di Expo 2015 e nel 2011  è commissario straordinario della “Valtur”.

Cosa c’entra Montante in tutto questo, a parte la scalata all’agenzia dei beni confiscati? L’ex vicepresidente di Confindustria dal 2001 risulta socio con Paola Patti, figlia di “Mister Valtur” nell’Ap Consulting, sede legale a Milano in via Camperio Manfredi 9 e che ha per oggetto “la commercializzazione di prodotti dolciari, nonché la locazione e la vendita di immobili, l’acquisto di complessi turistici e alberghieri”. Le date non sono ininfluenti. Montante entra nell’Ap Consulting quando è al culmine della sua crociata antimafiosa e quando, già da tre anni, Carmelo Patti è nel mirino della procura distrettuale per quei beni “riconducibili” all’inafferabile boss. Ma come, il paladino dell’antimafia in società con la figlia di un prestanome di Matteo Messina Denaro? Ecco perché le ultime indagini su Antonello seguono impronte che portano a Castelvetrano e agli amici del boss latitante.

SUBORDINATAMENTE SUO

Torniamo alle agende del colonnello. Fra le pagine affiora uno spaccato semiserio, un po’ strambo, di quella che è l’attività di un agente dei servizi segreti italiani. Giornata tipica, ripetuta in centinaia di fogli: «Mattinata Bmw». «Mattinata Mercedes», «Mattinata Carrozziere», «Mattinata Gommista». E fra un «ritiro orologio» pomeridiano, uno «Spinning» serale e un «Nuccio Moto leva e ammortizzatori di sterzo», è un susseguirsi continuo di note su «lavaggio cani» e mangiate in trattoria. Ogni spostamento è fissato su carta, ora dopo ora.

Sono ricopiate lunghissime cronache dei Gran Premi di Motociclismo e la storia delle più famose case produttrici di moto, in qualche pagina le foto di Padre Pio appiccicate fra i resoconti dei briefing “alla Ditta”, come D’Agata chiama la sede centrale dei servizi segreti. Centinaia i bigliettini da visita di ristoranti stampati sulla pagine del diario, ogni tanto il ricordo su carta delle portate della sera precedente: «Cena a base di carne..».

Fra una miriade di memo che corrono fra officine e palestre un grafico su come è organizzato il reparto di controspionaggio, divisioni, direzioni, sezioni. E’ un agente segreto ma un giorno annota che va in libreria per acquistare il volume “Come funzionano i servizi segreti”, si appunta il significato di “controinformazione” e “disinformazione”, scrive le date dei compleanni di Montante, di Cuva, del direttore della Direzione Investigativa Antimafia Arturo De Felice. E a ogni scadenza parte un messaggio. Come quello al suo comandante (non c’è nome) del momento: «Signor Generale, in occasione del Suo Compleanno voglia accettare..nell’augurarLe a Lei e alla Sua Famiglia gioia e serenità… Subordinatamente Suo …Giuseppe D’Agata..». Ogni missiva ai superiori finisce in quel modo: subordinatamente suo.
In una pagina l’argomento è la «fantasia tattica», in quella dopo la lamentela per la «discussione serale per la realizzazione della cabina armadio».

Un giorno c’è l’appuntamento all’hotel Bernini di Roma dove Montante ha il suo quartiere generale, il giorno dopo c’è solo una frase: «Le pulsioni di un motociclista si contano nel numero di giri». E poi la festa in maschera per Carnevale, la «pianificazione» delle escursioni a Santorini, il matrimonio della figlia di Montante e all’improvviso il riassunto dei colloqui con due (senza nome anche loro) generali. Il primo:  «Hai qualcosa su Cl? (Caltanissetta, la procura della città dove è in corso l’inchiesta che lo coinvolge, ndr) che io sappia no, ma perché c’è qualcosa? no, no sto sondando per capire quando finirà questa storia». Il secondo: «Non ti do nessun incarico se prima non finisce la tua storia, io faccio il mio dovere, ti rispetto, telefonami, fammi sapere, non parlare per telefono, non si può mai sapere».

Una delle ultime pagine dell’agenda 2017 contiene un lungo elenco: 47 nomi di donne. Hitomi Tanaka… Alison Tyler… Lisa Ann…Nessuna di loro è presente nelle migliaia e migliaia di pagine dell’inchiesta Montante, neanche nel voluminoso fascicolo del processo. Mai menzionate nemmeno da testimoni che raccontano gli affari di Montante in Macedonia e forse anche a Panama e in Messico. Un altro mistero che  solo Google svela: alcune sono reginette di calendari sexi, la maggior parte porno star. L’assillo di registrare ogni momento della sua vita porta il colonnello Giuseppe D’Agata ad appuntare sulla sua agenda, semmai alla vigilia avesse avuto vuoti di memoria, anche cosa avrebbe fatto il 25 dicembre del 2017, il giorno di Natale: «Pranzo a casa».

Fonte:https://www.editorialedomani.it/politica/italia/agente-segreto-caso-montante-agende-schifani-dagata-gfcks1fs

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