Lady camorra si è pentita, tremano i clan di Ercolano

Mercoledì 10 Febbraio 2016

di Mary Liguori

Mancava il pezzo da novanta, qualora ve ne fosse ancora bisogno, per travolgere ciò che resta della mala di Ercolano. Due decenni di faide, vent’anni di soprusi ai danni di commercianti e imprenditori in balìa degli eventi. Quattro lustri di violenza che ebbero per registi i boss, oggi tutti detenuti, e una donna che da «signora» della droga acquisì, all’occorrenza, lo status di reggente.

Lo hanno detto i pentiti che l’hanno anche accusata di essere stata tra i responsabili dell’agguato ai danni di Gennarino Brisciano, l’ex collaboratore di giustizia ammazzato nel 2001, e l’hanno fatta condannare all’ergastolo. La sentenza è dell’aprile dello scorso anno. Da oggi anche Enrichetta Cordua, 45 anni, lady camorra di spessore che ha guidato il cartello criminale dei Birra-Iacomino per anni, è una pentita. Ed è la seconda donna che si stacca dalle file della criminalità organizzata vesuviana. Prima di lei, Antonella Madonna, moglie del ras al 41bis, Natale Dantese, ha fatto la scelta di passare dalla parte dello Stato, ma la sua fu una decisione dettata più dall’istinto di sopravvivenza che dalla prospettiva di una vita dietro le sbarre.

Antonella Madonna si pentì dopo essere stata a sua volta reggente del clan, quello degli Ascione-Papale, ed aver tradito, con un marinaio, il marito detenuto. La tresca fu scoperta e la donna fu picchiata assieme all’amante dai fedelissimi del padrino. Le portarono via le figlie e minacciarono di morte la sua famiglia d’origine. La giovane donna decise di rifugiarsi tra le braccia dello Stato perché era l’unica possibilità che aveva.Enrichetta Cordua ha un passato completamente diverso alle spalle. Fredda, lucida, non si è mai fatta travolgere dalle passioni e dai sentimenti. È depositaria di segreti che valicano i confini di Ercolano ed è stata protagonista del panorama criminale degli anni a cavallo tra i 90 e i 2000, periodo in cui la droga arrivava a fiumi alle falde del Vesuvio. E i clan di Ercolano non erano certamente i soli a gestire quel traffico che fruttava milioni di lire a settimane.La sua scelta di collaborare è un ennesimo punto messo a segno dalla Dda di Napoli, la prova del lavoro spesso ineccepibile del pool coordinato dall’aggiunto Filippo Beatrice.

Le inchieste che hanno smantellato le cosche di Ercolano portano la firma di Pierpaolo Filippelli, oggi procuratore aggiunto a Torre Annunziata. Anche l’ergastolo per la Cordua fu opera dello stesso pm così come la condanna a vent’anni per associazione per delinquere di stampo mafioso e armi, altro verdetto del 2015. Insomma, oggi, di fronte al «fine pena mai», anche l’irriducibile Enrichetta ha ceduto. E allora tremano i pochi camorristi ercolanesi scampati alle inchieste degli ultimi dieci anni, gli imprenditori che hanno fatto affari con la malavita e che sono riusciti – per ora – a tenersi fuori dalle maglie della Dda. Ma la sua è una memoria di lungo corso e la procura cerca da anni di trovare il bandolo della matassa delle infiltrazioni camorristiche negli ambienti politici, nella gestione degli appalti di alcuni servizi pubblici.

Ad oggi, nessun pentito ne ha parlato, ma la Cordua potrebbe farlo. E non è tutto. Il terremoto che potrebbero scatenare le sue dichiarazioni mette a rischio anche i clan storicamente alleati ai Birra-Iacomino: dai Gionta di Torre Annunziata, che ad oggi sono immuni dall’emorragia di pentiti che ha travolto la camorra vesuviana, fino ai Lorusso di Miano. La notizia del suo pentimento è emersa dopo la condanna, due giorni fa, a dieci anni e otto mesi per l’omicidio di Alfonso Guida: Cordua ha usufruito dell’articolo 8 per i collaboratori di giustizia. I familiari della donna hanno approvato la scelta ed hanno aderito al programma di protezione.

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