LA TRATTATIVA STATO-MAFIA E IL SISTEMA MONTANTE SBARCANO A LATINA COL PENTITO RIGGIO

LA TRATTATIVA STATO-MAFIA E IL SISTEMA MONTANTE SBARCANO A LATINA COL PENTITO RIGGIO

di Bernardo Bassoli

9 Gennaio 2021

L’inchiesta di Rai News24, andata in onda a dicembre scorso, si è concentrata sulle rivelazioni del pentito Pietro Riggio riguardo l’ex numero uno di Confindustria Sicilia Antonello Montante. E spunta uno spaccato inquietante su Latina

L’inchiesta dei giornalisti Pino Finocchiaro e Augusto Piccioni (ascoltala qui) ha come protagonista il collaboratore di giustizia Pietro Riggio, ex agente penitenziario poi affiliato in Cosa nostra, che ha iniziato a rendere dichiarazioni potenzialmente esplosive su rapporti tra mafia, Stato, colletti bianchi e massoneria. Quelle più rilevanti dal giugno 2018 tra verbali resi a investigatori e inquirenti (molti dei quali ancora top secret) e deposizioni nei processi in cui è chiamato a testimoniare, tra cui quello sulla Trattativa Stato-mafia.

Riggio ha fatto più volte riferimento anche ad Antonello Montante, l’ex numero uno di Confindustria Sicilia, considerato un simbolo della legalità e della lotta alla mafia, e invece poi condannato, col rito abbreviato, nel 2019, a 14 anni per associazione per delinquere finalizzata alla corruzione e accesso abusivo a sistema informatico.
Uno scandalo, da cui scaturì l’inchiesta “Double Face”, che prese il nome di “Sistema Montante” in cui furono coinvolti anche appartenenti allo Stato infedeli, massoneria, nomi eccellenti, intrecci mafiosi. Per avere un’idea della portata, gli inquirenti ritengono che Montate possa essere venuto a contatto con le famose intercettazioni, poi distrutte, tra l’ex Presidente della Repubblica Napolitano e l’ex Ministro della Giustizia Mancino in cui si sarebbe parlato proprio del processo sulla
 Trattativa Stato-mafia.

Ora, al processo “Double Face” che si svolge al Tribunale di Caltanissetta, il collaboratore di giustizia ha ammesso di aver conosciuto e incontrato Montante (condannato a 14 anni in abbreviato per corruzione) che gli avrebbe detto di essere amico del cugino di Riggio, Carmelo Barbieri, e di aver saputo che c’erano delle indagini che riguardavano la famiglia di Piddu Madonia, considerato uno di quelli che facevano da tramite per i messaggi recapitati al boss di Cosa Nostra Bernardo Provenzano prima della sua cattura avvenuta nel 2006.

Tuttavia Pietro Riggio, a quanto racconta nel processo d’appello sulla Trattativa Stato-mafia in corso a Palermo, sarebbe stato raggiunto da minacce di uomini insospettabili. “Non di mafia“, ha precisato nell’udienza celebratasi ad ottobre scorso, perché sostiene che la mafia non l’ha mai cercato, ma uomini di Stato che gli hanno intimato di non parlare di Antonello Montante, né del “Sistema Montante”.

Hanno fatto di tutto per chiudermi la bocca. Io adesso la bocca non la chiudo più. Io non lo so se morirò o rimarrò vivo. Ma questo poco importa perché quello che avevo da dire l’ho messo a verbale. Sono stato minacciato prima velatamente da appartenente allo Stato, non alla mafia. Chi mi ha minacciato ha una divisa. Hanno fatto di tutto, anche sotto protezione“, ha rivelato in aula al processo d’appello sulla Trattativa Stato-mafia.

Pietro Riggio, infatti, è stato per un periodo a Latina, sotto protezione e con una falsa identità (Pietro Di Benedetto). È nel capoluogo pontino che Riggio/Di Benedetto ha raccontato di essere stato raggiunto da un personaggio, a fine maggio del 2016, nei pressi del Tribunale di Latina, qualche giorno prima dell’udienza presso il Tribunale di Sorveglianza di Roma che avrebbe stabilito o meno la concessione della detenzione domiciliare.

Pensavo fosse qualcuno che volesse un’indicazione stradale – ha detto in aula Riggio – “Invece d’acchito mi disse ‘lascialo stare a Montante, cosa ti ha fatto? Non ti ha fatto nulla…Non cacciarti in questi guai ricordati che il 31 hai l’udienza e se ne andò a bordo di una BMW che lo prelevò“.

Successivamente, l’episodio di fronte al Tribunale di Latina, Riggio lo raccontò al suo referente per esigenze del collaboratore di giustizia Antonio D’Onofrio, ispettore capo della polizia di Stato a Latina che gestiva i pentiti sotto protezione nel territorio pontino.

Anche D’Onofrio, a quanto sostenuto da Riggio, gli avrebbe intimato di “lasciare perdere Montante e non nominare le persone con la divisa“. D’Onofrio, secondo Riggio, “chiuse l’intervento dicendo “vedi che ti faranno fare la stessa fine di Gioè” (ndr: Antonino Gioè, il boss morto ufficialmente suicida in carcere in circostanze mai chiarite nel luglio 1993)”.

Come noto, l’ispettore capo della Questura di Latina Antonio D’Onofrio è morto a 58 anni. D’Onofrio si sparò un colpo di pistola alla testa il 24 dicembre 2018 sul terrazzo della Questura di Latina dove dormiva in una camerata di servizio. Una versione, quella del suicidio, alla quale il pentito ha detto di non credere. “Non si può escludere che – ha spiegato il giornalista nell’inchiesta Finocchiaro – qualcuno di ben informato abbia avvertito D’Onofrio che Riggio aveva iniziato a parlare di lui, e quindi era stato bruciato dalle rivelazioni del pentito“.

Un punto di vista che non trova riscontro qui a Latina, ma che appare inquietante. A giugno 2018 Riggio inizia a rendere le dichiarazioni più importanti, sei mesi dopo D’Onofrio, persona rispettata da tutti negli ambienti della Questura di Latina, si toglie la vita.

 

Fonte:www.latinatu.it

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