La trattativa mafia-stato,a Palermo come per la Terra dei Fuochi in Campania ed altrove.

  DR.GOZZO,GRAZIE PER AVER FATTO EMERGERE CHE GLI ALTI VERTICI DELLO STATO “SAPEVANO” DELLA TRATTATIVA,MA LO SFORZO CHE VIENE CHIESTO A VOI MAGISTRATI,ALMENO A QUELLI CHE STANNO COME LEI AL FRONTE E CHE VOGLIONO FARLO,DEVE TENDERE AD ACCERTARE SE LO “STATO”,QUESTO “STATO”, NEL CASO DI PALERMO,COME IN QUELLO DELLA “TERRA DEI FUOCHI” IN CAMPANIA ED IN ALTRI ANCORA,DELLA TRATTATIVA CON LA MAFIA NE E’ L’AUTORE,   ASS.CAPONNETTO-

Il pm Gozzo: “Sulla trattativa con la mafia sapevano i più alti vertici dello Stato”

di  | 8 marzo 2012 
Il pm: “Nessuna responsabilità dei politici, ma sconcerta il loro silenzio”. Grasso: “La strategia della tensione sarebbe continuata con un nuovo attentato, se non fosse stato arrestato Riina”. L’obiettivo sarebbe stato l’attuale procuratore antimafia
A sinistra il procuratore aggiunto di Caltanissetta Nico Gozzo

“Dalle nostre indagini emerge che i più alti vertici dello Stato sapevano della trattativa tra pezzi dello Stato e la mafia nel 1992, ma nessuno informò l’autorità giudiziaria”. Lo ha detto il procuratore aggiunto di Caltanissetta Nico Gozzo parlando alla conferenza stampa per i quattro arresti per la strage di via D’Amelio. “La dottoressa Ferraro (Liliana Ferraro, allora direttore degli Affari penali al ministero della giustizia, ndr) la comunicò all’allora ministro della giustizia Martelli e venne comunicata anche alla presidenza del Consiglio”. Però “non venne riferito nulla all’autorità giudiziaria”.

Gozzo ha aggiunto che “non sono emerse responsabilità di politici, ma mi sconcerta il silenzio di alcuni politici. Se Massimo Ciancimino ha un merito è quello di avere fatto risvegliare la memoria a qualcuno”.

“E’ un giorno particolare per me, sia dal punto di vista personale che professionale – ha detto il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso durante lo stesso incontro con la stampa – perchè ho avuto il privilegio di raccogliere le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, nel giugno 2008, che hanno cambiato la prospettiva delle indagini sulla strage di via D’Amelio”. Dichiarazioni che Grasso definisce “rivoluzione copernicana”. Le ordinanze di custodia cautelare eseguite oggi sono infatti arrivate nell’ambito della nuova inchiesta scaturita appunto dalle rivelazioni del pentito. Grasso, riferendosi alle dichiarazioni di Spatuzza sulla scorta di quanto apprese dal boss Giuseppe Graviano, ha parlato di “un palinsesto di azioni già tracciate: un percorso che partì dall’omicidio Lima fino alla fallita strage dello stadio Olimpico di Roma del 1994″.

“La strategia della tensione non ha mai abbandonato l’Italia” ha aggiunto il procuratore antimafia. Tre i moventi della strage, secondo Grasso: la ventilata nomina di Paolo Borsellino alla guida della Dna; le azioni repressive che il ministero della Giustizia avrebbe adottato contro la mafia “e in questo contesto Borsellino avrebbe agito nel pieno delle sue funzioni con atti concreti”; infine l’ultima causale “di tipo eversivo-terroristico che la mafia voleva attuare per evitare mutamenti politici non graditi”. Una strategia che la criminalità organizzata avrebbe proseguito per accelerare le trattative, tanto che – continua Grasso – nell’autunno 1992 sarebbe stato progettato un ulteriore attentato e questa volta l’obiettivo sarebbe stato lui stesso, l’attuale procuratore nazionale antimafia. Progetto saltato, ha detto Grasso, quando Totò Riina e i suoi collaboratori sono stati arrestati.

“Non bisogna mai abbandonare il percorso vera la verità, anche se è passato tanto tempo e ci sono verità processuali definitive, neanche se confermate da sentenze di Cassazione” ha concluso Grasso. “Auspico che continui questa strada verso la verità e la giustizia. Non si abbandonerà mai questa idea di giustizia – dice – bisogna sempre cercare elementi per raggiungere la verità”. Tuttavia l’indagine su uno degli episodi chiave di quel periodo (il fallito attentato dell’Addaura) è a rischio prescrizione, mentre, ha detto Grasso, “non ci può essere la prescrizione su fatti del genere, in uno Stato civile e democratico”. Sulla questione si è soffermato anche il procuratore di Caltanissetta Sergio Lari: “Rischia la prescrizione perché non ci sono stati morti. Purtroppo gli anni passano e alcuni reati si prescrivono” ha detto Lari, che ha rivolto e un appello alla politica per allungare i termini delle indagini sui fatti più gravi.

Resta infine il giudizio sospeso su Massimo Ciancimino: “Qualche riscontro delle sue parole è arrivato, soprattutto sui contatti tra gli ufficiali dei carabinieri e suo padre. Il suo contributo però non è stato decisivo come avrebbe potuto essere”. Più duro Lari: “E’ quasi nullo l’apporto che ha dato Massimo Ciancimino alle nostre indagini. Abbiamo ascoltato 190 files con le intercettazioni di Ciancimino per accertare il suo profilo di attendibilità. Ebbene, è venuto fuori che ha detto il falso”.

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