LA TRATTATIVA – COSE ‘NOSTRE’

Comincia a squarciarsi il velo su quasi vent’anni di connection, patti e trattative tra lo Stato e la mafia. Per capire la genesi delle stragi e arrivare alle vere responsabilita’ politiche. Ecco nomi e protagonisti di quegli anni di potere e di sangue.

Una oppure due trattative? O forse tre? E per quanto sono durate, qualche mese? O addirittura anni? E quali i protagonisti in campo, finalmente a volto scoperto? Interrogativi sempre piu’ fitti e intricati nelle nuove inchieste sull’asse Palermo-Caltanissetta per far luce, dopo 17 anni, sui mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio, e mettere a fuoco, una buona volta, i contorni della Trattativa Stato-Mafia, dai vertici istituzionali sempre fieramente negata, e invece sotto gli occhi di tutti, come il classico segreto di Pulcinella. Soprattutto dopo le recenti rivelazioni di Massimo Ciancimino, figlio di don Vito.
Per capirci qualcosa, in un mosaico a mille tessere che piu’ complesso non si puo’, procediamo attraverso una scansione temporale, che, forse, puo’ consentire una piu’ lucida lettura di quei tragici avvenimenti e di quelle pagine che hanno insanguinato – e cambiato – il volto del nostro paese.
Partiamo dal 1990. Alcune piste investigative siciliane ipotizzano contatti tra emissari di boss mafiosi e uomini dei servizi per “trattare”. «Occorre rivedere e ammorbidire la legislazione antimafia – sarebbe l’imput – altrimenti parte la reazione e arrivano le bombe».
Ottobre 1990. Cambio al Viminale. Lascia la poltrona (bersagliato dall’ex Pci) Antonio Gava, capo del Grande Centro doroteo. Gli subentra Vincenzo Scotti, altro pezzo da novanta della Dc, doroteo con una passato andreottiano nel cuore, ex ministro della Cultura, poi della Protezione civile negli anni del “miracoloso” bradisisma a Pozzuoli (una manna per politici, costruttori, camorristi e faccendieri). Dopo un esilio dorato a Malta trascorso tra le aule universitarie, oggi Scotti e’ sottosegretario agli Esteri in quota Mpa.
Febbraio ‘91. Sul tavolo di Giovanni Falcone arriva un esplosivo (e’ il caso, purtroppo, di dirlo) dossier, il rapporto “Mafia e Appalti”, redatto dal Ros dei carabinieri di Palermo (il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno in prima fila) e dallo Sco della polizia di Caltanissetta. Uno squarcio dei rapporti tra mafia e imprese, per controllare, con l’ovvio consenso politico, l’arcimiliardaria torta degli appalti pubblici, con un maxi affare come l’Alta velocita’ ormai alle porte, pronto da mandare in TAV…ola. Un dossier secondo alcuni parziale, con luci, ombre e, soprattutto, omissioni; secondo altri in grado di alzare veli decennali di omerta’. E c’e’ chi ipotizza che per allestire quel dossier – con tutta evidenza elaborato nel corso dell’anno precedente, ossia il 1990 – abbia fornito un contributo non da poco proprio Vito Ciancimino, «specializzato nel settore degli appalti pubblici – raccontano a Palermo – al quale poi gli stessi Mori e De Caprio avrebbero chiesto di fare da vero e proprio infiltrato».
Febbraio ‘92. Esattamente un anno dopo inizia Tangentopoli: il 18 al Pio Albergo Trivulzio di Milano viene arrestato Mario Chiesa. Poche righe sui media nazionali. Nel giro di qualche settimane comincia il diluvio.

SOS STRAGI. ANZI, NO
Marzo ‘92. A Palermo viene ammazzato Salvo Lima. Il regolamento di conti comincia. Due settimane dopo (17 marzo) dal ministero degli Interni viene diramato a tutte le prefetture italiane una sorta di sos. Esiste un piano – fa sapere in sostanza Scotti – per destabilizzare il paese a base di attacchi giudiziari ai big della politica e bombe mafiose. Apriti cielo, se pur solo per 48 ore: il tempo, per il primo inquilino del Viminale, di rimangiarsi tutto. Una patacca, la sua, come conferma davanti ai membri della sbigottita commissione Affari costituzionali. Un ballon d’essai, secondo altri. Di chi sa molto. Ma la patacca sembra tornare realta’: prima in un “anonimo” circolato per mezza Italia, ancora via prefetture e non solo; poi a settembre, in una riunione a casa Scotti (non piu’ ministro da due mesi), quando i vertici di polizia e carabinieri, rispettivamente Vincenzo Parisi e Domenico Pisani, lo “confermano” al segretario dc Mino Martinazzoli.
23 maggio 1992. La strage di Capaci.

ILe#8200;SUCCESSOREe#8200;SMEMORATO
1 luglio. Agli Interni subentra Nicola Mancino. «Prima di accettare ci ho pensato per due notti», dira’ ai cronisti. Forse proprio perche’ insonne, non ricordera’ poi l’incontro con Paolo Borsellino, piu’ volte ribadito dal fratello Salvatore (che lo chiama «lo smemorato di Montefalcione»), e da Mancino smentito per l’ennesima volta davanti agli inquirenti di Palermo e Caltanissetta qualche settimana fa, nel corso di un interrogatorio di quasi tre ore. «L’incontro con Borsellino? Non l’ho visto, a meno che non sia stata una stretta di mano come le centinaia di altre di quel giorno, di cui non ho memoria».
19 luglio. La strage di via D’Amelio.

ARRIVAe#8200;CASELLI
In rapida sintesi i fatti del 1993. Il 15 gennaio – lo stesso giorno dell’arrivo a Palermo del neo procuratore capo Giacarlo Caselli – viene arrestato Toto’ Riina. «Un trionfo per noi investigatori, dopo mesi e mesi di lavoro», esulta l’ora generale Mori. Peccato che la mappa del covo sia passata proprio via Ciancimino – come ha confermato in aula il figlio Massimo – mittente con ogni probabilita’ il nuovo capo di Cosa Nostra, che voleva la “pace”, Bernardo Provenzano.
Marzo 1993. Le bombe di Roma e Firenze, la strategia mafiosa che assalta i monumenti, chiari messaggi ai forse nuovi padroni del vapore (o in odor di esserlo). Le bombe proseguono anche a luglio. Nello stesso mese muore “suicida” in carcere Raul Gardini, il patro’n del gruppo Ferruzzi, il primo grande avamposto industriale nel quale aveva fatto il suo ingresso la piovra: tanto che allo sbarco in borsa del titolo Falcone esclamo’ «la mafia va in Borsa!».

MANINE MIRACOLOSE
Allora, una, due o tre trattative? E lungo quale arco temporale? Ecco l’ultima versione di Ciancimino junior. I contatti sostanziali avvengono a giugno ‘92, a cavallo fra Capaci e via D’Amelio. Sarebbe De Donno a contattarlo per convincere il padre ad un incontro con Mori ed avviare la “trattativa”, a base di Riina contro favori per i mafiosi (compresa la mancata cattura di Provenzano, che cosi’ diventa il vero interlocutore del nuovo establishment politico). Il “patto” si sostanzia nei mesi successivi, e proprio a fine anno da una “manina” miracolosa arriverebbero al Ros le piantine con la indicazione del covo dove trovare, con gran facilita’, Riina. La terza fase parte dopo le bombe “dimostrative” di Roma e Firenze (ed anche dopo l’attentato a Maurizio Costanzo), quando l’interlocutore ufficiale diventa lo stesso Provenzano (e il ruolo di Vito Ciancimino, a questo punto, si fa ininfluente).
Secondo la tempistica di tale ricostruzione, quindi, la prima fase avviene quando al ministero degli Interni ci sono prima Scotti (col pci Luciano Violante all’Antimafia) e, subito dopo, nelle settime bollenti che seguono, Mancino. La terza fase rientrerebbe, a questo punto, in orbita berlusconiana, con un Marcello Dell’Utri in prima linea.
Al processo di Palermo, uno degli uomini chiave di Cosa nostra, protagonista nella strage di Capaci, Giovanni Brusca, ha parlato di un «terminale istituzionale», ovvero dell’uomo che, per conto dei vertici dello stato, avrebbe condotto la trattativa. L’uomo che avrebbe soggiornato a Villa Igiea, sul lungomare palermitano, ben visibile da Utveggio, il castello dei misteri sulla collina, avamposto di 007 “deviati” del Sisde. E’ stato proprio Brusca a indicare la pista degli appalti come movente alla base dell’elimazione di Falcone, che stava arrivando al cuore del problema: mafia, affari, alta finanza e politica, un mix esplosivo.
Sentiamo cosa dice Brusca a proposito del misterioso “terminale”. «Feci quel nome in tempi non sospetti, in fase d’indagine». Linguaggio sibillino, come al solito. Nelle sue varie verbalizzazioni, scorrendo nel tempo, si scopre che Brusca una sola volta ha fatto riferimento a quel nome; citando, a sua volta, una propria dichiarazione resa ai pm antimafia Grasso e Chelazzi, nella quale parlava di un articolo comparso su Repubblica in cui veniva fatto il nome di un politico. Cosi’ era scritto nel pezzo: «I due pm sono gli autori di un verbale di interrogatorio che e’ ancora secretato e in quel verbale Brusca fa riferimento all’ex ministro degli Interni Nicola Mancino che si insedio’ al Viminale il primo luglio 1992, proprio il giorno in cui Borsellino interrogava a Roma il pentito Gaspare Mutolo». Oggi, invece, e’ secretato il fresco interrogatorio di Mancino. Da quell’incontro con Mancino – lo ricorda bene il fratello Paolo – Salvatore Borsellino usci’ sconvolto; se ne ha conferma nell’ultima uscita pubblica prima della sua uccisione, quando in un infuocato dibattito esterna tutta la sua amarezza (per certi comportamenti istituzionali, traspare dalle sue parole) e il suo profondo senso di solitudine e isolamento.
E’ evidente, a questo punto, che la trattativa – possibile movente per la eliminazione di un magistrato che quella trattativa sentiva come un oltraggio – sia cominciata ben prima (un mese, o piu’?) di quel 1 luglio. Per la serie, prende corpo e sostanza quando in sella al Viminale c’e’ Scotti, continua e si consolida nel momento in cui il testimone passa a Mancino. Insomma, si gioca sempre in casa Dc. Nel frattempo “vigila” il ministro degli Interni ombra (e numero una dell’Antimafia), Violante, un altro che con 17 anni di ritardo sta dispensando frattaglie di ricordi.

PARLAe#8200;RIINA
«Io con le stragi del ‘93 non c’entro niente», sono le recenti parole di Riina. Le prime dopo un lunghissimo silenzio. Cinque anni fa l’ultima verbalizzazione “calda”, quando nel corso di un’udienza processuale del 2004 e’ lui a puntualizzare e a chiedere: «Il figlio di Ciancimino non e’ stato mai citato, mai sentito. Perche’ il figlio di Ciancimino che collaborava con ‘sto colonnello non ci dice perche’ cinque, sei giorni prima l’onorevole Mancino ci dice: Riina questi giorni viene arrestato. Ma a Mancino chi ce lo disse cinque, sei giorni prima che Riina veniva arrestato?».
In una recente intervista rilasciata al battagliero mensile Antimafia 2000 e’ l’avvocato dell’ex capo di Cosa nostra, Luca Cianferoni, a parlare. «Quando De Donno riferi’ del colloquio con Vito Ciancimino disse testualmente che questi, dialogando sulla causale delle stragi del ‘92, gli spiego’: “Avete tolto le ruote alla macchina, la macchina deve girare. O le indagini su Tangentopoli finiscono, o le stragi non finiranno”». E poi: «Un altro aspetto oscuro e’ la storia di Corsi Giuseppe, un impiegato della societa’ di Roma da cui fu presa la macchina, la Fiat Uno, per compiere l’attentato ai danni di Maurizio Costanzo. Questa societa’ aveva il nulla osta sicurezza e lavorava con il Sismi». Tra tutti i vip della politica ospiti del celebre Costanzo show – commento’ a inizio ‘90 una persona del suo strettissimo entourage – uno era il preferito dell’anchor man: Vincenzo Scotti.
Secondo il legale di Riina, dunque, i vertici mafiosi volevano la fine precoce di Mani pulite, «perche’ la macchina deve ripartire». Puo’ aver un senso, a questo punto, la notizia che per anni e’ circolata tra i corridoi del palazzo di giustizia meneghino, di un incontro tra un big della procura e Licio Gelli a Villa Wanda? Un incontro “informale”: avranno parlato di un maxi colpo di spugna? Di indagini soft? E l’altrettanto precoce, improvviso abbandono della toga da parte di Antonio Di Pietro, in quale ottica si puo’ leggere?
«Chiedetelo a Di Carlo delle stragi – continua oggi Riina nelle pur scarne dichiarazioni – era lui in contatto con i servizi segreti». Erano parecchi i mafiosi in piu’ che stretto contatto, gomito a gomito, con gli uomini dei servizi “deviati”, si fa per dire. A cominciare, comunque, proprio da Francesco Di Carlo. E da quell’incontro del 1990 – un crocevia nella storia delle stragi – nel carcere londinese di Full Sutton, dove si trova detenuto. Riceve la visita di quattro signori (sembra un po’ il copione in salsa britannica del carcere di Ascoli Piceno ai tempi del sequestro di Ciro Cirillo, con continue visite degli uomini dei servizi del piduista Giuseppe Santovito e dell’amico Francesco Pazienza a Raffaele Cutolo e ai suoi): tre mediorientali e un italiano. Sono arrivati li’ per un consiglio: un picciotto di fiducia per ammazzare un giudice rompiscatole, Falcone. Di Carlo, a quanto pare, fa il nome di Antonino Gioe’. Il quale effettivamente fara’ parte del commando di Capaci. Poi arrestato, Gioe’ dopo un mese di detenzione a Rebibbia, viene trovato “suicidato”, impiccato. Non bastava una tazzina di caffe’?

Code di ROS
La cattura di Riina e’ «dovuta all’attivita’ di una sezione del Ros col prezioso supporto dell’Arma territoriale di Palermo. Questa precisazione e’ diretta a far giustizia di ogni altra diversa e contraria notizia originata da fonti interessate a sminuire il valore dell’operazione». L’excusatio non petita e’ la ciliegina sulla torta di una lunga intervista rilasciata al Corriere della sera da Mario Mori il 28 gennaio 1993, a poco piu’ di dieci giorni dalla cattura del secolo, quella di Toto’ Riina. «Siccome non abbiamo la palla di vetro e non siamo supermen ci siamo collegati con l’Arma territoriale a Palermo per scremare tutte le informazioni che ci potevano essere utili. L’operazione poteva durare anche un anno». Peccato che la palla di vetro ci fosse, fornita su assist dei Ciancimino, come Massimo rivela qualche settimana fa.
Un’abitudine dei Ros, la coda di paglia. Stesso copione nel corso di un’udienza dibattimentale a Milano, sul banco degli imputati i giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, querelati per diffamazione da Sergio Di Caprio, alias Capitano Ultimo, braccio destro di Mori nell’operazione Riina. Il mitico capitano interpretato nella fiction da Raoul Bova, si sente offeso dalla semplice narrazione dei fatti che sono seguiti alla cattura: ossia la mancata perquisizione e il mancato controllo del covo per la bellezza di due settimane (proprio quando Mori si faceva intervistare gonfiando il petto), tranquillamente “ripulito” dai mafiosi, addirittura ritinteggiato. «Non ho mai detto che nella cassaforte c’era un archivio di 3000 nomi», sbraita Ultimo al processo.
A questo punto, la Voce chiede all’avvocato di Bolzoni e Lodato, Caterina Malavenda, se i suoi assistiti abbiamo mai scritto o fatto riferimento a tale circostanza. Mai, risponde il legale milanese. Cosa vuol dire? “Spontaneamente” Di Caprio ammette qualcosa di clamoroso, l’esistenza di un archivio di 3000 nomi, insospettabili, pezzi grossi, vip in qualche modo “nelle mani”, oppure “nella disponibilita’” di Cosa nostra.
Il quadro si fa chiaro. Riina e’ stato “venduto”, e in cambio, oltre ad una “pax” che puo’ consentire affari a tantissimi zeri, anche un enorme potere di ricatto. Cose che possono tornare utili ai nuovi politici di riferimento.
Forse quella nuova classe dirigente alla quale fa piu’ volte riferimento un altro dei pentiti chiave e mafioso di peso, Salvatore Cancemi, che ad esempio parla di Berlusconi e Dell’Utri come di «personaggi che una volta al potere ci avrebbero aiutato»?
Torniamo ai protagonisti di quei giorni ancora avvolti nel mistero. Tra le pagine degli atti processuali (un’assoluzione “di condanna” per Mori, De Caprio e C., come spiega con chiarezza Sandro Provvisionato nei Misteri), fa capolino il nome di Domenico Cagnazzo, a quel tempo comandante dei carabinieri di Palermo, poi tornato nell’aversano, sua terra d’origine, oggi inquisito dalla procura di Napoli per una brutta inchiesta su rifiuti tossici, camorra e massoneria (documentati i suoi stretti rapporti con il plurifaccendiere Cipriano Chianese). Accusato di aver fornito ai cronisti l’ubicazione del covo alcune ore prima del blitz, in una sfilza di non so, non ricordo e di scaricabarile, alla fine il generale Cagnazzo, ora in pensione, dichiara: «Io non avrei mai dato l’ordine di riferire dove fosse il covo… si trattava del rispetto dei patti che erano intervenuti con i colleghi del Ros e con i magistrati». Trattattive, patti, e che altro?
Ma chi era al vertice del Ros in quei giorni? Chi, insomma, un gradino al di sopra di Mori? Il generale Antonio Subranni, un militare che e’ riuscito a far parlare poco di se’. Tranne che in un’occasione (pressocche’ oscurata dai media). Quando quindici anni prima, nel 1978, era a capo del reparto operativo del gruppo carabinieri di Palerno che coordino’ le indagini per l’omicidio di Peppino Impastato. Ricorda lo storico ed esperto di mafia e camorra, Thomas Behan, autore di “Defiance” dedicato alla figura del giornalista ammazzato a Cinisi: «Impastato viene ucciso nelle primissime ore del 9 maggio. A mezzogiorno viene ritrovato il corpo di Aldo Moro. Il giorno dopo il maggiore Subranni scrive espressamente in un rapporto di “decesso in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso” che aveva “progettato e attuato l’attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte a un fatto eclatante”. Il suicidio, percio’, di uno che sapeva con anticipo della morte ormai prossima di Moro, quindi uno che faceva parte della direzione strategica delle Br». Peccato che una sentenza della Corte d’Appello di Palermo abbia in seguito accertato che il mandante dell’omicidio di Peppino era il boss Gaetano Badalamenti.
Ma Subranni ha mai subito qualche conseguenza per quella oltraggiosa indagine? Neanche per sogno. La sentenza Impastato censura il suo operato, poi il silenzio. E la carriera, che prosegue nel suo corso dorato fino ai galloni di generale. Oggi la placida pensione e un pensiero alla figlia, Danila Subranni, 42 anni, giornalista. Si fa le ossa all’ufficio stampa della Cisl, poi al Giornale di Sicilia, quindi all’ufficio stampa di Forza Italia della Regione. Oggi Danila e’ la portavoce ufficiale del ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

Andrea Cinquegrani

(Tratto da La Voce delle Voci)

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