LA STORIA DEI CASAMONICA È LA STORIA DI LATINA AL TEMPO DEI CLAN CIARELLI E DI SILVIO

LA STORIA DEI CASAMONICA È LA STORIA DI LATINA AL TEMPO DEI CLAN CIARELLI E DI SILVIO

27 Aprile 2019

di Bernardo Bassoli

Ci eravamo già occupati di Casamonica – Viaggio nel mondo parallelo del clan che ha conquistato Roma”, il libro uscito il 29 gennaio ad opera del giornalista/scrittore Nello Trocchia. Oggi, più di quando è uscito, è particolarmente significativo che l’autore venga in terra pontina, precisamente a Terracina presso la libreria Bookcart alle ore 18, a parlarci di ciò che ha visto e tramutato in pagina scritta. Sì perché la realtà dei Casamonica a Roma è molto simile, se non identica, a quella dei clan Ciarelli, Di Silvio, De Rosa, Fè a Latina, finalmente acclarata e raccontata (almeno per quanto riguarda il gruppo di Lallà Di Silvio), almeno da ieri, dall’informazione tout court– non solo da La Repubblica ad altre testate nazionali, persino con un servizio su Rainews: un’attenzione a cui Latina è poco avvezza, in fatto di criminalità organizzata oscurata da Roma, Napoli e il Sud Pontino.

La realtà mafiosa, quella dei clan sinti, di cui Latina Tu si occupa sin dalla sua nascita, vieppiù, nello specifico, dell’allaccio opaco e grave di questi criminali con un certo mondo mediano, imprenditoriale e, poi, con la politica pontina. Lega di Latina in primis, ma non solo – vedi articolo dedicato a Fratelli d’Italia post Maiettopoli -, come sta emergendo dai verbali omissati di Renato Pugliese e Agostino Riccardo, ma già comunque tracciato ed evidenziato dall’inchiesta Alba Pontina, il corrispettivo latinense dell’inchiesta romana Gramigna, entrambe coordinate dalla DDA capitolina, da cui Nello Trocchia prende spunto per scavare e descrivere le dinamiche dei Casamonica, i rapporti, i loro contatti, il loro modo di essere mafia-famiglia, i loro business e il lucro, le grida barocche, la vigliaccheria violenta, il disprezzo pressoché totale per lo Stato e le sue leggi, il razzismo verso i gaggi (i bianchi).

I latinensi troveranno nel libro di Trocchia le stesse logiche e la stessa sintassi praticate dai Di Silvio, dai Ciarelli, dai Travali, dai Fe, dai Morelli eccetera, ossia da coloro che, facendo parte dei clan sinti della città, hanno avuto un impatto sociale e percettivo tale che ogni latinense ha, ormai, nel suo bagaglio e immaginario culturale la possibilità di riconoscere una mafia.
La nostra mafia, non per vanto, ma come reale presa di coscienza e, auspicabilmente, per più di qualcuno, fonte di indignazione per cui anche
 Latina, stretta tra Roma, il Sud Pontino e Napoli, ha avuto e ha una criminalità organizzata autoctona. Non solo esclusivamente una mafia composta dai clan sinti ma della quale sicuramente quest’ultimi hanno costituito un riconosciuto marchio di fabbrica criminale, sviluppando dagli anni ottanta un profondo radicamento nel territorio. Ciascun latinense sa che ogni qual volta si parli di mafia, si parla anche e sopratutto di clan sinti.

Una città, Latina, molto strana o, come direbbe il grande Pippo Fava, babba alla maniera della sua Catania anni ’80, dove, a prescindere dalle ultime inchieste di questi anni (Lazial fresco, Caronte, Don’t Touch, Alba Pontina ecc.), dai pentiti, dalle aderenze con la classe economico-politica che vi sono state e vi sono ancora, non fa nessuno scalpore che il direttore della principale testata giornalistica della provincia presenti allo scrittore famoso Renato Pugliese, prima che questo divenisse un pentito e, quindi, quando era a tutti gli effetti un criminale inserito in un clan agguerrito e violento.

Scrive la casa editrice nella presentazione al libro di Trocchia che “il 20 agosto 2015 l’Italia si accorge dell’esistenza del clan Casamonica. I petali piovono sul piazzale davanti alla chiesa di San Giovanni Bosco, mentre le note del Padrino accompagnano l’arrivo di una carrozza funebre scortata dai vigili urbani. Sulla facciata della chiesa, c’è un grande ritratto di Vittorio Casamonica su cui campeggia la scritta “Re di Roma”.
Una scarsa percezione che non colpisce più la maggioranza dei latinensi ma che, fino a qualche anno fa, era acuita da uno scarto generazionale. Ci hanno messo un po’, infatti, a Latina, i clan sinti a palesarsi nel tessuto sociale: prima si sono arricchiti con l’usura, poi con le estorsioni, e ancora col recupero crediti, e infine con l’ingresso nel narcotraffico; solo dopo aver accresciuto il loro peso hanno permesso ai figli e ai figli dei figli di intridersi nel corpo cittadino, per dominarlo ovviamente. Negli anni novanta, quando i clan di origine sinti già spadroneggiavano in città (con la custodia dei Casalesi), era facile che i padri di allora che avevano vissuto la Latina piuttosto tranquilla, mafiosamente parlando, degli anni Sessanta, Settanta, non si riconoscessero, né potessero dare credibilità, ai racconti dei figli adolescenti che invece riportavano a casa storie di criminalità, sudditanza territoriale, di prepotenze bastarde, che in realtà già avevano i contorni di clan strutturati e agguerriti, inzuppati nello spaccio, in alleanza con i clan del sud pontino e del casertano, e con i Casamonica/Di Silvio di Roma.

Ciò che scrive Trocchia ci appartiene, va solo rimodulato in salsa pontina. Eppure quel kitsch, quella ferocia, quell’adulazione di se stessi (vedi video a seguire, caricato da Giuseppe “Romolo” Di Silvio, in carcere per l’omicidio Buonamano, insieme ad Antonio “Patatino” Di Silvio e il cantautore neomelodico napoletano Mino Vastano), l’esibizione tracotante dei clan sinti, tutto questo noi lo riconosciamo bene, da quando si è fatto potere, non più folclore o stereotipo ancora predicato da una certa élite intellettuale, bensì potere vero e pertanto agganciato dalla politica a sua volta fattasi agganciare, il mondo del centrodestra in particolare, e non da un decennio come dice Agostino Riccardo, il secondo pentito di Latina (terzo, se si include il pentito che ha smesso di esserlo per timore, Roberto Toselli), ma, appunto, da quando i clan sinti sono risultati appetibili. Per raggio d’azione, per capacità di incutere terrore, e desiderio “politico” di accostarsi alla politica interessata in uno scambio reciproco.

C’è questa guazza da tempo: da quando il vicesindaco di Latina Galardo, nella seconda amministrazione Zaccheo, aveva fatto ottenere la pensione d’invalidità al capostipite dei Ciarelli, Antonio, il padre del boss riconosciuto e rispettato anche dai nemici, Carmine; da quando i soldati e gli affiliati dei Di Silvio&co frequentavano qualche studio di professionisti e le cabine elettorali a ogni tornata di elezioni e te li ritrovavi ai seggi, spesso a scortare il politico di turno che tentava la scalata per un posto in Comune; da quando ogni candidato, già negli anni novanta, veniva avvicinato da affiliati ai clan sinti che proponevano pacchetti di voto, veri o millantati. Ecco, sarebbe liberatorio se a distanza di anni, parlassero apertamente anche coloro i quali sono stati avvicinati ma hanno saputo resistere. Perché più di qualcuno ci sarà stato, ma poi è stato zitto.
Non è da poco che la politica pontina appalta l’attacchinaggio e la propria dignità ai clan sinti e adesso che pare se ne siano accorti anche i media nazionali, la
 Commissione Antimafia (da poche ore il Presidente Morra ha chiesto la presenza di Matteo Salvini in audizione), è proprio l’ora più pericolosa quando un flusso indefinito di media rischia di sovrastare la complessità della criminalità pontina. Speriamo non accada. Noi continueremo a raccontarla e a denunciarla, come fa Trocchia nel suo importante libro.

Fonte:https://latinatu.it/l

 

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