La “squadra della morte” e il fallito agguato contro Salvatore Contorno

La “squadra della morte” e il fallito agguato contro Salvatore Contorno

«Sbucò improvvisamente dalla destra una motocicletta potentissima e molto silenziosa, alla guida della quale vidi Giuseppe Lucchese e immediatamente mi resi conto del pericolo. Subito dopo, la motocicletta si accostò alla mia autovettura e vidi apparire seduto dietro, Pino Greco “Scarpuzzedda” che lasciò partire contro di me una raffica di mitra…»

A CURA DELL’ASSOCIAZIONE COSA VOSTRA

16 marzo 2021

Su Domani continua il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. Dopo la serie sull’omicidio di Mario Francese e quella sul patto tra Cosa Nostra e i colletti bianchi, raccontiamo adesso la seconda guerra di mafia, quarant’anni dopo.

Alle ore 19.50 circa del 25.6.1981, tale Di FRESCO ANTONINO, alla guida della sua vettura, si fermava ad un posto di controllo dei CC. In questa via Oreto ed informava i militari che poco prima in questa via Giafar nel quartiere Brancaccio si era svolta una sparatoria in cui era rimasto ferito un ragazzo che egli, trovandosi a passare, aveva caricato sulla sua auto per accompagnarlo al pronto soccorso.

I CC. provvedevano ad avviare al pronto soccorso il ferito identificato per FOGLIETTA GIUSEPPE di anni 11, ed a smistare l’allarme.

Poco dopo militari dell’arma e personale della Polizia di Stato giungevano sul luogo della sparatoria e notavano, ferma in via Giafar, una autovettura Fiat 127, che presentava numerosi fori di proiettili ai vetri e alla carrozzeria; all’interno del veicolo rinvenivano e repertavano quattro pezzi di “camicia” di proiettili ed un cappellino da ragazzo e, a poca distanza dalla vettura, 22 bossoli di proiettili per fucile mitragliatore calibro 7,62, sui cui fondelli vi era l’ormai nota dicitura 711-74; ancora una volta, dunque, era stato usato il terribile kalashnikov.

Benché’ la sparatoria fosse avvenuta in una via popolosa ed in ora di traffico, nessuno forniva indicazioni di sorta: tutti gli interrogati, infatti, affermavano di non avere visto nulla e, anzi, di essersi precipitosamente rinserrati in casa o nei negozi non appena uditi i primi spari. Gli unici che offrivano un minino di collaborazione erano PITARRESI ONOFRIO e PATERNO’ GIUSEPPE, i quali dichiaravano, per averlo “appreso dalla voce pubblica”, che la Fiat 127, guidata da SALVATORE CONTORNO, era stata affiancata da un motociclo di grossa cilindrata, montata da due individui, uno dei quali aveva esploso raffiche di mitra all’indirizzo del CONTORNO. Era comune negli interrogati la meraviglia per il fatto che il CONTORNO fosse riuscito a sottrarsi all’agguato e a dileguarsi, mentre nessuno sapeva dire con precisione se il piccolo FOGLIETTA fosse o meno a bordo della vettura al momento degli spari.

Era sicuro, peraltro, che il CONTORNO aveva risposto al fuoco contro i suoi assalitori, poiché una autovettura BMW, posteggiata pressoché di fronte alla Fiat 127, presentava un foro sul vetro anteriore.

Dopo qualche giorno, in territorio di Villabate, veniva rinvenuta, priva di targa e coi fili di accensione tagliati ed avvolti da un nastro adesivo, un motociclo Honda 1000, rubato in Palermo, il 18.4.1981, a tale COGA VINCENZO.

Di nessuna utilità risultavano le dichiarazioni del minore FOGLIETTA GIUSEPPE il quale, interrogato dal P.M. quella stessa sera in ospedale, manteneva, nonostante la giovanissima età, un atteggiamento assolutamente reticente, dicendo testualmente: «Sono stato invitato da TOTUCCIO LOMBARDO (e non CONTORNO: n.d.r.) Ad accompagnarlo per sbrigare una faccenda; poi, egli mi avrebbe riaccompagnato a casa. Quando sono stato colpito, ho chiesto aiuto. Mia madre può dire dove abita il LOMBARDO. Ora basta mamma, vedi cosa devi dirgli».

I rilievi tecnici compiuti dal Gabinetto di Polizia Scientifica e, in particolare, le fotografie evidenziavano che la Fiat 127, a bordo della quale veniva rinvenuto un ciuffetto di capelli, presentava i segni di due raffiche di mitra sparate da direzioni diverse.

[…] Il dubbio è stato risolto dalla perizia collegiale balistica, che ha accertato come i bossoli rinvenuti sul luogo dell’attentato siano stati esplosi da una stessa arma, e precisamente da un kalashnikov e, addirittura, dallo stesso kalashnikov già usato per l’attentato alla gioielleria CONTINO e per l’omicidio di SALVATORE INZERILLO e, molto probabilmente, anche per l’omicidio di STEFANO BONTATE.

IL RACCONTO DI CONTORNO

Le risultanze della prova generica si saldano perfettamente con la ricostruzione dell’attentato fornita dallo stesso CONTORNO, che, al di là della pur rilevante utilità per le indagini, assume valore emblematico di rottura e di rifiuto, da parte di un “uomo d’onore”, di uno dei principi – cardine di “Cosa Nostra” e, cioè, del divieto assoluto di far ricorso, per qualsivoglia motivo, alla giustizia statuale per ottenere la riparazione di un torto subito.

Il CONTORNO, come si è visto, fin dall’omicidio di STEFANO BONTATE, era divenuto particolarmente guardingo e sospettoso, essendosi reso conto che anche all’interno della sua “famiglia” non si poteva più fidare di nessuno. E, difatti, aveva tentato invano di dissuadere GIROLAMO TERESI e gli altri dal recarsi all’incontro nel baglio SORCI.

Quando, dunque, MARIANO MARCHESE, sicuramente inviato da GIOVANBATTISTA PULLARA’, lo aveva informato della fine di TERESI e degli altri e lo aveva rassicurato che ormai era tutto finito, egli non si era affatto tranquillizzato ed aveva continuato a diradare le sue uscite da casa in attesa degli eventi. Dopo pochi giorni, si verificava un altro episodio inquietante: «Dopo alcuni giorni dal mio incontro con MARIANO MARCHESE, vidi venire a casa mia, da solo, in campagna, GIOVANNI PULLARA’, il quale mi chiese perché non mi facevo vedere da lui ed io risposi che vivevo appartato perché latitante. Il PULLARA’, comunque, fu gentilissimo e si mise praticamente a mia disposizione.

Ciò ovviamente, non fece che aumentare le mie preoccupazioni, perché è assolutamente inusuale un comportamento siffatto da parte di un “capo-famiglia” ed anche perché non mi riferì nulla né sui motivi delle uccisioni né su quelli della sua visita».

La preoccupazione del CONTORNO aumentava quando apprendeva che il D’AGOSTINO, il quale gli aveva confidato di volersi rifugiare presso ROSARIO RICCOBONO in attesa di emigrare negli U.S.A., era anch’egli scomparso e che PIETRO MARCHESE e GIOVANNELLO GRECO erano stati arrestati all’estero, il che significava che erano fuggiti da Palermo. Egli si rendeva conto, quindi, che, prima o poi, avrebbero tentato di sopprimerlo, in qualsiasi posto.

E ciò infatti, avveniva dopo qualche giorno: «Ero andato – alla guida della mia Fiat 127, intestata a mia suocera, MANDALA’ MARIA – a far visita ai miei genitori, in via Ciaculli, e li’ fui raggiunto da mia moglie, LOMBARDO CARMELA, che aveva con sé mio figlio ANTONELLO con l’amico GIUSEPPE FOGLIETTA verso le 19,30 – 19,45, ripresi la via del ritorno, preceduto da mia moglie, che era andata via qualche minuto prima, portando con sé nostro figlio; il FOGLIETTA, invece, aveva insistito per venire con me e, alla fine, avevo ceduto.

Nell’imboccare il cavalcavia che dalla via Ciaculli immette in via Giafar, notai, prima, PINO D’ANGELO, alla guida di una Fiat 127, che mi precedeva e si lasciò sorpassare, rispondendo al mio saluto; egli procedeva a lenta andatura. Poi, dal punto più alto del cavalcavia, notai, dietro le finestre dell’ultimo piano di uno stabile di cinque o sei piani, sito sulla destra e alla fine del cavalcavia (di guisa che l’ultimo piano è pressoché allo stesso livello del punto più alto del cavalcavia), BUFFA VINCENZO, ivi abitante; subito dopo, sulla sinistra e acquattato fra la cancellata e il muro di cinta del giardino di proprietà del padre, notai MARIO PRESTIFILIPPO e ciò cominciò ad insospettirmi; infine, sbucò improvvisamente dalla destra una motocicletta potentissima e molto silenziosa, alla guida della quale vidi LUCCHESE GIUSEPPE e immediatamente mi resi conto del pericolo; faccio presente che la motocicletta sbucava da una traversa a fondo cieco, sita dopo tre palazzine sulla destra.

Subito dopo, la motocicletta si accostò, dal davanti, alla mia autovettura, dal lato guida, e vidi apparire, dietro il LUCCHESE e seduto dietro quest’ultimo, PINO GRECO “SCARPUZZEDDA” che, sporgendosi sulla sua sinistra, lasciò partire contro di me una raffica di mitra. Io, intuita la mossa, abbandonai il volante e mi buttai sul FOGLIETTA facendogli scudo col mio corpo. La motocicletta proseguì la corsa, una volta esaurita la raffica. Mi resi conto, dallo specchietto retrovisore, che il LUCCHESE e PINO GRECO stavano ritornando e, pertanto, ripresi la marcia della vettura, arrestandola dopo un centinaio di metri. Buttai fuori dalla stessa il FOGLIETTA che era stato ferito ad una guancia e, sceso anch’io dalla vettura, mi acquattai davanti ai fari della stessa con in mano una rivoltella calibro 38 a 5 colpi, per difendermi dal secondo attacco.

Quando scesi dalla vettura, notai, per altro, che una BMW che mi precedeva faceva marcia indietro e notai che alla guida della stessa vi era FILIPPO MARCHESE (“MILINCIANA”) da solo. Comunque, essendo impegnato a respingere l’attacco del PINO GRECO, non feci troppo caso a “MILINCIANA”. Il GRECO, infatti, sopraggiunse, dopo pochi attimi e, con la motocicletta ancora in corsa, riaprì il fuoco contro di me. Son sicuro di averlo colpito, a mia volta, al petto, perché cadde all’indietro e la raffica del mitra si diresse, durante la caduta, verso l’alto, perforando sia una saracinesca, sia il muro del primo piano di uno stabile dietro di me.

Davanti al suo bar, ha assistito a tutta la scena STEFANO PACE (cognato di ENZO BUFFA).

Inoltre, debbo dire che, dietro la motocicletta, vi era una vettura Golf verde, alla cui guida era CUCUZZA SALVATORE e con a bordo altre due persone, che non ho riconosciuto.

Visto cadere il GRECO, mi resi conto che era giunto il momento di scappare e, pertanto, mi diedi alla fuga a piedi.

Successivamente, appresi che PINO GRECO non era stato ferito perché munito di giubbotto antiproiettile. Infatti, mio cugino NINO GRADO mi disse di averlo visto al mare in costume da bagno senza tracce apparenti di ferite.

Io riportai una leggera scalfittura alla fronte ed una ciocca di capelli mi fu strappata da una pallottola di striscio. Ritengo che la ferita alla fronte sia stata provocata da schegge di vetro».

I COMPONENTI DEL COMMANDO

La ricostruzione del CONTORNO, quindi, conferma “in toto” l’esito delle indagini sull’attentato e le risultanze della perizia balistica ed al contempo riafferma quella unicità di disegno che collega tutti gli episodi della guerra di mafia e ribadisce le responsabilità di quei soggetti che erano stati già individuati quali autori di altri delitti della guerra stessa.

Ci si riferisce ai famigerati PINO GRECO “SCARPUZZEDDA”, MARIO PRESTILIPPO, FILIPPO MARCHESE, SALVATORE CUCUZZA, e LUCCHESE GIUSEPPE.

[…] Alla stregua di queste considerazioni, appaiono ben chiare, ormai, la dinamica dell’attentato e la responsabilità di tutti gli imputati.

SALVATORE CONTORNO era noto nel suo ambiente per essere un uomo “valoroso”, dotato di sangue freddo e di notevole astuzia; non per nulla godeva della incondizionata fiducia di STEFANO BONTATE, di cui era il guardaspalle.

Essendo falliti, grazie al suo fiuto, i tentativi di MARIANO MARCHESE e GIOVANBATTISTA PULLARA’ di attirarlo in un tranello, era evidente, ormai, che l’unico modo per eliminarlo era quello di organizzare accuratamente un’imboscata, cogliendolo di sorpresa.

E l’attentato era stato effettivamente studiato nei minimi particolari.

Infatti, per evitare che il CONTORNO reagisse, il killer appostato in una strada laterale con la moto era sbucato all’improvviso ad un cenno di intesa, ed aveva esploso una raffica di mitra all’indirizzo del CONTORNO.

Il piano prevedeva ovviamente l’intervento di staffette che avvertissero tempestivamente il killer dell’arrivo di CONTORNO: ed ecco, quindi, il motivo della presenza, lungo il percorso, di GIUSEPPE D’ANGELO e MARIO PRESTIFILIPPO e, alla finestra, di VINCENZO BUFFA.

Le staffette erano verosimilmente munite di apparecchi radio ricetrasmittenti, come e’ dato dedurre dal perfetto tempismo dell’impresa, secondo una tecnica già collaudata dal LUCCHESE per l’esecuzione del delitto BONTATE.

Testi tratti dall’ordinanza del maxi processo

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

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