La sfida ai clan che hanno messo le mani su Roma e sul Lazio

Negli ultimi tre anni sono stati avviati numerosi accertamenti su attività di ristorazione nelle quali vi sarebbero interessi non solo della criminalità organizzata calabrese, ma anche della mafia. In particolare, delle cosche provenienti dalla provincia di Caltanissetta, e di alcuni clan della camorra, soprattutto quelli operanti nei comuni a sud di Napoli, da Portici a Castellammare.

Non c’è solo il “Cafè de Paris” tra i più noti locali della Capitale finiti sotto il controllo della malavita organizzata e sequestrati dalle forze dell’ordine. Lo scorso anno (21 ottobre 2008) la Guardia di finanza aveva messo i sigilli al ristorante “Alla rampa”, a due passi da piazza di Spagna, solitamente frequentato da politici e da personaggi del mondo dello spettacolo. Ufficialmente, il ristorante risultava di proprietà di un’azienda, ma in realtà secondo gli inquirenti, sarebbe stato controllato da personaggi vicini al gruppo Pelle-Vottari-Romeo, cui appartenevano i sei uomini uccisi nella strage di ferragosto del 2007 nel ristorante “Da Bruno” a Duisburg. Le indagini della Dda nella Capitale non hanno riguardato solo il ristorante “Alla rampa”. Negli ultimi tre anni sono stati avviati numerosi accertamenti su attività di ristorazione nelle quali vi sarebbero interessi non solo della criminalità organizzata calabrese, ma anche della mafia. In particolare, delle cosche provenienti dalla provincia di Caltanissetta, e di alcuni clan della camorra, soprattutto quelli operanti nei comuni a sud di Napoli, da Portici a Castellammare. D’Altra parte, che Roma fosse diventata “un luogo appetitoso per la criminalità organizzata” il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso lo aveva già detto nel novembre del 2008. La Capitale, per usare le sue parole, sarebbe diventata un posto ideale per gli investimenti illeciti, soprattutto nel settore commerciale, nella grande distribuzione e nell’acquisto di immobili e locali molti noti. Attività nelle quali la ‘ndrangheta sarebbe riuscita a soppiantare Cosa nostra.

Un altro caso che si ricorda è quello del 13 novembre scorso, quando finirono sotto sequestro due ville ai Parioli e altri 27 appartamenti in cinque comuni in provincia di Latina. Ma anche sei negozi, quattro terreni agricoli tra Fondi, Itri, Terracina, Lenola e Sonnino. Inoltre, due società immobiliari, con sede a Caserta e Roma, e alcune quote di partecipazione in una società di Fondi. Un patrimonio immobiliare e finanziario di 8 milioni di euro da ricollegare a un noto immobiliarista della zona pontina, Massimo Anastasio Di Fazio. Quest’ultimo sarebbe legato ad alcuni pregiudicati della zona di Fondi, tra i quali Carmelo Giovanni Tripodo, esponente di una storica famiglia della ‘ndrangheta di San Luca. Nel Lazio, oltre alle famiglie Alvaro-Palamara e Pelle-Vottari-Romeo, operano anche quelle dei Giorgi-Romano e dei Nirta-Strangio. La loro presenza poi non è forte solo a Roma, ma anche a Formia, Fondi, Terracina, Gaeta e Nettuno, dove il Consiglio comunale è stato sciolto per legami con gli uomini della cosca Gallace-Novella alla fine del 2005. Nel sud pontino, invece, l’attenzione è focalizzata su Fondi, dove da mesi si chiede lo scioglimento del Comune per infiltrazioni mafiose. Sempre a Fondi, lo scorso 6 luglio, 17 persone sono finite agli arresti nell’ambito dell’inchiesta sul mercato ortofrutticolo (Mof) e sulla gestione di appalti pubblici, come servizi funebri e pulizie, che secondo gli inquirenti da oltre due anni sarebbero controllati dalla criminalità calabrese e, nello specifico, dalla famiglia Tripodo, la quale si è trasferita a Fondi da Itri ed è legata anche alla camorra casertana dei Casalesi. In carcere è finito anche l’ex assessore comunale di Fondi Riccardo Izzi, che si era già dimesso a febbraio del 2008. Tra i fermati anche il comandante della polizia municipale e il suo vice, Dario Leone e Pietro Munno, i funzionari comunali Gianfranco Marirenzi dell’uffico Lavori pubblici e Tommasina Biondino del Bilancio, posti agli arresti domiciliari.

Roma è una piazza privilegiata non solo per la ‘ndrangheta, ma anche per la camorra. Una longa manus che parte dagli esercizi commerciali e arriva agli investimenti finanziari e immobiliari, fino al controllo degli appalti pubblici. Ogni zona, poi, ha le sue peculiarità. A Centocelle e Ciampino, per esempio, gli affari illeciti sono legati ai settori dell’estorsione e della droga, dove ci sarebbe una forte presenza dei Senese. La camorra sarebbe presente anche nel centro di Roma, dove avrebbe comprato prevalentemente pizzerie e negozi di abbigliamento, controllati da clan napoletani. E proprio per quanto riguarda la camorra, significativa l’operazione svolta lo scorso 9 febbraio, che ha portato all’arresto di 40 persone. In tutto sono stati sequestrati beni per oltre 70 milioni. Magistratura e carabinieri hanno portato alla luce una rete criminale capillare che aveva traffici ileciti nel frusinate, ma che si estendeva anche a Roma. Trentuno persone sono finite in carcere, nove agli arresti domiciliari, mentre altre 33 indagate a piede libero. Nel mirino sono finite due organizzazioni criminali, tra loro autonome, ma di fatto federate al clan camorirristico dei Casalesi, di cui nel basso Lazio è referente Gennaro De Amgelis, originario di Casal di Principe e imparentato con il capoclan Francesco Schiavone, detto Sandokan. De Angelis aveva acquisito il controllo del mercato locale delle autovetture. In pratica, acquistava auto all’estero e attraverso società cartiere, che agivano da intermediario, le reimmatricolava per poi venderle, senza versare l’Iva, in violazione della normativa vigente. La presenza della malavita organizzata nel Lazio è confermata anche dai dati dei beni sequestrati alle mafie. Secondo i numeri resi noti dall’assessorato regionale alla Sicurezza, nel Lazio fino al 31 dicembre del 2008 gli immobili confiscati sono stati 328, ai quali si aggiungono 99 imprese sorte da attività illecite. E solo nella Capitale la cifra è di 160.

(Tratto da Stabia News)

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