La Sanità,un quartiere di 32.000 persone: non c’é un asilo,non ci sono scuole superiori .le videocamere ci sono ma non funzionano.I sociologi chiamano quartieri del genere “discariche sociali”.In galera i vecchi boss,dominano i “guagliuni”,ragazzini di 12-13 anni con la pistola infilata nelle mutande.Le due Napoli.quella del benessere,elegante e ricca e l’altra del degrado.” I sicari,hanno vociferato alcuni testimoni di questo ennesimo assassinio,venivano da “coppa Forcella”.La Sanità,Forcella,i Quartieri………………..,la Napoli che soffre ed ha paura,quella alla quale noi vogliamo bene

No alla camorra

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nocamorra

“Mamme scennit. Iamme chi tene cor”. Mamme scendete, chi ha cuore venga giù con noi. La Sanità, il quartiere simbolo di Napoli, scende in piazza, e questa volta ce la fa a mettersi dietro uno striscione dove ci sono scritte due parole chiare: “No camorra”. No alle bande di baby boss, no alle “paranze dei bambini” che si sentono uomini perché hanno una calibro nove infilata nelle mutande. No a questa guerra schifosa che semina morti giovani e terrore. Qui Domenica alle 4 del mattino hanno ucciso Gennaro Cesarano, detto Genny, 17 anni e qualche rogna con la giustizia. Non è il primo morto giovane di questa guerra napoletana. Non sarà l’ultimo. E allora se volete capire cosa sia il terrore, la paura che ti fotte l’anima e la vita, dovete ascoltare il racconto che ci ha fatto un uomo ieri a pochi passi dal palazzo che diede i nobili natali al principe de Curtis, in arte Totò. “E che saranno state? Le cinque del mattino, stavamo nel basso giocando a tombola con quattro amici quando è entrato un ragazzo. Nu muccusiello (un moccioso, ndr), aveva la faccia bianca che manco un morto. Si è buttato a terra e piangeva. Hanno acciso a Genny, hanno acciso a Genny, gridava. Era tutto bagnato e per un momento abbiamo pensato che pure lui era stato colpito. Ma si era solo pisciato sotto”. Alla Sanità 32mila anime strette in 2 chilometri quadrati, campano così. Vivono col terrore addosso, i ragazzi con la maglietta attillata e la barba da hipster e le “guaglione” che a 13 anni si atteggiano già a femmine. Si sentono uomini di conseguenza, ma si pisciano nei pantaloni. Non vanno a scuola, nel quartiere non c’è un asilo nido, né istituti superiori. I più fortunati dopo le medie sono destinati ai professionali. “Le discariche sociali”, le chiamano i sociologi. Il termine è odioso, ma rende l’idea. Genny campava così, con la morte nel cuore. “Non pensare ai troppi problemi. Bruciano il cervello. Pensa che ora ci siamo, domani chi sa”, aveva scritto nel suo ultimo post su facebook. Due colpi di pistola gli hanno sfondato il petto. Per ammazzarlo i sicari venuti con le moto da “coppa Forcella” (almeno così sussurrano voci del rione) non hanno badato a spese. 19 colpi “sparati” da una 357 magnum e da una 9,21. Come se fosse un boss. “Ma cosa dite, cosa scrivete? Stiamo parlando di un ragazzo ucciso a 17 anni, era ancora un bambino, è comunque una vittima di una guerra assurda. Ed è vittima innocente perché è nato qui, alla Sanità, in un quartiere dove manca tutto”. La signora che ci parla sul sagrato della Basilica di Santa Mara alla Sanità, la chiesa del Munacone, per gli abitanti del rione, è una pediatra. Vive qui, tra questa gente che si prepara alla fiaccolata. “Genny vive”, c’è scritto sulle t-shirt col volto triste del ragazzo e mai parole furono più false e illusorie. “Perché la realtà è che Genny è morto, i nostri figli muoiono”. Parla Antonio, operaio. “I miei figli frequentano l’Ipsia per il turismo, la stessa scuola del ragazzo ucciso. La sera escono e io tremo. Basta uno sguardo sbagliato per finire sparato. Ora la pistola la portano ragazzi che hanno ancora il latte della mamma sulla bocca. Qui è finito tutto, neppure l’antistato funziona, i vecchi boss o sono in galera o sono morti. Ora è il tempo delle gang”. Si preparano le fiaccole. Si parla. “Genny era innocente, vogliamo giustizia”. Chi è il nemico? “Lo Stato che non ci protegge”. Da chi? E qui la risposta fa fatica ad arrivare. “Dalla camorra e dal suo potere”, risponde padre Alex Zanotelli, il missionario comboniano che da anni ha scelto Napoli e la Sanità come luogo del suo impegno religioso e sociale. Alza la voce per farsi sentire. “I vecchi boss sono in crisi, lasciano fare. E loro, i ragazzi, si ammazzano. La droga serve alla città bene, ma è qui, nella città malamente che si combatte la guerra. A Napoli scoppierà una rivoluzione sociale e allora nessuno potrà più sentirsi tranquillo”. Partono in duemila nel corteo con le fiaccole, le mamme e i bambini. “Questi di oggi – ci dice una donna -, questi che sparano, sono solo guappi di cartone. Una volta non era così. La camorra di prima era diversa”. I Misso secoli fa, più recentemente i Sequino e i Lo Russo, sono i vecchi boss, quelli che “garantivano l’ordine” e che “con loro non si uccidevano le creature”. Vecchie nostalgie da “sindaco del Rione sanità”. Una realtà falsa come le borse “firmate” che vediamo sulle bancarelle. Perché “la camorra è sempre la più grande truffa umana”. Parole di Sasà Striano, oggi attore di fama, ieri anche lui baby camorrista. “E’ la cultura camorristica che bisogna sconfiggere. Se da questa piazza non esce un no chiaro alla camorra siamo fottuti tutti”. Giuliana Di Sarno è la Presidente della III Municipalità. Una donna forte, volitiva. Entra in chiesa e parla con padre Zanotelli e don Antonio Loffredo, i due parroci della Basilica. Dopo poco esce lo striscione con la scritta in rosso “No camorra”.
(pubblicato su Il Fatto Quotidiano 9 settembre 2015)

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