La lotta alla mafia tra repressione istituzionale e consenso sociale.

IL PROBLEMA DEI PROBLEMI: LA CULTURA MAFIOGENA DELLA MAGGIOR PARTE  DEGLI ITALIOTI ED IL LORO CONSENSO ALLE MAFIE.QUESTO LI PORTA AD ELEGGERE CLASSI DIRIGENTI COERENTI CON IL LORO PENSIERO E SENTIRE.

La lotta alla mafia tra repressione istituzionale e consenso sociale

Venerdì 02 Giugno 2017

di Tommaso Passarelli 
Crea sconcerto, ancora una volta, quanto accaduto oggi in provincia di Reggio Calabria, nel comune di San Luca. L’arresto di un pericoloso latitante, tra i cinque più pericolosi d’Italia, ha registrato la vittoria di polizia giudiziaria e magistratura, ma al contempo una clamorosa sconfitta sul piano sociale. All’uscita di casa, il boss condannato a oltre ventotto anni di carcere per traffico internazionale di stupefacenti e più volte indicato come egemone nello smistamento e smaltimento di rifiuti tossici da più collaboratori di giustizia, ha incassato il pieno sostegno di familiari, amici e concittadini, tra abbracci e baciamano. Da sempre la lotta alla mafia si esplica su due binari, quello sociale e quello istituzionale. Se tanto è stato fatto, tantissimo rimane da fare. Le colonne portanti delle mafie sono essenzialmente due: controllo del territorio e consenso sociale. È indubbio che sul primo versante la lotta competa, solo ed esclusivamente, agli organi di Stato. È lo stato ad avere il monopolio della violenza, da esercitare onde garantire la libera, pacifica e democratica convivenza dei suoi cittadini, nei territori in cui essi sono stanziati. La legge arriva relativamente tardi sul problema “mafia“, la prima volta con legge n. 575/1956, recante misure di sicurezza e prevenzione per gli indiziati di appartenenza ad associazioni mafiose. Le mafie sono un fenomeno plurisecolare: Cosa nostra nasce all’incirca tra la fine del feudalesimo e l’inizio dello stato di diritto; la ‘ndrangheta qualche lustro più in là, agli albori della unificazione nazionale. Il ritardo del diritto è stato un riflesso della sottovalutazione del problema-mafia, di cui per un secolo circa si è occupata soltanto la scienza sociologica, a partire da Franchetti e Sonnino nel lontano 1876. La legge n.646/1982 “Rognoni-La Torre” segnerà un punto di svolta, introducendo l’art. 416-bis c.p. (reato di associazione mafiosa) e altre restrittive misure patrimoniali ( sequestro e confisca) per i proventi di attività illecite. Sul secondo versante registriamo un pericoloso ritardo culturale: nei luoghi di origine le mafie godono di un consenso diffuso, sono la soluzione unica ai problemi sociali. Più bassa è la cultura, più forte è la tradizione mafiosa. Promuovere la lotta alle mafie nelle scuole è un primo passo importante: raccontare le tragedie e il dolore perpetrato dai sodalizi mafiosi è un deterrente infungibile. Perché la violenza della mafia non è soltanto materiale, ma anche spirituale, perché si tramanda (soprattutto nella tradizione ‘ndranghetista) per vincolo familistico, rubando ai bambini l’infanzia e l’avvenire. “Se i giovani le negheranno il consenso, anche l’onnipotente mafia vedrà la propria fine“, sosteneva Paolo Borsellino. La sconfitta delle mafie passa inevitabilmente dalla negazione del consenso sociale.

fonte:www.antimafiaduemila.com

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