La grande scoperta delle mafie formato esportazione.

La grande scoperta delle mafie  formato esportazione.Finora : non sento,non vedo ,non parlo ! ed il prefetto diceva……………….:”Roma é la città più sicura d’Italia”!!!!!!!!!!! Evviva.

Sotto l’albero di Natale la grande scoperta: le mafie vogliono andare all’estero, la Carminati band

spuntata all’ombra del Colosseo pensava in grande, ai mercati lontani, caso mai per lavare meglio.

Incredibile ma vero, e tutti giù dal pero. Incredibile che addetti e non ai lavori, mafiologi,

camorrologi e ‘ndranghetologi di turno – per non parlare dei soliti politici oggi vittime e mammole –

scoprano ora un’acqua che più calda non si può: ossia la capacità ormai “globalizzata” delle mafie

per aggredire i mercati esteri, riciclare comodamente off shore. Una capacità che – udite udite –

comincia nel lontano 1989, e solo ora lorsignori “scoprono”.

1989, ossia caduta del muro di Berlino. E chi furono i primi a intuire, in tempo pressochè reale, il

nuovo che avanzava? Ma i clan, con una Germania dell’est, l’allora Ddr, subito nel mirino dei boss.

E infatti sono del ’90 i primi segnali di presenze d’affari a Berlino e dintorni: sono addirittura i clan

vincenti di Secondigliano – che solo dopo anni e anni balzerà agli onori delle cronache nazionali e

internazionali per le sue piazze di spaccio – che fiutano ‘o businèss e si fiondano oltrecortina per

smerciare lì i loro jeans. Un’ideuzza tira l’altra, ed eccoci alle prime fabbrichette rilevate per

produrre in loco. Seguono a ruota gli altri paesi dell’est, Romania apripista, dove fra l’altro contano

non poco le conoscenze in cappuccio e grembiulino, viste le “laison” del Venerabile Licio Gelli, a

partire da Nicolae Ceaucescu. Del resto, lo stesso mega business “monnezza” – altra fresca scoperta

– nasce proprio in quegli anni, e tra i medesimi partner: una camorra in rampa di lancio dopo i fasti

del post sisma 1980, una politica collusa, un ottimo feeling con faccendieri & piduisti: per la serie,

ottimi e abbondanti Servizi!

Non solo est, comunque, nel mirino di cosche e clan emergenti. Anche i paesi più imprevedibili. Ad

esempio la Scozia. Sono d’inizio anni ’90 le prime avvisaglie: a lanciare l’allarme uno dei massimi

esperti di mafie, il sociologo Amato Lamberti, fondatore a Napoli dell’Osservatorio sulla camorra

nel quale aveva mosso i suoi primi passi Giancarlo Siani, il cronista del Mattino ammazzato dalla

camorra (ma sui mandanti ci sono ancora alcune piste “vive”, come testimonia un’ennesima

riapertura d’inchiesta) nell’84. Lamberti si riferiva al clan La Torre di Mondragone, che aveva

effettuato grossi investimenti in alcune città scozzesi, in particolare Aberdeen, soprattutto alberghi,

ristoranti e night. Sono di quegli anni i primi titoli dei tabloid locali, alle prese con un vocabolario

fino a quel momento sconosciuto, fatto di “camorra” e “boss”. E alle prese con indagini complesse,

reati di difficile interpretazione, visto che – veniva fatto notare in quegli anni – “da noi non esiste il

reato di associazione a delinquere di stampo mafioso”. Quindi, reati comuni, pene eventualmente

leggere, di certo “bazzecole e pinzellacchere” per “uomini di rispetto”.

Comprensibili imbarazzi e torpori di allora, ma come spiegare – oggi – stupori e sorprese? Cosa

hanno fatto gli investigatori in un ventennio e passa? Come mai la magistratura aperto alcuni

fascicoli per poi richiuderli o farli ammuffire nei cassetti? Perchè – alla resa dei conti – non s’ha

notizia di grandi inchieste anni ’90 sui mega affari delle mafie formato esportazione. Come mai, per

fare un solo esempio, non s’è più saputo nulla delle performance di casa Caruana nelle lontane terre

canadesi, Caruana ben noti ai nostri 007, spesso gemellati alla famiglia Cuntrera? E i Caruana, in

quei fine ’80, facevano capolino anche in Campania, per altri gemellaggi con alcuni boss locali,

sempre a caccia dei business post sisma. Solo rogatorie difficili, o cosa? Forse è servita la lezione

impartita a suon di stragi, da Capaci a via D’Amelio, per eliminare chi stava alzando il velo sulle

grandi vie del riciclaggio, e non solo sul fronte svizzero (ed anche su mega-nuovi investimenti

come la Tav).

Se non sono stati avvistati i rinoceronti, allora, figuriamoci i topolini. Sì, perchè sempre a fine anno

altre news a base di ‘ndrine nelle verde, incontaminata Umbria. Possibile mai? E tutti di nuovo giù

dal pero. Le cose, invece, cominciano, more solito, a fine anni ’80, con una decisa impennata nei

primi ’90. La Voce delle Voci – che in quegli anni si chiamava La Voce della Campania – ha scritto

decine di inchieste e articoli sulle mafie non solo versione export, ma anche a caccia di affari dietro

l’angolo, ovvero nelle regioni centro settentrionali: una “voce nel deserto”, come scriveva Giorgio

Bocca nel suo mitico “Inferno” uscito nel 1992, uno dei suoi tanti libri profetici (nel 2006 “Napoli

siamo noi” anticipa tante sventure italiane, come il business monnezza).

Solo qualche esempio, tra fine ’80 e inizio ’90. Montecatini, il caso del Kursaal, finito nell’orbita del

clan Galasso, emergente in Campania, roccaforte a Poggiomarino, in provincia di Napoli: per

l’affare, ecco in pista colletti bianchi, ingegneri delle imprese “portappati” e perfino il Venerabile.

Un salto in Toscana ed eccoci a Lucca, dove stabiliscono il loro quartier generale i fratelli

Sorrentino da Torre del Greco, grandi amici di Paolo Cirino Pomicino (la Voce documentò un fitto

carteggio con ‘O ministro), decollati con gli appalti della ricostruzione post sisma e a Monteruscello

(il mostro edilizio realizzato sull’onda del bradisisma taroccato di Pozzuoli). Poi a Rimini, dove fa

capolino un’impresa legata al potente clan Nuvoletta, interessata all’appalto-pulizia nientemeno che

alla Fiera. Quindi un salto a Torino, e stavolta nel mirino lavori per conto dell’istituto autonomo

case popolari, protagonisti altri colletti bianchi in forte odore di clan (guarda caso gli stessi del

Kursaal). Nel giro di pochi anni – inizio ’90 – una sfilza di commesse, appalti, affari (compresi

trasferimenti di sede che puzzano lontano un miglio) che la dicono lunga circa la penetrazione dei

clan oltre gli angusti confini regionali.

Per non parlare del Basso Lazio, ora di nuovo agli onori delle cronache ma meta di cosche e clan da

un trentennio e passa, fin dai tempi delle imprese targate Bardellino e del Seven Up di Formia. Ora,

intere fette di territorio, zone di bellezza incontaminata (un caso solo, la stupenda collina sopra

Sperlonga), tratti di costa che più stupenda non si può,  sono nella totale disponibilità dei clan:

senza che foglia si muova. E il mega business del mercato ortofrutticolo di Fondi – vero e proprio

crocevia per gli itinerari di camorra, mafia e ‘ndrangheta – è tutto lì a mostrarlo plasticamente.

Ma per lorsignori, spesso e volentieri in vesti istituzionali, la camorra non esiste, le mafie sono

un’invenzione di giornalisti ficcanaso. Come del resto a Milano. A Modena. Quindi a Roma: dove

fino a ieri, secondo il verbo del prefetto Pecoraro, tutto era ok, tutto in ordine. Poi venne il diluvio –

arciannunciato – di Mafia capitale.

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