La grande distribuzione alimentare e i traffici della ’Ndrangheta

La grande distribuzione alimentare e i traffici della ’Ndrangheta

MARCO OMIZZOLO

13 agosto 2021 • 06:30Aggiornato, 13 agosto 2021 • 11:51

Le agromafie sono insediate da anni nella grande distribuzione organizzata con lo scopo di mettere le mani sulla colonna vertebrale del sistema agricolo e commerciale italiano e non solo. Una delle più interessati e recenti inchieste sull’agromafia riguarda due imprenditori considerati contigui alle principali cosche di ’ndrangheta

Su Domani prosegue il Blog mafie, da un’idea di Attilio Bolzoni. Potete seguirlo su questa pagina. Ogni mese un macro-tema, approfondito con un nuovo contenuto al giorno in collaborazione con l’associazione Cosa vostra. In questa serie, tratteremo il tema del caporalato e del lavoro che diventa schiavitù, arricchendo padroni e padroncini.

Le agromafie sono insediate da anni nella grande distribuzione organizzata con lo scopo di mettere le mani sulla colonna vertebrale del sistema agricolo e commerciale italiano e non solo. Tra tutte, in questo caso, è utile concentrarsi sulla ’ndrangheta. Una delle più interessati inchieste sull’agromafia è riconducibile al procedimento n. 4614/2006/21 RGNR DDA (cd. “Sistema-Assenzio”) che ha ricostruito la scalata di due imprenditori, Suraci Domenico Giovanni e Crocè Giuseppe, considerati contigui alle principali cosche di ’ndrangheta. Suraci, peraltro ex assessore ed ex consigliere comunale di Reggio Calabria, allora di Alleanza nazionale, accusato originariamente di associazione mafiosa, ha ottenuto la derubricazione del reato in concorso esterno in associazione mafiosa e nel 2018 è stato per questo reato condannato a 12 anni di reclusione.

Secondo quanto emerso dalle indagini nell’ambito dell’operazione coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, Suraci era la mente di un sistema affaristico e criminale che gli avrebbe consentito, grazie ai suoi rapporti con la cosca Tegano, di aprire numerosi supermercati in tutto il territorio reggino, a dimostrazione di un rapporto commerciale tra produzione ortofrutticola e distribuzione commerciale di stampo mafioso. L’infiltrazione sarebbe avvenuta attraverso il controllo delle società che gestiscono i numerosi centri di distribuzione alimentare, come anticipato peraltro dal collaboratore di giustizia Paolo Iannò in relazione agli investimenti della cosca De Stefano-Tegano nella “Vally Calabria”, società che nella metà degli anni Novanta controllava a Reggio Calabria una catena di discount e i supermercati a marchio Conad. Si devono inoltre ricordare gli affari nel settore della cosca degli Alvaro di Sinopoli, i cui collegamenti coi De Stefano-Tegano risultano già nell’ambito dell’indagine “Virus”, portata avanti dal pm Roberto Di Palma. Le cosche avrebbero avuto la gestione diretta o indiretta di svariate società che si occupavano della fornitura dei centri di distribuzione alimentare, controllando completamente la fornitura di quasi tutti i prodotti alimentari: dal pane alla pasta fresca, dall’ortofrutta ai prodotti caseari, dalle uova alla carne, dai gelati alle bibite. Insomma, dal campo alla tavola, si potrebbe dire. Fare la spesa significa in questo caso arricchire cosche e mafiosi vari.

L’INCHIESTA “HANDOVER-PECUNITA OLET”

Per giungere a tempi più recenti, tra le diverse inchieste si deve ricordare quella “Handover-Pecunia Olet” che, ad aprile del 2021, ha permesso l’arresto di 53 persone considerate vicine alla cosca Pesce di Rosarno. Il blitz ha riguardato anche Vincenzo Pesce detto “Sciorta”, l’uomo delle estorsioni del clan. L’ordinanza fu firmata dal gip Vincenzo Quaranta su richiesta del procuratore di Reggio Calabria Giovanni Bombardieri, dell’aggiunto Gaetano Paci e dei pm Francesco Ponzetta, Paola D’Ambrosio e Adriana Sciglio. Gli affari agromafiosi erano diversi. A Rosarno, ad esempio, le attività, comprese quelle agricole, erano e continuano ad essere condizionate dalle cosche locali, nonostante il commissariamento dell’amministrazione avvenuto a febbraio scorso dopo le dimissioni del consiglio comunale successive a quelle del sindaco Giuseppe Idà accusato di scambio elettorale politico-mafioso nell’inchiesta “Fust” coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia contro la cosca di ‘ndrangheta Pisano. L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia ha sequestrato, ad esempio, una cooperativa agricola e un’impresa individuale per un valore di oltre 8,5 milioni di euro e tutti gli indagati sono stati accusati, a vario titolo, di associazione mafiosa, detenzione, porto e ricettazione illegale di armi, estorsioni, favoreggiamento personale, aggravati dalla circostanza del metodo e dell’agevolazione mafiosa, nonché per traffico e cessione di sostanze stupefacenti. Tra gli indagati c’era anche l’imprenditore Rocco Cambria, di Milazzo, accusato di aver fornito “in qualità di amministratore legale della “F.lli Cambria S.p.A.”, un contributo causalmente diretto alla conservazione o al rafforzamento” della cosca Pesce. Nonostante sapesse di trattare con la ‘ndrangheta, secondo i pm, l’imprenditore siciliano ha cercato di mettersi al riparo da possibili indagini nei suoi confronti creando una sorta di schermo. Per farlo è stato accusato di aver stipulato accordi con un’azienda di autotrasporti pulita riferibile a soggetti incensurati. La società affidava a sua volta i trasporti ad altre imprese comunque gradite al clan. Lo stratagemma sarebbe stato ideato dal commercialista Tiberio Sorrenti, ritenuto vicino alla cosca Pesce e mediatore tra la ‘ndrangheta e gli imprenditori taglieggiati o disposti, secondo la Dda, a stringere accordi collusivi con il clan. Nell’inchiesta sono indagati anche tre poliziotti in servizio presso l’unità distaccata di Gioia Tauro della squadra mobile, il commissariato di Gioia Tauro e la sezione di Palmi della polizia stradale. Pure loro sono accusati di aver favorito i Pesce.

Ma non è finita qui. Ancora a maggio del 2021 sono stati sequestrati beni mobili e immobili per oltre 20 milioni di euro all’imprenditore reggino Emilio Angelo Frascati ritenuto molto vicino alla ’ndrangheta dalla Dda guidata ancora dal procuratore Giovanni Bombardieri. Tra i beni confiscati ci sono 8 aziende nei settori ancora della grande distribuzione alimentare, del commercio automezzi, delle costruzioni ed immobiliare. Il Tribunale ha riconosciuto nel 2021 nei confronti di Frascati una pericolosità sociale fondata sulle risultanze dell’operazione “Fata Morgana”, poi confluita nel processo “Gotha”. L’inchiesta, coordinata dal pm Stefano Musolino, aveva portato già nel 2016 all’arresto dell’imprenditore accusato di avere fatto parte della cosca Libri in connessione con la ’ndrangheta nel settore sempre della grande distribuzione alimentare.

NON SOLO CALABRIA

Ma ’ndrangheta e agromafie non significa solo Calabria. Lo ricorda l’operazione “Papa”, condotta a Bergamo l’11 marzo del 2019 dalla Dda di Brescia, che ha portato all’arresto di 19 persone tra Lombardia e Calabria. L’indagine iniziò nel 2015 a seguito dell’incendio di 14 mezzi della ditta Ppb di Antonio Settembrini, società di autotrasporti di ortofrutta di Seriate, ossia sette trattori da strada, 5 motrici e 2 furgoni furono dati alle fiamme dai concorrenti della Mabero di San Paolo d’Argon (piccolo Comune nella provincia di Bergamo). I reati accertati sono stati estorsione, recupero crediti, riciclaggio e danneggiamenti con incendi.

Un’operazione ancora più importante è stata condotta a febbraio del 2017 dal Ros dei Carabinieri nei confronti della cosca Piromalli, da decenni presente nel Nord e in particolare in Lombardia con una particolare propensione ad infiltrarsi negli affari dell’Ortomercato di Milano. I Ros hanno fermato infatti trentatré persone, eseguendo un provvedimento emesso dalla procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria, perché considerate affiliate proprio alla cosca Piromalli, indagati per associazione mafiosa, traffico di stupefacenti, intestazione fittizia di beni, autoriciclaggio, tentato omicidio e altri reati aggravati dalle finalità mafiose. Gli investigatori hanno documentato «la penetrazione della cosca nel tessuto economico della Piana di Gioia Tauro e la sua capacità di esercitare un radicale controllo sugli apparati imprenditoriali, nei settori immobiliare e agroalimentare, con riferimento anche al mercato ortofrutticolo di Milano». Antonio Piromalli, spiegano gli investigatori, «per il tramite della società di riferimento P&P Foods srl, è risultato l’esportazione di prodotti ortofrutticoli verso i mercati del Nord Italia, controllando le aziende Ortopiazzola Srl e la Polignanese s.r.l., (sottoposte a sequestro) inserite nel Mercato Ortofrutticolo Milanese, a cui assicurava, per il tramite del Consorzio Copam di Varapodio (Rc), la fornitura dei prodotti, garantendo, con le note tecniche di intimidazione, prezzi di acquisto concorrenziali e il buon esito delle operazioni commerciali».

Insomma la ’ndrangheta ha condizionato e ancora condiziona la grande distribuzione organizzata e partecipare, in questo modo, a formare il business delle agromafie che, è bene ricordarlo, secondo l’ultimo studio Eurispes, raggiunge la cifra record di 24,5 miliardi di euro. Soldi, relazioni e potere che dai campi agricoli coltivati passa, mediante società e centri commerciali, sulle tavole degli italiani e degli europei, facendo ricchi i mafiosi e i loro affiliati, se non fosse per gli interventi di alcune Procure e delle Forze dell’ordine.

Archivi