La fotografia di una città e di una comunità alla deriva

Nessuno che reciti il mea culpa!

Le analisi, se si fanno e quando si fanno, non parlano mai delle responsabilità delle classi dirigenti e dei tanti silenzi collettivi che ne hanno determinato la crescita.

Questo, non per il gusto di colpevolizzare tizio o caio, ma unicamente per individuare il male oscuro che corrode la società latinense.

E per tentare, se ancora possibile, di trovare un rimedio.

Un male che, se non viene estirpato, non consentirà mai un’inversione di rotta.

Latina è una città giovane, fra le più giovani d’Italia, composta da tante etnie, da tante storie.

Con un mito unificante, all’origine, quello del “regime”.

Etnie che non hanno avuto mai occasioni e luoghi unificanti.

Una città, anche dal punto di vista urbanistico,… ”a spezzoni”, con le varie etnie chiuse ognuna per conto proprio, con i vari borghi.

I veneti da una parte, i romagnoli dall’altra, i campani, i calabresi, i siciliani dall’altra ancora e così via.

Ognuna si è portata dietro, con i meriti, anche i difetti.

Una classe dirigente degna di tale nome avrebbe dovuto preoccuparsi di creare un cemento comune.

Con spazi di incontro e di confronto, culturali, sportivi, ludici, che consentissero una comune crescita.

Omogenea.

Un’affermazione di valori positivi.

E’ prevalsa, invece, la logica del ghetto, anche di natura sociale, i ricchi con i ricchi, i poveri con i poveri.

E, quel che è più grave, è prevalsa la logica della rapina, dello sfruttamento e dell’uso improprio del territorio.

Latina è una delle poche grandi città italiane che non ha un PRG aggiornato.

Quando qualcuno ne propose la redazione, ci fu una sollevazione quasi generale del Consiglio comunale.

Si va avanti, pertanto, da decenni con una politica urbanistica che ha consentito una speculazione selvaggia.

Un assalto, con eserciti di soggetti venuti da altre parti del Paese, attratti dal miraggio di accumulare ricchezze, che da muratori sono diventati impresari.

Il processo si è andato accentuando negli anni, fino al punto che oggi tutta l’imprenditoria locale è quasi del tutto sparita a vantaggio esclusivo di imprese che vengono per lo più dalla Campania, dalla Calabria ecc.

Sono mancate la politica della programmazione, la politica di un uso corretto del territorio, la logica di un’organizzazione che consentisse la crescita omogenea della città e della comunità.

Sono arrivati i grandi capitali privati investiti nell’edilizia, nel commercio, nei vari settori dell’economia.

Capitali sulla cui provenienza nessuno si è preoccupato di porsi qualche domanda e di far luce.

Probabilmente a qualcuno ha fatto piacere così.

Traendone eventualmente grossi vantaggi personali.

In soldi, carriere e quant’altro.

“Latina è una città molto ricca, ma di una ricchezza molto sporca”, ci disse tantissimi anni fa un ufficiale della Guardia di Finanza che studiò bene il territorio.

Poi c’è stata la fine della Cassa per il Mezzogiorno, delle agevolazioni e dei finanziamenti a pioggia ed è arrivata la miseria che si è andata sempre più accentuando con un processo irreversibile di deindustrializzazione che sta gettando sul lastrico migliaia di famiglie.

Con una classe ristretta di speculatori che ha accumulato ricchezze, con uno stuolo di mafiosi che si sono insediati sul territorio, con un esercito di persone che traggono vantaggio da tali presenze e dalle loro attività e con una comunità in parte affamata ed in altra parte rassegnata che non ha maturato, perché nessuno l’ha preparata a farlo, la capacità di reagire a tutto ciò.

Questa, la fotografia di una città capoluogo e, conseguentemente, di una provincia, nelle quali, come disse l’ex Presidente del TAR dr. Bianchi, la legalità è un optional.

Le istituzioni non hanno fatto quello che avrebbero dovuto fare in una situazione del genere.

Chi ha tentato di creare un clima di legalità – come, appunto, il Dr. Bianchi o il Prefetto Frattasi o qualche altra brava persona – è stato costretto ad andare via o addirittura è stato trasferito subito.

Ci si meraviglia oggi se a Latina si spara e si uccide?

Arrestiamo, sì, chi lo fa e buttiamo la chiave, ma non assolviamo chi ha creato le condizioni economiche, culturali, morali perché avvenisse tutto ciò.

E, soprattutto, facciamo in modo, dando a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, di mettere a nudo prima e tentare di sradicare poi il male oscuro che corrode il corpo di una comunità intera.

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