La “falsa dissociazione” dei Moccia: così il clan di Afragola si è protetto dalle inchieste

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La “falsa dissociazione” dei Moccia: così il clan di Afragola si è protetto dalle inchieste

La cosca e i legami con gli affari romani, il petrolio e il rapporti con Anna Bettozzi. Angelo, uno dei due fratelli, ha riottenuto la libertà dopo 23 anni. E con essa, le piene redini del comando di una organizzazione criminale rimasta forte e pericolosa

di Vincenzo Iurillo | 15 APRILE 2021

Il Gip di Napoli la chiama “falsa dissociazione”. Sintetizzando così, in mezza riga, una dozzina di pagine della richiesta di misure cautelari della Procura, un condensato di quasi 30 anni di strategie processuali e criminali di un sodalizio camorristico nato ad Afragola, che è arrivato ad allungare i suoi tentacoli nel cuore di Roma e del bel mondo.

È l’escamotage grazie al quale il clan Moccia si è reso impermeabile alle tempeste giudiziarie dagli anni ’90 in poi. Giocando ai tavoli dello Stato e delle mafie con le carte truccate. Offrendo agli inquirenti le briciole di generiche e strumentali dichiarazioni autoaccusatorie su reati di sangue e di violenza, stando attenti a non dire una parola sulle collusioni con la politica, sul reimpiego dei capitali illeciti nell’economia pulita, sui collegamenti con le altre cosche non coinvolte nella scelta della dissociazione.

Poco, troppo poco, per fornire un reale contributo alla giustizia e allo smantellamento delle truppe malavitose. Abbastanza, per i Moccia, per tessere le proprie trame, proteggersi dai veri pentiti che li accusavano, provare a contrattaccare e colpirli, e nel frattempo “continuare ad avvalersi del potere economico-criminale conseguito, dopo aver riconquistato nel volgere di pochi anni libertà personale e di relazioni grazie ai trattamenti premiali pretesi”, scrive l’ufficio della Procura di Napoli guidata da Giovanni Melillo negli atti allegati alle indagini sulle infiltrazioni delle mafie nel business del petrolio. Indagini culminate nei giorni scorsi in una settantina di arresti ordinati dalle procure antimafia di Roma, Napoli, Catanzaro e Reggio Calabria.

Ed è così, con la “falsa dissociazione”, che Angelo Moccia ha riottenuto la libertà dopo 23 anni. E con essa, le piene redini del comando di una cosca rimasta forte e pericolosa, e che avrebbe avuto nel fratello Antonio, tra i 70 arrestati, uno degli ufficiali di collegamento tra la criminalità di Afragola e gli affari a Roma.

Sin dagli anni ’80 infatti il clan Moccia ha reinvestito nella Capitale. Prima sulle piazze di spaccio nelle periferie. Poi nella ristorazione. Infine nell’oro nero: il carburante, sul quale dal 2015 si fionda Antonio Moccia. “I Moccia non sono soltanto ad Afragola. I Moccia sono dappertutto”, dice in un’intercettazione Alberto Coppola, marito della cugina di Antonio Moccia, anche lui finito in carcere. “Alberto Coppola – secondo gli atti – è la longa manus di Antonio Moccia, ‘finanziatore occulto’ che affida a Coppola i suoi interessi”. Insieme, hanno dato l’assalto alla Maxipetroli in crisi di liquidità.

C’è una intercettazione che secondo il Gip “non necessita di ulteriori commenti”. È quella in cui Alberto Coppola si vanta delle sue parentele: “Sì tu lo sai io ho parecchi amici vengono ma io me li sono allontanati tutti …… Antonio tra me e te, io non li temo (…) io ho un parente, un cugino… (…) una persona di un certo spessore ed economicamente è fortissimo e poi ò l’unica persona che porta un nome (….) che sarebbe quello di Afragola, i Moccia (…) mi serve un milione, cinquecentomila, io non ho il problema…”.

Anna Bettozzi, l’amica di Berlusconi, la vedova Di Cesare, la signora che ne ha ereditato l’impero petrolifero, il nome più famoso tra quelli finiti in carcere nei giorni scorsi, questo lo aveva capito. “Io c’ho la camorra dietro”. Riuscirà a fare alleanze economiche milionarie coi Moccia senza farsene schiacciare. Un’impresa non da poco. Perché i Moccia sono gente di rispetto, di fronte ai quali anche altre cosche violente e criminali fanno un passo indietro. Lo testimonia un’altra intercettazione di Coppola che riferisce di una estorsione alla Maxipetroli che rimase solo un progetto. “Sopra al deposito a Roma… quando vennero i calabresi… intervenne mio cugino.. non ti permettere più dissi io… vennero a minacciarmi (…) pure i Casamonica…”.

Bastava fare il nome di Antonio Moccia, insomma. Un uomo con una storia particolare alle spalle. Il 29 maggio 1978 uccise a colpi di pistola nel cortile di Castelcapuano (Napoli) uno dei “nemici di famiglia”, il 33enne Antonio Giugliano. Antonio Moccia non aveva nemmeno 14 anni: li avrebbe compiuti due settimane dopo.

 

 

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