La Dia. Più che quintuplicati i casi di scambio elettorale politico-mafioso al Sud

La Dia. Più che quintuplicati i casi di scambio elettorale politico-mafioso al Sud

Ma in tutta Italia “le grandi organizzazioni criminali sono riuscite a sfruttare una situazione del tutto particolare e imprevedibile per trarne vantaggio economico”

Pino Ciociola lunedì 1 marzo 2021

Non s’aspettavano un aiuto tanto forte e silenzioso, però ne hanno approfittato al volo. Certo, il buio socioeconomico innescato dalla pandemia ha fatto perdere qualcosina col traffico di droga, le estorsioni, le rapine, l’usura, la ricettazione, ma ha spalancato loro autostrade per entrare ancora meglio nella politica, nella pubblica amministrazione e nel privato, sarebbe a dire sempre più mani sugli appalti pubblici e sempre più dentro economia e finanza. Esempio? Nel Sud del Paese nel 2020 si sono più che quintuplicati i casi di scambio elettorale politico mafioso. Ecco perché nella sua ultima relazione semestrale la “Direzione investigativa antimafia” (Dia) annota chiaro e tondo che da Nord a Sud “le grandi organizzazioni criminali sono riuscite a sfruttare una situazione del tutto particolare e imprevedibile per trarne vantaggio economico” e “nonostante il periodo di lockdown e la conseguente forzata immobilità negli spostamenti abbia avuto riflessi sulle attività criminali tipiche legate al controllo del territorio”.

Il fatto è che “tutte le mafie” sono scaltre e veloci, muovendosi “sempre più’ secondo “modelli imprenditoriali variabili e calibrati sulle realtà economiche locali”. Una capacità affinata “non a caso” durante l’emergenza sanitaria, con le organizzazioni mafiose svelte “a sfruttare le occasioni connesse al bisogno di liquidità del tessuto produttivo e sociale del Paese”. Oltre che appunto a infiltrarsi “nell’economia legale e negli apparati della pubblica amministrazione”.

Al Nord e al Centro così “sono aumentati i casi di riciclaggio e reimpiego di denaro illecito”, segnale “d’una contaminazione in atto dell’economia legale”, annota la Dia. A proposito, il maggior numero poi di operazioni economico-finanziarie sospette “non avviene nei territori d’origine delle mafie, ma in quelli di proiezione” e dove “l’economia si presenta più florida”: risultato? “La Lombardia si colloca in testa per numero di queste operazioni, mentre fra le prime Regioni figurano, oltre alla Campania, Toscana, Lazio, Emilia Romagna e Veneto”.

Naturalmente il gran desiderio delle mafie di farsi imprese “emerge anche nelle transazioni economiche connesse con l’emergenza sanitaria”. Insomma, come ripete da tempo anche la Dna, le nuove mafie sono vere e proprie holding, che “cercano costantemente di espandersi, pur mantenendo inalterata la propria “essenza” criminale che si basa su un patrimonio identitario coltivato prevalentemente nelle regioni del Sud Italia”. Ecco perché il vero cambio di strategia è puntare “innanzi tutto alla gestione del mercato degli affari piuttosto che al “controllo del territorio”.

Ed ecco perché servono colletti bianchi inamidati, visto che questa nuova strategia passa “dal volto pulito di imprenditori e liberi professionisti – si legge nella relazione della Dia – attraverso i quali le mafie si presentano alla pubblica amministrazione adottando una modalità d’azione silente che non desta allarme sociale”.

Ma loro le mafie, nel frattempo come stanno in salute? In realtà con qualche problemino, nulla di grave, però le disturba. La ‘ndrangheta, “seppure leader nel traffico internazionale di stupefacenti, non appare più così monolitica ed impermeabile a fenomeni quali la collaborazione con la giustizia di affiliati e di imprenditori e commercianti, sino a ieri costretti all’omertà dal timore che tale organizzazione mafiosa imponeva loro”, scrive la Dia. Cosa nostra siciliana “vive momenti di grande cautela operativa e sta tentando di serrare le fila anche riammettendo nei suoi ranghi le nuove generazioni degli “scappati” dalla guerra di mafia degli anni ‘80, oltre a beneficiare di scarcerazioni di anziani affiliati che hanno scontato lunghe pene detentive”.

La camorra napoletana, invece, può “facilmente dividersi in varie classi”, in prima ci sono cartelli di famiglie che hanno saputo resistere nel tempo anche a momenti di grave crisi legate alle vicende delle guerre di camorra che si sono combattute nell’area nord e centro di Napoli”. Più giù spuntano “gli altri micro clan operanti in città e provincia che vivono per lo più di traffico di stupefacenti ed estorsioni, ma che hanno alterne vicende a seconda della pressione investigativa”. Infine c’è “il trend di crescita” della mafie pugliesi (“Intese nella ormai consolidata distinzione tra mafie foggiane, camorra barese e sacra corona unita“), che mirano al controllo del territorio e del mercato della droga, ma hanno come “obiettivi di medio e lungo termine la progressiva infiltrazione dell’economia legale attraverso avanzate strategie di investimento e dimostrando una spiccata capacità di condizionare i flussi finanziari”.

Fonte:www.avvenire.it

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