La demolizione della Giustizia nel nostro Paese

Giustizia, arriva la bordata

Il Consiglio dei ministri alla fine approva il disegno di legge sul processo penale. Si tratta di cinque deleghe, in parte ritocchi “di servizio”, in parte norme che incidono pesantemente sui procedimenti. Praticamente dimezzate le prerogative dei pubblici ministeri, la Lega ottiene l’elezione dei giudici. Pd e Idv duri, l’Udc contesta solo il metodo

E’ passato in secondo piano visto il duro scontro istituzionale che si è sviluppato sul caso di Eluana Englaro, ma si tratta comunque un provvedimento atteso e, come previsto, contestato. Il Consiglio dei ministri di oggi (venerdì) è riuscito alla fine ad approvare il tante volte rinviato disegno di legge di riforma del processo penale. Il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, ha rivendicato l’ascolto e l’accoglimento di alcune proposte dell’opposizione e dell’Associazione nazionale dei magistrati. Non sono dello stesso avviso Partito democratico, Italia dei valori e Udc, che hanno subito contestato il metodo e il merito del ddl, articolato in cinque deleghe che il governo chiede al Parlamento per approfondire la materia.

Ci sono norme “di servizio” come il riordino delle comunicazioni e delle notificazioni del procedimento penale e delle audizioni di testimoni nel corso dei processi e a distanza, la digitalizzazione dell’amministrazione della giustizia, la sospensione del processo celebrato in assenza dell’imputato. C’è l’accoglimento, ancora di una volta, di un principio fortemente voluto dalla Lega nord: l’elezione dei giudici, limitata ai viceprocuratori onorari presso il giudice di pace. Ma ci sono soprattutto una serie di misure che incidono sull’organizzazione e la struttura del processo penale. In generale, fanno pendere maggiormente il processo dalla parte della difesa. Secondo la maggioranza ce n’era bisogno, secondo Pd e Italia dei valori no, ritengono che l’articolo 111 della Costituzione (quello sul giusto processo) sia già applicato dalla leggi in vigore. I democratici (almeno la parte che detiene l’onere della gestione del dossier, a cominciare dal ministro ombra Lanfranco Tenaglia) si sarebbero limitati a qualche modifica di funzionalità, per rendere il servizio più efficiente.

L’opera della maggioranza non è conclusa. Il premier Silvio Berlusconi ha già tracciato il prossimo passo: l’abolizione del secondo e del terzo grado per chi viene assolto in primo. Poi verrà tutta la parte delle modifiche costituzionali, a cominciare dal Consiglio superiore della magistratura.

Tornando alle misure di oggi, la parte più attesa rispecchia pienamente le indiscrezioni. C’è la modifica del rapporto tra pm e polizia giudiziaria, ed è esattamente – niente di più, niente di meno – una limitazione dei poteri dei primi. Il pm “non può più prendere cognizione diretta delle notizie di reato. Si limiterà a riceverle dalla polizia giudiziaria”. Quest’ultima “godrà di maggiore autonomia, così da poter svolgere investigazioni anche autonome rispetto a quelle delegate dal pm”.

E’ previsto “un maggiore controllo sulle richieste di emissione di provvedimenti cautelari formulate dal pm” assicurato tramite il visto obbligatorio del capo dell’ufficio. La polizia giudiziaria “potrà compiere tutti gli atti urgenti anche dopo che il pm ha assunto la direzione delle indagini e svolgere di iniziativa propria ogni attività necessaria ad accertare reati”. Salvo casi particolari, “la pg svolge le indagini e relaziona al pm entro sei mesi” mentre per accertamenti tecnici, interrogatori o confronti con l’ indagato dovrà farsi autorizzare dal pm.

Non sono modifiche di poco conto. Si dimezzano le prerogative dei pm, che potranno “aprire fascicoli” solo su impulso della polizia giudiziaria, mai più “motu proprio”. Si abbozzano, inoltre, maggiori controlli sui pm stessi, attraverso i controlli capi degli uffici.

E’ stata accolta anche un’idea dell’Udc: sarà un gip collegiale a stabilire se ci sono i presupposti per le misure cautelari (come la detenzione in carcere, gli arresti domiciliari, il sequestro di beni), quelle che il giudice per le indagine preliminari dispone prima del dibattimento vero e proprio, nel caso in cui ravvisi un rischio di inquinamento delle prove, un pericolo di fuga o di reiterazione del reato.

L’opposizione, come detto, è sul piede di guerra. Il più duro è il leader dell’Italia dei valori Antonio Di Pietro: “Provvedimento dopo provvedimento si procede a ritmo forsennato alla demolizione della giustizia in Italia da parte del governo Berlusconi”. L’ex pm contesta innanzitutto il meccanismo delle deleghe (il Parlamento autorizzerà il governo a legiferare), la riduzione dei poteri dei pm (ha fatto notare che la polizia dipende dal potere politico di turno), l’elezione dei viceprocuratori temendo che introduca “accordi di lobby politica con l’elettorato di riferimento”.

Analoghe le critiche del democratico Tenaglia, a partire dal modificato rapporto tra pm e polizia giudiziaria. Il Guardasigilli ombra ha confermato della posizione del Pd: “Le soluzioni che il Pd propone sono del tutto diverse e ispirate esclusivamente a realizzare una giustizia efficiente e un processo penale più giusto ed equo. Su questi campi misureremo la capacità della maggioranza di curare gli interessi dei cittadini e non la diversa finalità di continuare a distruggere la giustizia”.

L’Udc, a conferma di essere il partito più incline al dialogo, ha contestato con il responsabile giustizia Michele Vietti solo il metodo scelto dall’esecutivo: “Cinque deleghe da chiedere al Parlamento non ci sembra la premessa migliore per ottenere la nostra collaborazione. Non vorremmo che, anche in una materia così delicata come la giustizia, dove la condivisione parlamentare è tanto più importante perché interessa l’equilibrio delicato tra diritti costituzionali ed esigenze di sicurezza, l’Esecutivo fosse colpito dalla sindrome dell’autosufficienza”.

(tratto da www.aprileonline.info)

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