La Capitale a rischio mafie: ora si preoccupa anche il Governatore della Banca d’Italia

La Capitale a rischio mafie: il fenomeno è in crescita

Lancia l’allarme all’«Antimafia» anche il governatore della Banca d’Italia Draghi. A rischio Negozi e ristoranti acquistati anche al doppio del valore grazie ai miliardi dei traffici illeciti. ‘Ndrangheta e casalesi al top degli affari.

Un fiume di denaro che dà ossigeno all’economia in crisi. Soldi che rilanciano l’occupazione, creano nuove imprese. Tutto Marcio. Milioni di euro che si sono moltiplicati con il traffico di droga, quello delle armi. Con il pizzo e le estorsioni. Milioni e milioni di euro rosso sangue. Un volume di affari che supera i 130 miliardi di euro. La sola ‘ndrangheta, secondo le ultime valutazioni, movimenta 44 miliardi l’anno. Soldi investiti laddove la crisi è più sentita. Dove le attività commerciali sono più in difficoltà e allo stesso tempo il mercato consente investimenti sicuri. Roma città dove l’usura strozza il commercio ecco che si allungano le mani della piovra. ‘Ndrangheta e camorra soprattutto. La Mafia siciliana che per prima scoprì il business capitolino, preferisce ora investire all’estero.

Lontani i tempi che Pippo Calò, cassiere di Cosa nostra, risiedeva a Piazza di Spagna e prendeva il caffè con i boss della banda della Magliana. I brokers del crimine si muovono sapienti nelle vie del lusso della Capitale. Sondano il mercato, verificano il giro d’affari, intrecciano legami con amministratori pubblici e funzionari sleali, e poi pronti con valigette piene di euro passano all’acquisto. Ristoranti, alberghi, bar, pizzerie in primi luogo. Locali che cambiano proprietà anche due volte l’anno. Gelaterie che fioriscono in ogni angolo della città storica. A gestirle uomini di fiducia, parenti.

Due anni fa la dichiarazione allarmata dell’esponente radicale Rita Bernardini: «La lingua più parlata nei locali del centro storico di Roma è il napoletano». Fu assalita da ogni parte politica. Poi venne l’ennesima inchiesta della procura con ristoranti famosi chiusi perché in odore di mafia. E quelle parole sono tornate in mente a molti, ma pochi ne hanno fatto tesoro. Nell’ultima relazione della Dia al Parlamento si legge «Nel Lazio, e in particolare nella provincia di Roma, gli elementi investigativi acquisiti convergono sull’accresciuta “pervasività” della ‘ndrangheta nel settore edile, con il tentativo di inserirsi nelle procedure di gara per l’acquisizione di appalti e sub appalti che, seppur di non rilevante entità, perseguono la strategia della “polverizzazione” dell’infiltrazione nell’imprenditoria sana. Anche il settore commerciale, segnatamente le attività di ristorazione, mediante l’acquisizione di quote societarie di bar, ristoranti e rivendite di tabacchi, è considerato vulnerabile sotto il profilo del rischio di infiltrazione delle cosche».

L’attività investigativa ha messo in luce il coinvolgimento delle cosche calabresi Alvaro, Palamara, Bonavota, Fiarè. La mole di denaro da riciclare è tale che i clan sono disposti a pagare un negozio, un ristorante e persino un intero centro commerciale il doppio del valore reale. «La crisi economica aumenta i rischi per le imprese italiane di cadere vittime o essere acquistate della criminalità organizzata» e, in una fase di bassa crescita, la lotta a questo fenomeno che frena vaste aree del Paese diventa «oggi più importante che mai». L’allarme è arrivato giusto ieri dal governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, nell’audizione alla Commissione Antimafia. Una strategia che il governo ha già messo in atto. È uno degli impegni del 2009 a «colpire la mafia nei soldi», nei suoi interessi economici aveva annunciato il ministro dell’Interno Roberto Maroni. L’attività investigativa delle Forze dell’ordine continua a scoprire il tesoro delle mafie. Roma sembra essere diventata una sorta di cassaforte di cosche e clan.

Il Cafè de Paris era finito nel mirino degli inquirenti già più volte in passato, poi l’acquisto da parte della famiglia Todini sembrava aver interrotto la parabola negativa del bar della Dolce vita. Ma nel 2005 la vendita a Damiano Villari, originario di S. Eufemia di Aspromonte dove era barbiere di fiducia del clan Alvaro. Centomila euro secondo la scrittura depositata per acquistare l’80% delle quote della società dalla Delta group della famiglia Todini. La procura di Roma, nell’indagine dello scorso novembre, ha scoperto un versamento di cinque milioni in contanti sul conto della società della famiglia Todini. Le imprese edili sono l’altro grosso business delle criminalità. Dopo il terremoto in Umbria nel 1997 furono decine le imprese «’ndranghetose» che cercarono di accapparrarsi gli appalti. E oggi, dopo il sisma in Abruzzo, qualcuno ci sta riprovando. La task force voluta dal Governo ha già individuato alcune imprese sospette.

E il «piano casa» delle aziende pulite sarà protetto dagli uomini in divisa contro i giocolieri del subappalto ricchi del denaro dei narcotrafficanti di Reggio Calabria e Palermo. Il boccone prelibato delle attività commerciali è così appetitoso e allo stesso tempo ricco che i clan possono permettersi di dividere il bottino. ‘Ndrangheta nel centro storico, casalesi e camorra in periferia con predilezione per supermercati e centri commerciali. Acquisizioni che vanno in porto ogni giorno. Attività commerciali che espongono cartelli di prossima chiusura ed ecco arrivare gli emissari delle cosche. Colletti bianchi insospettabili con l’offerta milionaria. E le «lavanderie» si moltiplicano. I segugi del Gico della Finanza e del Ros dei carabinieri inseguono l’odore dei soldi sporchi.

Maurizio Piccirilli
(Tratto da Il Tempo)

Archivi