La «Campania felix» è un deposito di ecoballe, E DI MORTE!!!!!!!!!!

Il Corriere della Sera, 18 febbraio 2018

La «Campania felix» è un deposito di ecoballe
Un anno e mezzo dopo l’annuncio del maggio 2016 di Matteo Renzi i dati della Regione dimostrano che gli interventi di rimozione sono stati quasi irrilevanti

di Gian Antonio Stella

«Siamo fiduciosi che entro l’anno i milioni di ecoballe stoccati nella Terra dei Fuochi saranno definitivamente smaltiti». Sic. Si morderà la lingua Matteo Renzi, rileggendo quanto disse all’Ansa il 30 maggio 2016 per celebrare la «rimozione della prima ecoballa» eseguita da Vincenzo De Luca. Un anno e mezzo dopo, i dati della Regione Campania trasmessi a Raffaele Cantone sancivano che erano state «rimosse complessivamente 56.571 tonnellate di ecoballe». Su «circa 5 milioni e seicentomila». Come vuotare il mare col secchiello…

Eccolo qui, il contesto dell’ultimo scandalo sui rifiuti denunciato da fanpage.it. Un botto che ha scosso la famiglia del governatore (dal figlio Roberto costretto a dimettersi da assessore comunale lanciato verso la poltrona di sindaco di Salerno al figlio Piero candidato al Parlamento nell’uninominale) e insieme il feudo del Pd «deluchiano» e l’intero Partito democratico.

Dice il ministro Luca Lotti, nella scia di centinaia di sfoghi del passato storicamente destrorsi sulla «giustizia a orologeria»: «Mi incuriosisce che queste cose arrivino sempre in questi momenti ma la magistratura, su cui ho massima fiducia, saprà fare luce su quanto accaduto o meno». Quanto a Renzi, conferma la fiducia nei giudici, spiega che il fratello di Roberto, Piero, «sta facendo una campagna elettorale molto seria» e insiste: «Nessuno può negare che Vincenzo De Luca sia uno dei pochi amministratori straordinari di questa terra».

Resta il tema: a chi si riferisce quando invita, come ha fatto ieri, a «seguire il suggerimento che a suo tempo diede il grande Indro Montanelli: Turatevi il naso e votate Pd»? Quando poi aggiunge che «in molti casi non c’è neanche bisogno di turarsi il naso, perché i candidati sono ottimi», gli elettori sono autorizzati a chiedersi: chi ha fatto le liste?

Certo, i dubbi sull’uso di un «agente provocatore», come ha fatto il giornale fanpage.it di Francesco Piccinini, dividono gli stessi magistrati. Scrive Piercamillo Davigo nel libro La tua giustizia non è la mia: «Di per sé è una cosa riprovevole, ma se, come nei casi di corruzione, interpretiamo il reato come un fenomeno seriale in diffuso, questa figura investigativa può essere utile per eseguire un test di integrità. Certo, non si tratta di indurre in tentazione un singolo, a casaccio, ma di individuare casi specifici, bersagli mirati…». Gherardo Colombo, coautore del libro, la pensa all’opposto: «Non si possono usare metodi che sono espressione della stessa cultura del fenomeno che si intende contrastare».

Può darsi, insomma, che il Governatore abbia buone ragioni per mettere sotto accusa il modo con cui l’inchiesta giornalistica ha puntato i fari usando come esca un pentito di camorra contro suo figlio: «Quando fai le riforme, i contraccolpi ci sono. Ma andremo avanti a carro armato. Mettiamo in conto resistenze, sabotaggi, nelle ultime ore addirittura l’uso di camorristi per ricattarci. Ma se pensate di ricattarci non perdete tempo. Andremo avanti senza derogare di una virgola agli obiettivi che ci siamo dati».

Che il video sia imbarazzante e che il giovine Roberto si interessi in quel video a cose alle quali dovrebbe restare del tutto estraneo come le discariche casertane, però, è fuori discussione. Non per altro la magistratura, anche se ha bacchettato e indagato i giornalisti autori dello scoop, ha perquisito l’ufficio e la casa dell’ormai ex assessore. Al di là degli aspetti penali, prima si fa chiarezza e meglio è.

E chissà che la tempesta mediatica, giudiziaria, politica non riporti finalmente l’attenzione su Taverna del Re. Fino a una quindicina d’anni fa era una bella e generosa parte della Campania Felix, descritta con ammirato stupore da Wolfgang Goethe («S’aprì innanzi ai nostri occhi una bella pianura»), Charles Dickens (abbagliato dalla bellezza di quella «strada piana che si allunga in mezzo a viti tenute a tralci che paiono festoni tirati da un albero all’altro») e tutti i grandi viaggiatori della storia.

Nel giro di sette anni, come dimostra un agghiacciante confronto di foto aeree, quella campagna che dava quattro raccolti l’anno è stata trasformata in uno spropositato deposito di ecoballe. Talmente tante che a metterle tutte in fila arriveresti da Napoli a Kabul. E così ordinatamente accatastate sotto enormi teloni da dare l’impressione di un immenso sepolcreto di immense barre blu. Un sepolcreto grande quasi quanto il lago Patria, più vasto dell’isola di Procida e dieci volte il Vaticano. Al centro, isolata e avvolta dal fetore, la casa dell’ultimo colono, Salvatore Picone. Una masseria che pareva microscopica.

Spiegarono Matteo Renzi e Vincenzo de Luca, nel giugno del 2016, che per portare via quella «vergogna nazionale», accumulata da governi di vario colore, erano stati stanziati «450 milioni di euro». Titolo dell’Ansa: «Renzi, in 3 anni cancelleremo vergogna Terra Fuochi». E meno male che non parlava più di un anno solo. Fino ad oggi, secondo gli ambientalisti, di quelle ecoballe è stata smaltita una quota minima. Ma proprio minima. E le gare vanno troppo spesso deserte. Spalancando con la strada a furbetti e furboni…

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