La camorra di massa che fa guerra alla città

IL Mattino,18 Maggio 2019

La camorra di massa che fa guerra alla città

di Isaia Sales

«Si è oltrepassato ogni limite. Non è possibile che in un Pronto Soccorso si possa sparare e mettere a rischio l’incolumità di operatori sanitari disarmati. Cosa dobbiamo fare? Dotare i nostri dipendenti di giubbotti antiproitettili?». Così ha detto il commissario dell’Asl Napoli 1, Ciro Verdoliva, commentando la sparatoria avvenuta di notte all’interno dell’ospedale Pellegrini, nel cuore della città. Non è vero, intanto, che questa è la prima volta che si spara in una struttura ospedaliera. Diversi delitti di camorra sono stati compiuti in reparti e corsie dove erano ricoverati dei malviventi, a volte anche sorvegliati da forze dell’ordine. E diversi episodi di violenza hanno avuto come vittime infermieri, medici, e portantini rei (secondo i familiari dei ricoverati) di non aver trattato un loro caro con il rispetto o la celerità che si deve a un delinquente ammalato.

Verrebbe, però, da chiedere: e quale sarebbe il limite? Un ospedale è più «sacro» di una scuola? Più intoccabile di un asilo? Più da rispettare di una stazione della metropolitana? O di un mercato? O di un bar? O di un ristorante? O di un parco pubblico? O di una spiaggia? O di un campo di calcio? O del sacrato di una chiesa? O dell’esterno di un carcere, di un commissariato di polizia, di una stazione dei carabinieri?

Ho citato non a caso tutti luoghi in cui si sono verificati omicidi (ferimenti o «stese») senza nessuna preoccupazione di eventuali pericoli per coloro che non c’entravano nulla con la resa dei conti tra appartenenti a clan di camorra o tra delinquenti comuni. Si spara dappertutto, senza limiti, senza la benché minima accortezza nell’evitare luoghi affollati o nel coinvolgere estranei al mondo criminale. È la logica della guerra, non dell’agguato al nemico; e nelle guerre non ci sono zone franche per i civili: chiunque può essere colpito, nessuno può sentirsi escluso dal pericolo di un coinvolgimento indesiderato. A Napoli una minoranza dichiara le sue guerre ai propri nemici e coinvolge pienamente, consapevolmente (e indifferentemente) la maggioranza della popolazione. È dunque una illusione, che il cittadino comune deve al più presto abbandonare, quella di considerare il mondo del crimine come condizionato da paletti invalicabili, da vincoli da rispettare, come un uso «ragionevole» della violenza che può esserci all’interno di una logica criminale. Tutta la città è esposta come un unico teatro di guerra. Vale ciò che è stato detto già per la vicenda che ha coinvolto la piccola Noemi appena pochi giorni fa: a Napoli non basta non essere criminale, non basta non avere niente a che fare con i criminali, per essere al sicuro dal mondo criminale. Non credo che esista in Italia una condizione di insicurezza e di incertezza pari a questa.

La camorra da tempo non è criminalità d’ordine, non cerca di darsi regole e dare regole alle altre organizzazioni criminali (o ai delinquenti comuni) per evitare che l’assenza di esse possa nuocere alle proprie stesse attività. Quando un’elite criminale non è in grado di darsi regole al proprio interno, quando non è nelle condizioni di imporle ad altri delinquenti, vuol dire che non ha una egemonia criminale da esercitare e, dunque, non può ritenersi a pieno titolo un’elite. Regole e camorra sono due cose che non vanno d’accordo. E da molto tempo. Un killer di camorra ha affermato: «Io prima sparavo e poi ragionavo». I camorristi usano spesso il gergo calcistico per vantarsi di azioni criminali: «ho fatto un altro gol» per dire «ho ammazzato un’altra persona».

Si ha netta l’impressione che essi non hanno nessuna remora a provocare con le loro azioni la risposta repressiva delle forze dell’ordine, che in genere è la preoccupazione principale di un’organizzazione di tipo mafioso. Non provano a limitare i furti, le rapine, gli scippi, né a ridurre l’impatto di azioni di violenza quotidiana sul territorio che controllano. Aizzano gli istinti più violenti, non li controllano né provano a mitigarli. Sembra tutto ciò configurarsi come una particolare forma di banditismo urbano, di gangsterismo giovanile, ma sempre con un reclutamento di massa ed esposto permanentemente al dilettantismo criminale.

Certo, descrivendo le bande di camorra come un universo criminale senza regole si corre il rischio di sottovalutare il ruolo preminente che alcune di esse hanno nell’economia illegale nazionale e internazionale. Eppure la camorra-massa e la camorra-impresa sembrano convivere con una naturalezza che altrove non si riscontra nei fenomeni di tipo mafioso. La fase predatoria e parassitaria (tipica delle criminalità urbane) convive con la fase «simbiotica», cioè di piena affinità e di strettissimo intreccio con i circuiti economici e finanziari e con diverse professioni legali (tipica delle attività mafiose). Come se la sovrappopolazione criminale incidesse fortemente sui modelli organizzativi e sui conflitti permanenti tra i vari clan. C’è uno scarto impressionante tra la dimensione ristretta dei quartieri e il numero elevato di persone che delinquono, o che potenzialmente possono scegliere il crimine come propria attività quotidiana. Tutto ciò determina una spinta a considerare i luoghi in cui abitano come esclusiva «cosa loro», a ritenere le persone estranee al loro mondo come una specie di «sotto-umanità», a far valere una dittatura illegale-criminale che è tanto più prepotente e invadente quanto più ristretto il territorio in cui si esercita, a manifestare una vocazione quotidiana al sopruso. Si sentono sciolti da ogni vincolo perché hanno poco tempo (di vita) per realizzarsi e hanno necessità di occupare militarmente gli spazi per tutelarsi da eventuali competitori dei quartieri e dei rioni confinanti, che ne contendono il dominio.

Perciò la questione criminale a Napoli è complessa: perché è una grande questione sociale e al tempo stesso una messa in discussione di alcuni principi fondamentali dello Stato di diritto. A partire dal mancato monopolio dell’uso delle armi da parte delle forze dell’ordine. Se migliaia di persone girano armate in città, e se chiunque lo vuole può procurarsele come la cosa più naturale al mondo, traballa la stessa idea di comunità protetta dallo Stato. E al tempo stesso la questione criminale a Napoli ha intaccato e compromesso l’economia di mercato, perché una parte del mondo economico legale si è intrecciata con quello illegale condizionandosi e sostenendosi a vicenda. Tutto ciò merita qualcosa in più di una riunione del comitato per l’ordine pubblico.

 

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