Intervista ad Antonio Turri, di Libera, sulla presenza mafiosa a Fondi ed in provincia di Latina

La «quinta mafia» di Fondi i casalesi puntano a Roma
Clan e politica: lo scandalo del comune che il governo non scioglie
Antonio Turri, referente della regione Lazio di Libera, è figlio della terra pontina. Nato e cresciuto a Latina, da diversi anni segue per l’associazione di don Luigi Ciotti la presenza consolidata delle mafie a sud di Roma. «Non possiamo più parlare di tentativo d’infiltrazione – esordisce – perché Latina è il ponte per interessi più vasti, che puntano alla capitale, a Roma». Da Libera è nata l’espressione «quinta mafia», intesa come un’organizzazione dove si uniscono cosche, pezzi della politica, colletti bianchi e imprenditoria. E Fondi oggi è divenuta il simbolo di questo snodo di interessi e di questa terra, dove la consegna del silenzio sta diventando regola d’oro.
Secondo lei, perché il governo non ha voluto sciogliere il comune di Fondi?
Nella commissione di accesso c’erano i rappresentanti dei Carabinieri, della Polizia di stato e della Guardia di Finanza. Sono i tre corpi delle forze dell’ordine che – tecnicamente – hanno analizzato la situazione e indicato l’opportunità dello scioglimento. Chi, dunque, attacca la richiesta venuta dal prefetto Frattasi, sta attaccando carabinieri, polizia e guardia di finanza. Questo deve essere ben chiaro. Fondi è una città dove fino ad alcuni anni fa si votava liberamente. Guardando la storia politica del sud pontino, salta agli occhi come a Fondi si passava da giunte del Pci a quelle della Democrazia cristiana. La richiesta di scioglimento per infiltrazione mafiosa è di conseguenza un atto che vuole riportare la libertà di voto e la democrazia, e questo il prefetto Frattasi lo ha ben chiaro. Ha avuto il coraggio di mettere insieme quelle che sono state conclusioni tecniche – e non politiche – dei tre corpi delle forze dell’ordine.
Eppure quella relazione viene oggi aspramente criticata… Quello che è in gioco è la libertà dei nostri figli, questo è importante sottolineare. Il prefetto ha chiaramente intuito che dietro il caso Fondi c’è una battaglia per la supremazia dello stato.
La situazione è così drammatica?
Le racconto una storia, che mi sta particolarmente a cuore. I giornali hanno parlato di don Diana, il sacerdote ucciso dai casalesi. A Latina – esattamente a Borgo Montello – negli Anni 90 uccisero il parroco, don Cesare Boschin, che denunciava l’interesse della camorra per il traffico dei rifiuti. Lo trovarono incaprettato, con la dentiera spinta nella gola. Aveva 84 anni e gli rimaneva molto poco da vivere a causa di una grave malattia. Dopo l’omicidio iniziarono a coprirlo di fango, esattamente come con don Diana a Casal di Principe. Dissero che era pedofilo, che la morte era dovuta ad una rapina. Bugie fatte per offuscare la sua immagine.
Della discarica di Borgo Montello e del traffico di rifiuti tossici nocivi parlò poi anche Carmine Schiavone…
Esattamente. E proprio Carmine Schiavone raccontò come i casalesi avessero sul libro paga trenta «soldati», da Sabaudia a Roma, pagati all’epoca 3 milioni al mese l’uno, più di uno stipendio di un questore all’epoca.
Che fine ha fatto l’inchiesta sulla morte di don Cesare Boschin?
Non si è mai trovato il colpevole, l’inchiesta è stata archiviata. Come non si sono mai trovati i colpevoli della distruzione di tre ettari di vigneto della cooperativa che a Borgo Montello gestisce le terre confiscate ai casalesi. Pensi che ancora oggi i figli dei parrocchiani di don Boschin, che gli stavano vicino nella battaglia contro l’ecomafia, portano quasi di nascosto i fiori sulla sua tomba. Nonostante tutto la sua figura è ancora viva.
Libera ha parlato di «quinta mafia» e dei forti interessi economici che sono in gioco nella provincia di Latina. Quali sono?
Riccardo Izzi – arrestato lo scorso luglio nell’operazione Damasco a Fondi – lo scorso anno in due interviste su canali televisivi nazionali fece accuse ben precise. Disse che il suo patrimonio lo poteva spiegare senza nessun problema, mentre lo stesso non poteva avvenire per quello di tanti suoi colleghi. Dobbiamo partire da questo punto di vista, dai grandi patrimoni. Chi è accusato di appartenere ad associazioni mafiose qui, detiene beni di grande valore nel centro di Roma. C’è poi il ciclo del cemento: gli imprenditori del sud pontino sanno bene chi controlla il mercato. E infine c’è la politica, ci sono i colletti bianchi. Non a caso Libera sta dedicando i propri sforzi a questo livello della criminalità organizzata, che è la più sottile e la più invisibile. È insidiosa e sta cambiando questo territorio. In molte città della provincia di Latina, a Borgo Montello, le persone oggi hanno paura a parlare, sanno di avere poteri fortissimi davanti.
La via d’uscita?
Ci sono ancora tante forze coraggiose, ci sono giornali locali e nazionali che fanno battaglie per la legalità, ci sono i nostri figli che lottano per cambiare lo stato delle cose. E ci sono le forze dell’ordine, in buona parte sane, che stanno portando avanti inchieste coraggiose ed importanti. Da qui dobbiamo ripartire.

Andrea Palladino
(Tratto da Il Manifesto)

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