Intervista a Colangelo: non è semplice togliere ai camorristi la patria potestà

Il Mattino, Lunedì 19 Settembre 2016

Intervista a Colangelo: non è semplice togliere ai camorristi la patria potestà

di Gigi Di Fiore

Una «immane questione sociale», così ieri sul Mattino Isaia Sales ha definito la realtà criminale di Napoli città. Uno scenario che, oltre i dati e le statistiche, si presta a radiografie, interpretazioni, analisi sociologiche, storiche, giudiziarie. Nel vuoto di quella che Sales chiama «ideologia del crimine», diffusa tra le giovani leve che scimmiottano i camorristi di una volta, è un rincorrersi della cronaca tra episodi di violenza per la violenza con l’obiettivo di racimolare denaro, conquistare potere nel microcosmo di strade di quartiere, dimostrarsi più forti. Giovanni Colangelo, procuratore capo di Napoli da quattro anni e mezzo, ha maturato salde convinzioni dal suo osservatorio privilegiato. Un osservatorio giudiziario, da repressione postuma con arresti e ipotesi di accuse.
Come quasi sempre nei fine settimana, Colangelo è nella sua casa in Puglia. Ma, con garbo, si presta ugualmente a fare qualche ulteriore riflessione, sulle analisi che si rincorrono in una realtà dove «stese» e «paranze di bimbi» sono diventati neologismi d’uso comune. Anche perché, sempre più spesso, La riflessione sociologica si affianca alle motivazioni giuridiche dei provvedimenti contro i giovani criminali presi e condannati. Come è accaduto nella recente sentenza del giudice Nicola Quatrano.

Procuratore Colangelo, con le giovani leve criminali il suo ufficio fa di continuo i conti, attraverso arresti e indagini fruttuose. Cosa si può dire ancora sullo scenario delinquenziale napoletano?
«Dice bene, cosa si può aggiungere ancora che non è stato già detto. Ho esaminato questa realtà, su cui il mio ufficio lavora con impegno, in tutte le sedi negli ultimi mesi. Posso ripetere che noi stiamo cercando di fare fino in fondo il nostro lavoro. E rimarcare la mia convinzione, condivisa da molti».

Quale?
«Siamo di fronte ad una tale questione sociale, come dice Sales, che non possiamo pensare di risolverla e affrontarla soltanto ricorrendo alla repressione giudiziaria e al contrasto di polizia. Anche perché noi siamo un po’ come i medici chiamati a intervenire quando ormai la malattia è esplosa».

Un intervento sui sintomi, quando ormai hanno già fatto il loro corso?
«Proprio così, un intervento sintomatico e non certo di prevenzione. Il problema è di tale portata che occorrerebbe invece attuare un intervento sulle cause. E, sulle cause, certamente non sta a me intervenire, ma ad altre istituzioni. Riflettendo ad alta voce, potrei ripetere cose banali, anche se vere».

A cosa si riferisce?
«Beh, quando si parla di cause, ci si riferisce a cose che sono sotto gli occhi di tutti. Si tratta di cause sociali, legate al mondo del lavoro, all’influenza familiare, anche alla situazione urbanistica della città di Napoli».

Non esiste, allora, una ricetta che possa regalare ottimismo e speranza?
«Sono sempre più convinto, dalla mia esperienza, che sia necessaria una vera sinergia di obiettivi e intenti tra istituzioni pubbliche. Il mio ufficio in collaborazione e sintonia con tanti altri uffici che si occupano di interventi non giudiziari. Ognuno rispettando i propri limiti e le proprie prerogative, ma tutti insieme».

C’è, come sostiene Sales, una ideologia del crimine?
«Mi sembra un po’ eccessivo. C’è invece sicuramente una situazione criminologica o criminale, molto diversa da quelle esistente, ad esempio, ai tempi in cui imperava l’organizzazione camorristica di Raffaele Cutolo».

Tutto cambiato, tutto diverso in questi ultimi 30 anni?
«Sicuramente. Oggi la società si muove con velocità spaventosa. Così, cambiano con rapidità l’approccio al crimine e le cause mutate con i tempi».

Può servire l’abbassamento dell’età imputabile?
«Un ragazzo di 17 anni oggi è sicuramente altra cosa rispetto ad un diciassettenne di 20 anni fa. È una generazione più sveglia, più avanti rispetto a quella di allora. D’altro canto, negli ultimi 40 anni abbiamo avuto un mutamento amministrativo della maggiore età passata dai 21 ai 18 anni».

Quindi, un intervento sul codice dei minori è rimedio che considera auspicabile?
«Non è così semplice. Il problema presenta diverse sfaccettature tecnico-giuridiche. E non solo. La questione è complessa, perché investe aspetti sociali. Per questo, non è possibile avere solo un approccio processuale, ma bisogna ragionare, anche in questo caso, in maniera interdisciplinare».

Togliere la patria potestà ai genitori dei giovani criminali potrebbe essere un’altra soluzione?
«Anche a Napoli c’è stato di recente un provvedimento del giudice tutelare, così come avvenuto in Calabria, sulla patria potestà. L’intervento non può essere automatico, ma stabilito caso per caso e noi lavoriamo in coordinamento costante con l’ufficio giudiziario per i minori. Esiste uno steccato, fissato dalle leggi e dalla Costituzione, che è l’interesse del minore considerato prevalente su ogni altro».

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