Interpellanza del Sen. Elio Lannutti dell’ IDV sulle mafie in provincia di Latina e nel Lazio

LANNUTTI – Ai Ministri dell’economia e delle finanze e dell’interno – Premesso che:

attraverso i canali bancari possono transitare flussi di denaro provenienti da attività illecite che dovrebbero essere segnalate ai sensi della normativa antiriciclaggio;

il segreto bancario è stato nel tempo oggetto di continue deroghe da parte del legislatore italiano, volte ad agevolare la repressione di reati penali, fiscali, valutari particolarmente gravi, come la criminalità organizzata di stampo mafioso e non, il terrorismo transnazionale, l’evasione fiscale, il riciclaggio di capitali illeciti, che vanno annoverati tra i principali fattori che hanno determinato l’attuale situazione finanziaria dello Stato;

la Direzione nazionale antimafia, nella “Relazione annuale sulle attività svolte dal procuratore nazionale antimafia nonché sulle dinamiche e strategie della criminalità organizzata di tipo mafioso nel periodo 1 luglio 2009-30 giugno 2010”, sottolinea che a Roma città c’è una vera e propria rete criminale;

si legge in un articolo on-line del quotidiano “la Repubblica” del 13 maggio 2008: «Clan Ierinò alla Borghesiana, Casamonica a Tor bella Monaca e all’Anagnina, clan Senese a Centocelle, ‘ndrina Sergi Marando a San Basilio, ‘ndrina Morabito al Flaminio e la ex Banda della Magliana ad Ostia. È soprattutto la periferia il terreno fertile della criminalità organizzata della capitale. Nell’area romana ‘Ndrangheta e Camorra sono presenti soprattutto in imprese commerciali (supermercati, autosaloni, ristorazione, negozi di abbigliamento). Il Lazio è la seconda regione nella graduatoria di diffusione del reato d’usura, per il traffico di stupefacenti segue la Lombardia e precede la Campania. Secondo la mappa geo-economica dei gruppi criminali operanti sul territorio della nostra Regione»; «dalle 60 alle 67 organizzazioni criminali per un totale di circa 300 mafiosi. Venticinque le cosche appartenenti all’ndrangheta, 17 alla camorra, 14 a Cosa nostra e 2 alla Sacra corona unita, oltre a vari clan e cosche siciliani»; «l’insieme del tessuto amministrativo e politico nella maggioranza dei comuni della Regione finora ha mostrato una buona tenuta, anche se, soprattutto in alcuni comuni delle province di Roma, Frosinone e Latina, i tentativi di infiltrazione nella macchina amministrativa e politica sono in atto da tempo, e avvengono attraverso l’arrivo di insospettabili figure imprenditoriali, soprattutto nei settori dell’edilizia e del commercio, che stabiliscono rapporti collusivi con il personale politico e amministrativo locale: su 378 comuni laziali sarebbero una cinquantina i comuni dove risultano attività della criminalità»; «Tutte associazioni impegnate a fare affari con lo smaltimento dei rifiuti, sfruttando gli appalti delle grandi opere, l’edilizia residenziale, la distribuzione dei prodotti ortofrutticoli, nel settore turistico e della ristorazione, nelle società del settore della sanità». Nell’agenzia “Adnkronos” del 9 marzo 2011 si afferma che: «I clan mafiosi hanno “interesse a costituire articolazioni logistiche nel Lazio e soprattutto a Roma, e ad utilizzare le opportunità economico-commerciali per il reinvestimento di profitti illecitamente accumulati o per l’avvio di attività imprenditoriali. In particolare il territorio romano sembra essere stato scelto dalle organizzazioni criminali per proficue iniziative finanziarie, volte ad occultare i patrimoni illeciti attraverso sofisticate iniziative, che rendono particolarmente complessa l’azione di contrasto”». Infine, nel citato articolo de “la Repubblica” si legge ancora: «l’Osservatorio tecnico scientifico per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio (…) ha condotto uno studio sociologico e criminologico effettuato mettendo insieme il maggior numero di dati e di informazioni ricavate dalle indagini e dalle inchieste della magistratura e delle forze dell’ordine, prendendo in esame i fatti e le figure più rilevanti dal 2000 e, in alcuni casi, ripercorrendo vicende criminali risalenti anche al decennio precedente, per concentrarsi in particolare sulle azioni delle organizzazioni criminali dell’ultimo quinquennio. “Se sul nostro territorio (…) c’è la camorra o la ‘ndrangheta è perché c’è ricchezza. Bisogna combattere la microcriminalità senza dimenticare di farci carico delle persone deboli, perché anche nelle baraccopoli esistono fenomeni di racket”»;

considerato che:

in un articolo pubblicato sul quotidiano “La Stampa” del 13 aprile 2011 dal titolo: “La mafia sfrutta la crisi e offre servizi al posto dello Stato”, il pm Raffaele Cantone pone la domanda: “Bankitalia e la Borsa stanno vigilando sul denaro sospetto?”;

si legge infatti: «La mafia “non è anti-Stato”, la mafia è un asset per usare lo stonato linguaggio degli affari, insomma “è un servizio”. E sempre più raramente ricorre alle armi o alle minacce per raggiungere i suoi scopi. Ha relegato al cinema la fondina, ma “tiene nascosta la pistola sotto la scrivania”. C’è un momento, tuttavia, avverte Raffaele Cantone, il magistrato di tanti processi ai Casalesi, in cui questa nuova mafia dalla faccia pulita diventa pericolosissima. Durante le crisi e le recessioni, scandisce l’ex sostituto procuratore di Napoli, può emergere dal buio e insinuarsi nel sistema, “può fare il salto di qualità, impossessandosi di fette importanti dell’economia e della finanza”. Alla fine del 2008, poco dopo il fallimento di Lehman Brothers, questo magistrato approdato oggi al Massimario della Cassazione aveva lanciato l’allarme sul Mattino. Aveva definito la criminalità organizzata il convitato di pietra della crisi, capace in un momento di stretta del credito e di mercato azionario depresso di conquistare avamposti nella finanza e di fare shopping di aziende. Grazie all’enorme liquidità e a una nuova leva di mafiosi “giovani, laureati e belli” che sanno muoversi negli ambienti ovattati di Piazza Affari. In un libro edito da Mondadori, Cantone li chiama i “Gattopardi”. “La criminalità organizzata – osserva – ha sempre svolto un ruolo anticiclico. Ha disponibilità di denaro nel momento in cui gli altri non ne hanno”. Cantone ha un precedente ben preciso in testa: “Durante la Grande crisi del ’29 le mafie svolsero un ruolo importante e riuscirono ad autoriciclarsi nel sistema economico perché avevano i soldi”. Il rischio, oggi, è “analogo. E i capitali mafiosi potrebbero essere stati agevolati in questi anni anche dallo scudo fiscale”. Dunque, “mi chiedo: cosa stanno facendo le istituzioni finanziarie di controllo per monitorare le iniezioni di denaro nel sistema economico? La Banca d’Italia, la Borsa, i sistemi di controllo finanziari che sono in mano all’Ufficio italiano cambi stanno sorvegliando i flussi di denaro?”. Poi c’è l’aspetto, altrettanto deprimente “della straordinaria capacità delle mafie di cambiare pelle, di adeguarsi alle novità e alle riforme”. Un esempio? Il federalismo. “I clan non hanno tanto interesse a gestire i grandi enti pubblici: hanno bisogno invece di gestire gli enti di prossimità, quelli che gestiscono la vita dei cittadini. Tanto più in una logica di federalismo spinto. Che per loro è un’enorme opportunità”. Cantone ha indagato le infiltrazioni delle cosche a Nord e c’è un passaggio del libro inquietante in cui afferma senza mezzi termini che il broker dei rifiuti interpretato da Toni Servillo in Gomorra, sta ancora là. Nonostante il successo mondiale della denuncia, cioè del romanzo di Saviano e del film di Garrone. Così come stanno ancora là i Casalesi. “Sono in grande difficoltà dal punto di vista militare – sottolinea – ma il capo, Zagarìa, è ancora latitante. C’è stato certamente un enorme impegno per mettere in discussione gli aspetti militari, Ma quello che mi chiedo è: gli interessi economici, il rapporto con la politica e il mondo delle istituzioni è stato messo in discussione?”. Le recenti inchieste giornalistiche di Rosaria Capacchione sui rifiuti in Campania, aggiunge, “sembrano di nuovo il sintomo di uno scenario inquietante, in cui i clan stanno semplicemente cambiano pelle”. Per il magistrato che ha lavorato molti anni nella Direzione distrettuale antimafia il mutamento non riguarda solo mafia, ‘ndrangheta e camorra, ma anche la loro percezione nella società. Se la pistola resta “un mezzo di convincimento alternativo rispetto a quelli normali”, tutto sommato “sparare non conviene”. Soprattutto se la soglia del pudore rispetto a fenomeni di connivenza o di cooperazione con la criminalità organizzata si è ormai “drammaticamente abbassata”. Il motivo è lapalissiano: la sfiducia nello Stato e il disprezzo per la legalità. Il problema, è dunque “il consenso crescente attorno alle mafie” che stanno diventando un gigantesco buco nero che risucchia le risorse migliori del Paese. “Perché riescono a fornire servizi al sistema economico, istituzionale e politico; perché si pongono come alternativa a un sistema che spesso non funziona o funziona male”. Perché, in sostanza, “risolvono i problemi”. Le mafie sono sempre più il Mister Wolf per le vischiosità del sistema, per le sue inefficienze, le lentezze giudiziarie e burocratiche. E se sono antieconomiche per il Paese, come ha rilevato anche di recente Mario Draghi, perché spazzano via la competizione e il merito, sono sempre in meno a preoccuparsene. O, men che meno, a vergognarsene»;

in un articolo pubblicato su “Il Sole-24 ore” del 20 settembre 2010 dal titolo “La segnalazione antiriciclaggio fa rotta sulla qualità”, Luigi Ferrajoli commentava le istruzioni della Banca d’Italia contenute nella delibera n. 616 del 24 agosto 2010 che «incidono sull’obbligo di segnalazione delle operazioni sospette, quale punto nevralgico del sistema di prevenzione e repressione del riciclaggio. Il provvedimento era particolarmente atteso dai soggetti operanti nel settore finanziario tenuti all’obbligo di segnalazione (tra gli altri banche, Sim, fiduciarie, società di gestione del risparmio, agenti di cambio, promotori finanziari, mediatori creditizi e agenti in attività finanziaria). Le altre categorie, tra i quali i professionisti, avevano già ricevuto con il Dm Giustizia del 16 aprile 2010 (pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 101 del 3 maggio) i loro peculiari e distinti indicatori di anomalia. (…) Il riferimento normativo va rintracciato nel vigente articolo 41 del Dlgs 231/2007 che delinea il dovere di inviare all’Unità di informazione finanziaria (Uif) una segnalazione quando ne ricorrano i presupposti. Proprio questa definizione ha creato dubbi e incertezze per l’impossibilità di imporre uno schema di comportamento prefissato. La segnalazione deve essere inoltrata quando gli intermediari sanno, sospettano o hanno motivi ragionevoli per sospettare che sino in corso o che siano state compiute o tentate operazioni di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo. Il sospetto è desunto dalle caratteristiche, entità, natura dell’operazione o da qualsivoglia altra circostanza conosciuta in ragione delle funzioni esercitate, tenuto conto anche della capacità economica e dell’attività svolta dal soggetto cui è riferita, in base agli elementi a disposizione dei segnalanti, acquisiti nell’ambito dell’attività svolta ovvero a seguito del conferimento di un incarico. L’interrogativo di fondo che l’operatore deve porsi è quello di rendere al sistema un flusso informativo qualitativamente apprezzabile. Non è infatti la quantità delle segnalazioni a rilevare, bensì il contenuto meritevole di sviluppo delle stesse. I dati statistici rilevabili dal bollettino semestrale dell’Uif riportano 15.101 segnalazioni pervenute nel primo semestre dell’anno, con un incremento significativo rispetto al passato (nell’analogo semestre 2009 le segnalazioni erano circa 9.936). Di queste, 12.556 sono state trasmesse agli organi investigativi nello stesso periodo. In pratica solo 2.500 segnalazioni circa non sono state ritenute rilevanti (il 16%). Il riferimento alla statistica rende tangibile l’esigenza per gli intermediari di disporre di procedure aziendali per l’analisi dei comportamenti finanziari della clientela e consente di comprendere l’utilità e la funzione propria degli indicatori concepiti da Bankitalia per fornire un ausilio agli operatori nella scrematura dei comportamenti anomali da valutare. La conoscenza della clientela e della relativa potenzialità economica, completata con la conoscenza e la verifica della destinazione dei movimenti di capitali, costituisce il discrimine di livello ulteriore per rilevare il sospetto e tradurre le anomalie riportate dagli indicatori astratti. Così, se all’esito dell’indagine del caso concreto compiuta in seno all’intermediario, si rinvengono le giustificazioni che esplicitano la piena trasparenza di una determinata transazione, la traslazione dall’anomalia al sospetto non si configura e non ricorrono gli estremi per la segnalazione»;

per quanto risulta all’interpellante, spesso la stessa Uif, invece di prevenire le attività illecite di riciclaggio che avvengono all’interno delle banche e degli altri intermediari finanziari, compresi i trasferimenti di proprietà immobiliari, arriva solo dopo che la magistratura ha concluso le indagini;

considerato che ad avviso dell’interpellante c’è da dubitare della congruità del dato relativo alle segnalazioni (pari a 15.101) effettuate alla luce dei dati statistici rilevabili dal bollettino semestrale dell’Uif nel primo semestre 2010, addirittura incrementate rispetto all’analogo semestre 2009 con 9.936, di cui 12.556 sono state trasmesse agli organi investigativi, escludendo come irrilevanti 2.500 segnalazioni,

si chiede di sapere:

se risulti al Governo quale sia l’esatta percentuale delle segnalazioni ai sensi della normativa antiriciclaggio di banche, società di intermediazione mobiliare ed altri intermediari, che sono quantificabili in circa 30.000 nel 2010, rispetto alle centinaia di milioni di operazioni bancarie e/o trasferimenti di proprietà immobiliari che avvengono ogni anno in Italia, e se risulti al Governo che le segnalazioni antiriciclaggio siano considerate un intralcio all’agire economico dei banchieri;

se il Governo non debba raccogliere l’allarme lanciato dal pubblico ministero Raffaelle Cantone in merito alla mafia che sfrutta la crisi e offre servizi al posto dello Stato, atteso che ad avviso dell’interrogante Banca d’Italia e borsa non stanno vigilando in maniera efficace sul denaro sospetto;

se risulti la suddetta infiltrazione mafiosa nel Lazio ed a Roma in particolare;

se in alcuni comuni delle province di Roma, Frosinone e Latina siano in atto da tempo tentativi di infiltrazione mafiosa nella macchina amministrativa e politica, e se avvengano attraverso l’arrivo di insospettabili figure imprenditoriali, soprattutto nei settori dell’edilizia e del commercio, che stabiliscono rapporti collusivi con il personale politico e amministrativo locale;

quali misure urgenti intenda attivare per prevenire gli interessi di clan mafiosi e ‘ndrine, che utilizzano le opportunità economico-commerciali per il reinvestimento di profitti illecitamente accumulati.

(Tratto da Open Parlamento)

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