Intercettazioni. L’attacco alla Giustizia

Intercettazioni, il blitz del governo

Presentati alla Camera gli emendamenti governativi. Torna la lista dei reati intercettabili già in vigore, ma tra limiti temporali e criteri per l’autorizzazione, la stretta si annuncia ancora peggiore. Pd e Idv in trincea. Contraria anche l’Anm

Alla fine le modifiche governative al disegno di legge sulle intercettazioni, che pende alla Camera dal giugno scorso per divisioni interne alla maggioranza, sono arrivate. Si tratta di quanto era stato anticipato, contenuto in otto emendamenti. La maggioranza, su pressione di Alleanza nazionale e della Lega nord, ha abbandonato la linea forzista di sfrondare la lista dei reati intercettabili, tornando al codice e al limite, già in vigore, di cinque anni di detenzione. Se indaga su un reato per il quale è previsto almeno questo intervallo di pena, il magistrato può disporre l’intercettazione. Si evita così quello che sarebbe stato un passo falso comunicativo, ovvero il messaggio che un governo che pone la sicurezza tra le sue priorità sfili ai giudici le armi su molti reati, alcuni fortemente invisi all’opinione pubblica. Tra questi, lo stupro e la rapina.

In realtà, le modifiche inserite dal governo sono in apparenza più sottili, ma incidono, forse di più delle prime ipotesi, sulla carne viva della disciplina. Prevedendo severissimi limiti temporali da un lato, e vincolando il permesso “a intercettare” al riscontro di “gravi indizi di colpevolezza” (eccezione per mafia e terrorismo: qui bastano “sufficienti indizi di colpa”) in luogo degli attuali “gravi indizi di reato”. E la differenza non è da poco: si passa dal riscontro di un’infrazione a quella, quasi certa, di un colpevole. Che deve avvenire prima di avvalersi dello strumento. Serve anche che l’intercettazione sia assolutamente indispensabile per proseguire le indagini e sussistono specifiche e inderogabili esigenze che il pm deve indicare espressamente nel provvedimento, non limitandosi ai soli contenuti di conversazioni telefoniche intercettate nello stesso procedimento. L’autorizzazione la dà il giudice in composizione collegiale, e questo l’aveva suggerito il seminario D’Alema – Udc. Limitate anche le intercettazioni ambientali: saranno consentite “solo se vi è fondato motivo di ritenere che nei luoghi dove sono disposte si stia svolgendo l’attività criminosa”. Si capisce, insomma, che è una stretta bella e buona, aggravata dal sistema dei limiti temporali.

Le intercettazioni, infatti, potranno durare un massimo di 30 giorni, anche non continuativi. Su richiesta motivata del pm, la durata delle operazioni può essere prorogata dal tribunale fino a 15 giorni, anche non continuativi, e di ulteriori 15 giorni. Per i reati di mafia, terrorismo, riduzione in schiavitù, tratta di persone, sequestro di persona per rapina o estorsione, contrabbando, traffico di stupefacenti la durata delle intercettazioni non può superare i 40 giorni, ma può essere prorogata dal tribunale con decreto motivato per periodi successivi di 20 giorni.

Ulteriore stretta sulla stampa. Chiunque pubblica, in tutto o in parte, anche per riassunto, atti o documenti di un procedimento penale, di cui sia vietata per legge la pubblicazione, è punito con l’arresto fino a trenta giorni o con l’ammenda da 1000 a 5mila euro. Se la pubblicazione riguarda intercettazioni telefoniche la pena è dell’arresto fino a trenta giorni o l’ammenda da 2.000 a 10mila euro. Inasprite le sanzioni per gli editori: a loro si applica la sanzione pecuniaria da 250 a 300 quote.

Il blitz della maggioranza è stato condito da un giallo rientrato: appena il testo che il ministero della Giustizia viene consegnato alla Camera, si nota subita l’assenza dalla lista di alcuni reati finanziari particolarmente sensibili come l’aggiotaggio e l’insider trading. Ma è durata poco, da via Arenula hanno parlato subito di errore di battitura.

Non basta la correzione in corsa. La capogruppo del Pd in Commissione Giustizia, Donatella Ferranti, ribadisce il commento che il segretario Walter Veltroni aveva rilasciato sulla base delle anticipazioni giornalistiche: “Siamo sconcertati, dopo tanta attesa il governo ha presentato un testo peggiore del precedente, che subdolamente reintroduce la possibilità astratta di sottoporre ad intercettazioni chi commette reati tra i 5 e i 10 anni, ma che in realtà limita gravemente il potere investigativo della polizia giudiziaria e della magistratura inquirente”.

La Ferranti ha proseguito: “Nel merito, la richiesta di ‘gravi indizi di colpevolezza’ per attivare le intercettazioni comprime fortemente la possibilità di utilizzarle efficacemente. Un’ipotesi gravissima che rivela il vero modo in cui Pdl e Lega considerano le intercettazioni: un accessorio delle indagini e non uno strumento essenziale per la ricerca della prova in presenza di gravi indizi di reato Inoltre, il presupposto dei gravi indizi di colpevolezza è quello che giustifica le misure cautelari. Non si capisce allora perché si dovrebbero avviare le intercettazioni. Diciamoci la verità il vero scopo di questa legge non e’ la tutela della riservatezza dei cittadini ma quella di impedire indagini serie per i gravi reati contro la pubblica amministrazione. Altro che accordo di maggioranza, questo e’ un attacco alla sicurezza di tutti i cittadini e alla trasparenza della gestione della cosa pubblica”. Promessa di battaglia che fa sfumare le vaghe intenzioni di dialogo che si erano manifestate sul federalismo fiscale: “Il Pd presenterà in commissione radicali proposte di modifica al testo del governo, ma nel caso non fossero accolte, voteremo contro. Non ci presteremo – ha concluso la Ferranti – a distruggere il sistema investigativo”.

La posizione del Pd era improntata al mantenimento dello status della disciplina, abbinato all’istituzione di un sistema efficace che prevenisse le pubblicazioni proibite. In sintonia con il Pd è l’Italia dei valori. Eloquente, come sempre, il commento a caldo del leader Antonio Di Pietro: “Dalla padella alla brace”, mentre il responsabile giustizia del partito, Federico Palomba, ha parlato di “una serie di incongruenze che dimostrano come il governo voglia far conoscere il meno possibile ai magistrati i delitti che accadono”. Commentando la vicenda di Guidonia, Palomba ha inoltre affermato: “I rumeni che hanno violentato la ragazza di Guidonia non avrebbero potuto essere scoperti senza le intercettazioni. Il tempo, inoltre, non può essere limitato soprattuto nei confronti di latitanti o di sequestri di persona.”Il presidente del Consiglio Berlusconi – ha concluso il deputato Idv – ha un solo obiettivo: sottrarre sé e gli altri al controllo di legalità da parte della magistratura. Non vuole la riforma della giustizia ma solo affermare il primato della politica. Chi viene eletto può sottrarsi al controllo della giustizia, cambiarla a proprio piacimento”.

Una bocciatura totale arriva dal l’Associazione nazionale dei magistrati. Secondo il sindacato delle toghe il ddl “indebolisce uno strumento investigativo indispensabile per individuare i responsabili di gravi delitti, e rafforzerebbe forme di illegalità sempre più diffuse nel paese”.

In Commissione Giustizia, alla Camera, si preannuncia da subito battaglia. Ma il governo vuole i tempi stretti, e ha già stabilito che il ddl deve approdare in Aula il 23 febbraio.

(trato da www.aprileonline.info)

Archivi