Intercettazioni: il governo va avanti. Napolitano non firmi!

Intercettazioni: Pd, Udc e Idv si appellano a Napolitano
Di fronte alla 15esima fiducia, i capigruppo dell’opposizione a Montecitorio hanno deciso, insieme, di rivolgersi a Giorgio Napolitano con una lettera che denuncia il “processo di azzeramento” del diritto di emendare i provvedimenti, rimarcata la “vanificazione” delle norme regolamentari, anche quando prevedono il voto segreto e stigmatizzata la “pratica pericolosamente estensiva” di un ricorso ai maxiemendamenti che “trasformano intere leggi in provvedimenti da votare acriticamente in blocco”

Contro il ddl sulle intercettazioni le opposizioni unite si appellano al capo dello Stato con una lettera in cui esprimono il “profondo disagio” e la “fortissima preoccupazione” per l’abuso dell’utilizzo della questione di fiducia – la quindicesima chiesta dall’inizio della legislatura – che sta portando a un “processo di azzeramento del diritto di emendamento parlamentare e a una vanificazione delle norme parlamentari che prevedono il voto segreto sui temi costituzionalmente più delicati”. Pd, Udc e Idv entrano però anche nella sostanza del ddl – su cui la Camera vota la fiducia oggi nel pomeriggio – per segnalare al presidente della Repubblica che questo disegno di legge “manca clamorosamente l’obiettivo” di bilanciare “le diverse esigenze costituzionali della giustizia e della persecuzione dei reati, della riservatezza dei cittadini e della fondamentale libertà di informazione”.

“Non stiamo chiedendo a Napolitano di censurare il provvedimento – chiarisce il capogruppo Pd Antonello Soro che con Massimo Donati e Michele Vietti ha illustrato l’iniziativa in una conferenza stampa all’Hotel Nazionale -: abbiamo voluto sollecitare il punto più alto delle istituzioni e non il presidente della Camera Fini – sottolinea – perché qui non si tratta solo di rivendicare i diritti dell’opposizione ma di rischi per le libertà democratiche del Paese”. Chiediamo a Napolitano di intervenire “nelle forme che riterrà opportune” precisa Vietti, mentre Donadi sottolinea che “nessuno sta tentando di tirare per la giacchetta il presidente della Repubblica”.
Il quindicesimo ricorso alla decretazione d’urgenza arriva, ricordano ancora i capigruppo scrivendo a Napolitano, a distanza di una ventina di giorni dalle tre fiducie poste dalla maggioranza su altrettanti maxiemendamenti rigurdanti le norme del pacchetto sicurezza che prevedevano, tra l’altro, la regolamentazione delle ronde.
Il voto di fiducia di oggi su questo provvedimento “ha come unico obiettivo quello di impedire che ci possa essere una libera espressione da parte dei parlamentari della maggioranza su questo ddl” denuncia Soro, che nel merito sottolinea come con questo provvedimento lo Stato “rinuncia alla lotta alla criminalità, legando le mani agli inquirenti” oltre a porre “un freno alla libera informazione”.

Donadi rilancia e parla di “valenza eversiva” del ddl che “amputa il braccio destro” dello Stato nella lotta alla criminalità e pone “un ulteriore pesante bavaglio alla stampa”. Il capogruppo Idv definisce il ricorso alla fiducia il “frutto di un patto scellerato” con la Lega che “cede un pezzo di democrazia in cambio della morte del referendum sulla legge elettorale”.
Per Vietti la “misura è colma”. “L’Udc è sempre stata gelosa della specificità della sua opposizione – premette il vicecapogruppo Udc – ma governo e maggioranza non cercano la condivisione, anzi approfittano di ogni occasione per fare strappi”. Vietti rivendica il contributo dato dal suo partito all’elaborazione della legge ma si sente “preso in giro” e manda un messaggio al ministro della Giustizia: “L’Udc è sempre stata dialogante – dice Vietti – ma se il metodo e questo diciamo ad Alfano che non può contare su di noi neppure per una banale tolleranza”.

A chi gli chiede se questa vicenda, che vede riunite tutte le opposizioni, è una prova per nuove alleanze e riguarderà anche la “fase due” sulla giustizia, quando il governo presenterà la riforma del processo penale, Soro risponde: “Credo sia significativo il fatto che su questo punto e in questo momento tutte le opposizioni sentano il bisogno di comunicare ai cittadini italiani e al presidente della Repubblica un condiviso sentimento di forte preoccupazione”.

Quella delle intercettazioni è un braccio di ferro infinito, iniziato poco più di un anno fa, con Berlusconi che voleva vietarle del tutto, salvo che per mafia e terrorismo, e immaginava carcere per tutti, giornalisti e giudici, qualora qualche spezzone di dialogo rubato fosse finito sui media.
In una riunione finale tra ministri Alfano, Maroni, Vito e Calderoli, più Giulia Bongiorno, l’onorevole Ghedini e i capigruppo di Pdl e Lega Nord, è uscito il maxi-emendamento, quello finale, che oggi va in Aula. In estrema sintesi: ci vorranno “evidenti” indizi di colpevolezza – tranne che i reati più gravi come mafia e terrorismo – per disporre le intercettazioni a carico di un indagato. E comunque per tempi più brevi di quanto sia oggi. Resta vietata la loro pubblicazione fino alla fine delle indagini preliminari, anche per riassunto ed anche se non più coperte da segreto.
Divieto assoluto di pubblicare pure il contenuto delle richieste di misure cautelari fino a quando indagato e difensore non ne siano venuti a conoscenza. Previsto il carcere per i giornalisti, nei casi più gravi, quando siano pubblicati brani di intercettazioni destinate alla distruzione, ma potrà essere trasformato in una sanzione pecuniaria.
Il ddl prevede inoltre l’arresto fino a un anno e l’ammenda fino a 1.032 euro per pubblici ufficiali e magistrati che omettano di esercitare “il controllo necessario ad impedire la indebita cognizione o pubblicazione delle intercettazioni”. Resta poi il divieto per i giornali di pubblicare i nomi e persino le immagini dei magistrati in relazione ai loro procedimenti penali. Il magistrato che rilascia “pubblicamente dichiarazioni” sul procedimento che gli viene affidato ha l’obbligo di astenersi. E dovrà essere sostituito se iscritto nel registro degli indagati per rivelazione del segreto d’ufficio.

Ma se le opposizioni protestono e si uniscono, la norma sulle intercettazioni telefoniche preoccupa e non poco anche i settori che più direttamente devono svolgere le indagini. Perché – come spiega il segretario nazionale dell’Associazione nazionale funzionari di polizia (Anfp), Enzo Letizia “comprime intollerabilmente non soltanto uno strumento utilissimo per contrastare la criminalità comune ed organizzata, ma finisce per lasciare indifesi gli stessi operatori di polizia nelle fasi più critiche delle indagini, quelle nelle quali i criminali potranno scambiarsi liberamente comunicazioni telefoniche anche per ordire agguati, contromisure alle indagini in corso e altre azioni finalizzate ad ostacolare investigatori”.
“La norma – aggiunge Letizia – ci appare da ora incostituzionale nella misura in cui non consente, ad esempio, le intercettazioni telefoniche e ambientali per tutelare gli agenti sotto copertura che espletano indagini in materia di stupefacenti ed armi”.
Severo anche il giudizio dell’associazione nazionale magistrati che contesta la filosofia stessa del provvedimento (“limita drasticamente per le forze dell’ordine e della magistratura la possibilità di utilizzare le intercettazioni telefoniche come strumento di indagine”) e contiene “clamorosi errori tecnici”. Con una previsione da far rizzare i peli sulla pelle (e che, almeno in teoria, dovrebbe far riflettere un governo che si definisce paladino della sicurezza): “Il tasso di impunità per reati gravissimi – spiegano dall’Anm – si alzerà in maniera enorme”.
Ida Rotano

(Tratto da www.aprileonline.info)

Archivi