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Ingroia: ”Lo strumento di pressione dei mafiosi non è più il tritolo, ma la verità”

Giuseppe Cirillo

A più di trent’anni dalle stragi di Capaci e via d’Amelio, Antonio Ingroia torna a parlare delle uccisioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e dei molti interrogativi rimasti ancora aperti su quella stagione. Intervistato da Visione Tv in occasione della pubblicazione del suo libro “Traditi”, l’ex togato ha ricostruito diversi episodi che ha vissuto direttamente durante la sua carriera in magistratura. Lo ha fatto proponendo una lettura piuttosto netta di quello che avvenne: per comprendere davvero le stragi del 1992 non sarebbe sufficiente guardare soltanto a Cosa Nostra. 

Difatti, per Ingroia, sia Falcone che Borsellino vennero assassinati, ma solo dopo essere stati prima isolati e soprattutto “traditi”. “Traditi da chi? Potremmo dire, nel senso generico, traditi dallo stesso Stato, traditi dallo Stato – ha ribadito l’ex magistrato – rispetto al quale loro invece erano stati fedelissimi sino agli ultimi giorni di vita”. Ma traditi anche dai loro colleghi “che hanno contribuito al loro isolamento e quindi alla loro sovraesposizione”.

Uno dei passaggi forse più delicati dell’intervista riguarda Bruno Contrada, il funzionario di polizia che ha ricoperto l’incarico di vicedirettore del SISDE ed è stato indagato dalla procura di Caltanissetta per concorso nella strage. Come ha ricordato Ingroia durante l’intervista con Visione Tv, lo stesso Borsellino iniziò a interessarsi a Contrada poco prima di essere assassinato.

Si tratta di un fatto che l’ex magistrato conosce bene. Ingroia ha infatti ricordato come, subito dopo la strage di via d’Amelio, venne interpellato dal procuratore di Caltanissetta per sapere se avesse notizie o sospetti utili alle indagini. In quel caso, Ingroia riferì di essere a conoscenza di un episodio particolare che coinvolgeva, appunto, Contrada e Borsellino.

“A 33 anni, quando c’era il cadavere ancora caldo di Paolo Borsellino, il procuratore di Caltanissetta, Giovanni Tinebra, mi chiama e mi chiede se ho dei sospetti, se ho delle notizie. E io gli racconto tutto quello che so su Contrada, su un episodio che era accaduto in cui Borsellino, in una sorta di tranello, era stato attirato al Ministero dell’Interno, quando il ministro era Mancino. Proprio mentre lui stava per iniziare le sue indagini su Contrada, qualcuno, probabilmente niente meno che il capo della Polizia del tempo, Vincenzo Parisi, che era stato anche capo dei servizi segreti, lo attirò in una sorta di tranello per fargli incontrare proprio Contrada, sul quale lui stava per indagare. A dimostrazione che lo Stato stava più dalla parte degli inquisiti rispetto a chi doveva indagare.” Prosegue: “E questa cosa sconvolse Paolo Borsellino. Io lo raccontai a Tinebra, il procuratore di Caltanissetta, perché mi fidavo, non potevo fare diversamente, del procuratore di Caltanissetta, cioè di colui che era incaricato di indagare sulla strage di via d’Amelio. E poi ho scoperto che Tinebra non ne fece nulla. Oggi ho acquisito la consapevolezza che non solo non fece nulla, ma addirittura incaricò lo stesso uomo, Contrada, di fare l’indagine su Borsellino. E infatti Contrada, assieme al questore La Barbera e a Tinebra, depistò… furono depistate fin dall’inizio le indagini”.

Il discorso arriva inevitabilmente alla procura di Palermo e all’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. “Vedremo negli anni successivi anche addirittura un Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che si rivolta contro la stessa Procura di Palermo e guarda caso c’ero sempre io in tutte e due le indagini, una è Contrada e l’altra è la trattativa Stato-mafia”.

Ed è qui che Ingroia introduce quello che, a suo avviso, sembra essere un sistema interno allo Stato capace di ostacolare le indagini nel momento in cui si avvicinano a livelli troppo delicati per essere trattati. “È evidente – ha puntualizzato Ingroia – che c’è un establishment, c’è uno Stato nello Stato. C’era lo Stato di Falcone e Borsellino, fedele alla Costituzione, c’era uno Stato di questi uomini, degli apparati”.

Una dimostrazione potrebbe risiedere anche nel fatto che proprio l’impossibilità di ricostruire completamente questa rete di relazioni avrebbe impedito di chiarire fino in fondo alcuni passaggi di quella stagione: “Purtroppo le indagini sono state bloccate, non si è mai potuta ricostruire per bene questa rete di rapporti”. Una rete nella quale Ingroia ha incluso anche la presenza di apparati dello Stato e servizi segreti, ipotizzando collegamenti con altri apparati internazionali: “Ci sono apparati e appunto servizi segreti italiani e probabilmente non solo italiani”.

Vuoti investigativi che, se colmati, forse potrebbero fornire una risposta definitiva e chiarificatrice su chi avrebbe suggerito agli uomini di Cosa Nostra determinati obiettivi della strategia stragista. È in questo contesto che Ingroia ha richiamato la figura di Paolo Bellini, sostenendo che non avrebbe raccontato tutto ciò che sapeva: “Bellini sicuramente la verità la racconta a metà”. Ma per l’ex magistrato il vero interrogativo non riguarda soltanto il ruolo svolto da Bellini, bensì chi possa aver agito alle sue spalle: “Chi a sua volta suggerì a Bellini di suggerire agli uomini di Cosa Nostra? È chiaro che c’è tutta una catena”. Una catena che, secondo Ingroia, le indagini non sarebbero mai riuscite a ricostruire fino ai livelli più alti: “Ogni volta che si risaliva anello dopo anello la catena, si arriva troppo vicino alla cima, qualcuno interviene e blocca l’indagine”.

Insomma, di verità rimaste opportunamente nascoste ce ne sono. Forse queste verità potrebbero essere a conoscenza dei boss mafiosi che hanno rappresentato i vertici di Cosa Nostra. Informazioni che potrebbero rivelarsi decisive per chiarire i rapporti tra la stessa Cosa Nostra e altri ambienti esterni all’organizzazione criminale.

“Certi mafiosi possono utilizzare come strumento di pressione e di ricatto non più il tritolo ma la verità”, ha precisato l’ex magistrato.

Il riferimento di Antonio Ingroia è quello di Giuseppe Graviano: uno dei soggetti ancora in vita che possiedono informazioni decisive e che, proprio per questo, potrebbero usare la conoscenza dei fatti come strumento di pressione. Non a caso, lo stesso Graviano, poche settimane fa, ha chiesto di poter essere ascoltato dai magistrati nell’ambito del procedimento sulle stragi del ’92. Lo ha fatto precisando di voler riferire sui rapporti che avrebbe avuto con Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri. 


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fonte:https://antimafiaduemila.com/home/mafie-news/cronaca/ingroia-lo-strumento-di-pressione-dei-mafiosi-non-e-piu-il-tritolo-ma-la-verita