28 Ottobre 2026 | Topnews
A Palermo la presentazione dell’ultimo libro di Fabio Granata, con Beppe Nanni e l’ex magistrato palermitano
Karim El Sadi
La lotta serrata di Falcone contro “il terzo livello”, quel connubio di potere che intreccia mafia, politica e servizi deviati; la strage di Capaci; la trattativa Stato-mafia; i 57 giorni di fuoco di Borsellino che lo separano dalla tragica uccisione dell’amico e la consapevolezza di essere il prossimo nella lista di Cosa nostra. Di questo e tanto altro parla il libro “Colpa di Stato” (ed. Apalòs), scritto a quattro mani da Fabio Granata e Peppe Nanni, presentato ieri alla libreria Feltrinelli di Palermo insieme all’ex magistrato, oggi avvocato, Antonio Ingroia, in veste di moderatore. Colpa di Stato non è l’ennesimo libro sulle stragi, ma un volume che si propone come manuale di educazione civica per trasformare il ricordo di quei fatti di sangue in azione quotidiana, non in mero esercizio commemorativo. I due autori raccontano, in una grande opera di sintesi (meno di 150 pagine), uno spaccato antropologico dei protagonisti di quella stagione che hanno scelto, consapevoli del rischio, di sacrificare tutto per combattere la mafia. Al contempo, approfondiscono i patti, le trame oscure e i depistaggi che si sono trascinati fino a oggi.
A mettere al centro della presentazione la trattativa Stato-mafia è stato subito Antonio Ingroia, secondo cui la strage di via D’Amelio va letta alla luce del dialogo avviato tra apparati dello Stato e Cosa nostra. “Le stragi sono state colpa di Stato. Per dirla in modo diretto, come sono abituato a fare, sono state vere e proprie stragi di Stato”, ha affermato l’ex procuratore aggiunto di Palermo, individuando nella trattativa la chiave per comprendere l’accelerazione dell’uccisione di Paolo Borsellino. “A mio parere, rispetto alla verità relativa al famigerato rapporto mafia-appalti, la vera matrice di quella strage non può essere altro che la trattativa Stato-mafia, che si realizzò a cavallo delle due stragi. Paolo Borsellino, ovviamente, non poteva che essere di ostacolo”.
Ingroia ha richiamato anche la frase attribuita a Totò Riina dai collaboratori di giustizia, quella del “muro da abbattere”. Un riferimento che rimanda proprio al magistrato palermitano e al suo ruolo di ostacolo rispetto agli obiettivi della trattativa. “L’unica spiegazione possibile del muro da abbattere non poteva che essere, in quel momento, Paolo Borsellino. E che cosa doveva andare avanti, rispetto alla quale quel muro si era frapposto, se non la famosa trattativa Stato-mafia?”. Per Ingroia, riconoscere l’esistenza di quel dialogo è indispensabile per ricostruire la stagione stragista, al di là delle responsabilità individuali degli ufficiali che avviarono i contatti. “Se si vuole leggere con onestà intellettuale lo svolgersi degli eventi, questi ci dicono che iniziò un dialogo in forma di trattativa. Lo definì così perfino il colonnello Mario Mori”.
L’ex magistrato ha quindi criticato le letture politiche che, ancora oggi, contrappongono la pista mafia-appalti a quella nera, trascurando il ruolo della trattativa. “La mia convinzione è che i due schieramenti politici che si affrontano nella Commissione parlamentare antimafia prediligano una lettura della stagione stragista funzionale alla propria posizione, per abbattere il nemico politico. E devo dire, con dispiacere, che anche la parte politica alla quale mi sento più vicino, il centrosinistra, cade nello stesso errore”. Uno, ha affermato l’avvocato, “brandendo la falsa pista del dossier mafia-appalti e l’altro prendendo la pista nera”. A proposito della pista nera, Ingroia ha preso le distanze da questa ricostruzione come chiave interpretativa delle stragi, pur senza escludere che alcuni elementi meritino approfondimenti. “Non sono dell’avviso del procuratore di Caltanissetta che sostiene che la pista nera ‘vale zero tagliato’, ma sono convinto che non sia quella la pista giusta per spiegare l’accelerazione della strage di via D’Amelio”, ha dichiarato, sottolineando come questa posizione lo divida da alcuni ex colleghi. L’ex magistrato ha ricordato anche le proprie indagini su Stefano Delle Chiaie, escludendo un suo coinvolgimento nelle due stragi: “Ho indagato a lungo su Stefano Delle Chiaie, ma secondo me non c’entra nulla né con la strage di Capaci, tantomeno con quella di via D’Amelio, dove quello che conta veramente è la trattativa Stato-mafia”. Per Ingroia, insistere su piste alternative rischia di distogliere l’attenzione dal nodo centrale della vicenda: la trattativa Stato-mafia. Una questione che, secondo l’ex magistrato, continua a essere trascurata anche per ragioni politiche, in una contrapposizione tra schieramenti che impedisce di affrontare fino in fondo la responsabilità dello Stato nella stagione stragista. “C’è una radice bipartisan perché, nella trattativa Stato-mafia, a destra come a sinistra, non c’è chi possa dirsi senza peccato e lanciare la prima pietra. È più comodo attaccare il nemico politico di turno”. Da qui il richiamo alla “colpa di Stato” evocata dal titolo del libro e alla necessità di fare i conti con una verità che continua a essere trascurata. “Forse c’è una ragion di Stato contagiosa, che nessuno vuole affrontare. Il merito di questo libro è proprio quello di rimettere questi fatti al centro. Diceva Antonio Gramsci che la verità è sempre rivoluzionaria. Dobbiamo fare una rivoluzione con la verità”.
Sulla necessità di superare le ricostruzioni parziali si è soffermato anche Fabio Granata, coautore del volume, che ha sottolineato come le figure raccontate nel libro non debbano essere considerate soltanto vittime, ma protagonisti consapevoli della lotta alla mafia. “Non sono state vittime perché si è vittime di mafia quando ci si trova di passaggio e scoppia una bomba. Qui parliamo di magistrati, poliziotti e carabinieri che hanno scelto quella strada, persone che hanno creduto davvero che fosse possibile portare avanti una battaglia contro Cosa nostra”. Il libro, dedicato a Beppe Niccolai e Pio La Torre, ricostruisce così una stagione di impegno e sacrificio, ma anche di opacità istituzionali e deviazioni investigative.
Granata ha contestato in particolare il ritorno del rapporto mafia-appalti come spiegazione principale delle stragi. “Oggi mi sembra che siamo tornati, come nel gioco dell’oca, al punto di partenza. Sono state riesumate le presunte motivazioni legate al rapporto mafia-appalti, che tutto può essere stato tranne che la motivazione delle stragi”. Per l’autore, ciò che avvenne dopo gli attentati è fondamentale per comprendere la direzione dei depistaggi e le ragioni per cui determinate verità non sono emerse. “Le deviazioni vanno tutte nella stessa direzione. Furono deviate perché si voleva arrivare a un binario morto ed evitare che venissero fuori le motivazioni profonde delle stragi, ovvero un nuovo assetto che il potere politico italiano stava assumendo”.
Nel suo intervento, Granata è tornato anche sugli ultimi 57 giorni di vita di Borsellino, segnati dalla consapevolezza del pericolo e dall’isolamento istituzionale. “Nonostante fosse l’unico che poteva spiegare realmente che cosa era successo, non venne ascoltato. Eppure continuò a costruire il proprio percorso senza deflettere di un centimetro, forse con la piena consapevolezza che la sua fine sarebbe stata quella”. Una scelta che, nella lettura dell’autore, restituisce il senso del sacrificio del magistrato: “Paolo Borsellino ha scelto come morire. Ha scelto di morire per riaffermare la verità”.
Peppe Nanni, terzo protagonista dell’incontro, ha infine richiamato l’attenzione sulla differenza tra l’esito giudiziario del processo sulla trattativa e la ricostruzione storica dei fatti. “Si dice che il processo trattativa abbia assolto gli imputati. Sì, li ha assolti, ma i fatti rimangono. Poi si decide che non sono penalmente rilevanti”. Per Nanni, le sentenze e le indagini hanno comunque lasciato una traccia essenziale per comprendere la storia italiana degli ultimi decenni, anche quando le responsabilità penali non sono state riconosciute.
Il punto, ha spiegato, non è soltanto individuare eventuali responsabilità individuali, ma comprendere le dinamiche politiche e istituzionali che accompagnarono le stragi e le successive indagini. “Oggi non si tratta tanto di mandare in galera uno o l’altro, ma di capire, sul piano logico, sociologico e politico, che cosa è storicamente successo in Italia. Senza la traccia lasciata da questa indagine saremmo completamente ciechi”. Una riflessione che si lega alla tesi di fondo di Colpa di Stato: la memoria delle stragi non può esaurirsi nella commemorazione, ma deve tradursi nella ricerca delle verità ancora controverse sulla trattativa e sui rapporti tra potere politico e criminalità organizzata.
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fonte:https://antimafiaduemila.com/home/mafie-news/topnews/ingroia-le-stragi-sono-state-colpa-di-stato-borsellino-ucciso-perche-scopri-la-trattativa