Incubo mafia, Maresca denuncia: condannato all’isolamento e all’indifferenza istituzionale

Incubo mafia, Maresca denuncia: condannato all’isolamento e all’indifferenza istituzionale

7 Giugno 2020

Di Paolo Chiariello

Una cinquantina di boss riportati in cella. Scarcerazioni di mafiosi fermate. La filiera di comando del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria decapitata con motivazioni che dovranno essere chiarite. Insomma ci sono tutti gli ingredienti per pensare di trovare il magistrato napoletano Catello Maresca soddisfatto, non foss’altro perché è stato lui a fermare questa spirale criminale che aveva gettato discredito sulle istituzioni..È stato lui a mettere in guardia ad inizio marzo sulla gravità delle rivolte in carcere. È stato lui, con il procuratore Gratteri, a denunciare con forza la circolare svuotacarceri del Dap del 21 marzo firmata da una oscura funzionaria del ministero della Giustizia. 

Allora dottor Maresca, finalmente, lentamente la questione delle carceri sembra tornare alla normalità. Ci sono già 50 boss tornati a casa che sono stati rispediti in carcere. Sarà soddisfatto, no?”. Dall’altra parte della cornetta, silenzio tombale. Uno immagina che non ha sentito la domanda, magari un’interferenza. Gliela riformulo e lui mi ferma. “Guardi che ho capito quel che ha detto, non rispondo perché non saprei davvero che cosa dirle. Colgo dalle sue parole che almeno lei è contento…”.

Diciamo che 50 boss mandati a casa che tornano in cella, almeno per me è una buona notizia. Lei che dice?

Io dico che è troppo poco e arriva tutto troppo tardi. Se penso di aver dovuto rinunciare ad un altro piccolo pezzo della mia libertà e della mia serenità per affermare nel dibattito pubblico di questo paese i rischi connessi alle rivolte carcerarie e poi quella circolare assurda del Dap, non capisco di che cosa dovrei gioire. E con me credo che molti italiani non siano così contenti di quel che accade sul fronte giustizia in questo Paese.

 

Che cosa la preoccupa ancora?

L’assenza di dibattito su temi importanti. La mafia è sparita dal dibattito pubblico. La legislazione antimafia è sotto attacco. Istituti come il 41 bis sono stati già destrutturati e c’è chi è pronto a dargli il colpo di grazia in Parlamento con l’alibi di pronunce in sede comunitaria. Gli sforzi sovrumani di magistrati, carabinieri, poliziotti, finanzieri in prima linea contro la mafia sembrano essere percepiti quasi con fastidio. Le vittorie dello Stato contro la mafia quando non vengono nascoste, arrivano a noi come una sorta di rumore di fondo. L’antimafia non è una professione, è un sentimento che va alimentato ogni giorno. E credo che mai come in questi tempi ce ne sia un grande bisogno.    

Sembra davvero un incubo.

Guardi che non sembra, la mafia è un incubo. Il covid 19 circola da tre mesi e abbiamo fatto investimenti e anche leggi eccezionali per sconfiggerlo. E va bene così. La mafia come il covid 19 è una pandemia, circola da secoli, è contagiosa sempre, uccide sempre, strangola le nostre comunità ma non mi pare siamo stati ancora capaci di debellarla definitivamente.

Dottore lei ha paura della mafia?

Tutti abbiamo paura. Ma non tutti siamo dei vigliacchi. Io ho paura ma non sono mai fuggito come altri. E questo mi rende un bersaglio. I mafiosi lo sanno che tutti abbiamo paura. Il loro obiettivo è sempre quello di isolare chi non scappa, chi non piega la testa, chi non si arrende alla loro violenza. Loro contano molto sulla paura dei vigliacchi. 

 

Un incubo.

Esatto, un incubo. Pensi che l’altra notte sono stato svegliato di soprassalto da mia figlia piccola, l’ultima di quattro splendidi figli che la vita mi ha regalato. Aveva fatto un incubo, un “brutto sogno” come dice lei, che “io me ne andavo per sempre”. Certo prima o poi, come tutti, anche io me ne dovrò andare via da questa terra. La paura di perdere i propri cari, di abbandonare i propri affetti è forse la più grande ossessione dell’umanità. Anche io spesso ci penso e la paura mi assale. Niente di strano in fondo, se non fosse che questa paura è diventata da un po’ di tempo una mia compagna di viaggio.

Forse sono stato eccessivo a ricordarle la paura della mafia…

No, non è una domanda di un giornalista che mi ricorda la paura. Ad ogni incontro con gli studenti o ad un convegno sulla legalità c’è sempre qualcuno che mi sollecita il ricordo delle mie paure. Le mie paure purtroppo hanno nomi e cognomi di coloro che ho scelto di combattere tutti i giorni nel mio lavoro e nella mia “mission antimafia”. È sempre stata una paura particolare, perché non mi ha mai fermato, non mi ha mai paralizzato, come in genere accade ed accadeva anche a me quando da bambino consideravo il corridoio buio di notte un limite invalicabile. No, questa paura non mi blocca, anzi mi spinge ad andare avanti sempre di più, sempre più forte. Più mi minacciano e più monta la voglia e cresce la mia determinazione a combattere più forte contro crimini e criminali. Diciamo che l’effetto è quello di moltiplicare i modi in cui mi determino a farlo, nelle indagini, nelle scuole, nelle università, in televisione, sui giornali, tra la gente.

 

C’è chi dice che lei lo fa per una sorta di edonismo o per “fini politici”.

Ovviamente ognuno è libero di pensare quel che vuole e dare sfogo a malignità e a pettegolare a prescindere. Ma la verità è che io lo faccio soprattutto per loro, per i miei figli, per i figli di quelli che combatto e per quelli come loro che hanno il diritto di sognare anche di vivere in un paese migliore. Eppure, il risultato che ottengo, per ora, non sono bei sogni ma solo incubi di abbandono. Il secondo dei miei figli ha preparato una tesina sulla paura all’esame di terza media. L’ho letta e condivisa. Bella, intensa, precisa, forse troppo precisa.  L’ultima battaglia che mi sono intestato, praticamente in solitudine, mi ha portato altre paure. Forse per la prima volta quella più grande di tutte, essere lasciato da solo dalle istituzioni.

Lasciato solo?

Vede, io ho sempre combattuto in pool, condividendo gioie e dolori, con colleghi e collaboratori. Mi sono sempre assunto le responsabilità delle scelte, spesso pesantissime. Ho sempre portato e sopportato fardelli capaci di piegare le ginocchia. Ma l’esercizio mi ha rinforzato ancora di più i muscoli delle gambe. Per continuare a camminare, per raggiungere il traguardo. L’ho sempre fatto senza neanche pensare alle mie paure. Ma questa volta no. Questa volta mi sono sentito solo, forse addirittura isolato. Neanche una parola da chi mi aspettavo. Neanche un sostegno. Ai ringraziamenti già non ci ero abituato, e non me li aspettavo. Ma il gioco si fa troppo rischioso. La storia ci insegna che l’isolamento è una condanna a morte.

 

Mi scusi se la interrompo ma lei parla di solitudine, paura, istituzioni che abbandonano i suoi servitori. Mi sembra di rivivere tempi che nessuno di noi vorrebbe tornassero…

Non crederà che mi stia divertendo io! Io penso che a noi italiani la storia non abbia insegnato niente. L’isolamento non è cosa buona! Neanche per uno come me abituato a combattere per i veri valori anche da solo, anche soltanto perché ci credo. Forse sarebbe stato meglio “farmi i fatti miei”, come qualcuno gentilmente mi ha consigliato. Che me ne importa in fondo della circolare del DAP del 21 marzo? Che me ne frega dello “svuotacarceri”? Mica è compito mio evitare che un sistema impazzito faccia scarcerare centinaia di mafiosi? Mica è compito mio, che ormai non sono più alla D.D.A. da quasi quattro anni, occuparmi di queste cose? Ma chi me lo fa fare? Soprattutto quando questo lavoro “straordinario”, invece che creare sogni, continua a provocare incubi e ad alimentare paure.

Appunto, chi o che cosa le dà la forza di andare avanti?

La vicinanza della gente, l’unica ancora di salvezza nel mare dell’indifferenza istituzionale. E allora quasi quasi, riprendendo una frase di un film poliziesco di qualche anno fa, “ se mi vogliono intimidire….questa volta mi faccio intimidire”.  Lo faccio per loro, questa volta davvero, perché i miei figli hanno diritto di restare lontano dai fantasmi della mia vita. Hanno anche loro il diritto di tornare a sognare.

 

Fonte:https://www.juorno.it/


Archivi