In memoria di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Il nostro contributo. Sorrento 23 maggio 2012.

“L’intreccio tra mafia e potere, anzi l’indissolubilità dei due concetti, è, ormai da alcuni decenni, un punto fermo nell’analisi storica e socio-politica non solo italiana

Da un trentennio, poi, il dato è entrato a far parte anche dei documenti ufficiali (pur, di solito, prudenti e misurati, quando non reticenti) già nella prima relazione della Commissione parlamentare antimafia, risalente al 1972; infatti, la mafia è indicata come soggetto dedito all’”esercizio autonomo di potere extralegale” e “compenetrato”nelle strutture del potere, soprattutto pubblico.

A partire dalla metà degli anni Ottanta, infine, tale intreccio ha trovato imponenti e definitive conferme dall’interno nel racconto di numerosi collaboratori di giustizia che hanno ripreso e precisato spunti già emersi in decenni precedenti.
(Il riferimento è non solo al protopentito Leonardo Vitale (ucciso nel 1984 a distanza di dieci anni dal suo tentativo di collaborazione, peraltro del tutto sottovalutato dall’autorità giudiziaria), ma anche al luogotenente e cugino di Salvatore Giuliano, Gaspare Pisciotta, del quale si ricorda il grido “Siamo un corpo solo: banditi, polizia e mafia, come il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo”, lanciato nell’aula della Corte di Assise di Viterbo, poco prima di essere ucciso in carcere, il 9 febbraio 1954, con una dose di stricnina (la citazione è tratta da A. Caponnetto “ Il potere della mafia, in G. Neppi Modana (a cura di), Cinquant’anni di Repubblica Italiana, Einaudi, Torino, 1996, pag.163).

Sono, fin qua, le parole testuali dell’Introduzione al saggio “Mafia e Potere-Ed. Ega, di Livio Pepino e Marco Nebiolo.

D’altro canto, continuano gli stessi autori, ”uno dei dati peculiari del fenomeno mafioso… è la presenza “ a fianco dei clan, di una vera e propria comunità mafiosa di sostegno””.

Una comunità di soggetti di varia estrazione sociale, con un bagaglio culturale notevole, costituita da professionisti, avvocati, ingegneri, architetti, medici, commercialisti, notai ecc, , imprenditori ed uomini della finanza, esponenti politici e delle istituzioni di tutti i livelli, dal più basso al più alto.

Incalza Roberto Scarpinato, Procuratore Generale di Caltanisetta, ne “Il ritorno del Principe”, Ed. Chiarelettere:

“Non è vero che la mafia è quella che si vede in TV e che i corrotti ed i criminali sono una malattia della nostra società.

Qui, in Italia, la corruzione e la mafia sembrano essere costitutive del potere, a parte poche eccezioni (la Costituente, Mani Pulite, il maxiprocesso a Cosa Nostra).
Ricordate Machiavelli?

In politica qualsiasi mezzo è lecito.

C’è un braccio armato (anche le stragi sono utili alla politica del Principe), ci sono i volti impresentabili di Riina, Provenzano, Lo Piccolo e poi c’è la borghesia mafiosa e presentabile che frequenta i salotti buoni e riesce a piazzare i suoi uomini in Parlamento.

Ma il potere è lo stesso, la mano è la stessa”.

Mafia, insomma, come potere, non solo militare e di controllo dei territori, ma, soprattutto, come potere economico e politico.

E, quindi, istituzionale.

Mafia vista come elemento che ha un organico rapporto con la politica e con le istituzioni.

Tutti coloro che si pongono in un’ottica contrapposta a questa e che tentano di scardinare questo rapporto con la politica vanno emarginati e, all’occorrenza, eliminati.

Falcone e Borsellino, ma anche Dalla Chiesa, Impastato e tante altre centinaia, migliaia di persone.

Perseguire la mafia, come si sta facendo nel Paese, solamente sul piano militare, limitandosi a considerarla come un fenomeno esclusivamente delinquenziale, è, come giustamente rileva Antonio Ingroia, guardare una sola faccia della luna.

E’ un modo, questo, di favorirla oggettivamente, in quanto non si tiene conto dell’intreccio che la lega in modo organico all’economia ed alla politica del Paese.

Un intreccio che fa cadere le contrapposizioni fra economia legale, alegale, illegale e sta trasformando sempre più il nostro Paese da culla del diritto in un Paese criminale dove la legalità è considerata un optional.

Tutti coloro che si oppongono a questo terrificante processo involutivo sono considerati dei nemici e lo stesso sostegno acritico che viene espresso ai magistrati in prima linea e sotto attacco da parte di ampi segmenti della politica appare alquanto ipocrita in quanto non è stato mai supportato da atti concreti.

Sono la politica e le istituzioni che vanno bonificate perché è lì che si annidano le mafie più insidiose.

Il Procuratore Scarpinato ha dichiarato al “Venerdì” di Repubblica del 18 maggio u. s.:

“Ci sono uomini dello Stato. Contrada, numero tre del Sisde, il dirigente della Mobile di Palermo D’Antone, assessori regionali, Giulio Andreotti, sette volte Presidente del Consiglio e ventidue ministro; la sentenza di appello confermata ha certificato i suoi rapporti con la mafia fino al 1980”

Ed ancora: ” Tutto rimosso.

Un’amnistia permanente, per amnesia collettiva. Alle giovani generazioni viene fornita una lettura riduzionista.

Viene rimossa quella parte di storia che ci chiama in causa, che dice corresponsabili pezzi della società e delle classi dirigenti”.

Un atto di accusa a noi tutti, anche a noi stessi perché ci costringe ad interrogarci se stiamo facendo appieno il nostro dovere come cittadini di uno Stato di diritto per la cui costruzione i nostri nonni ed i nostri genitori hanno sofferto e sono morti e del quale noi, anche noi, stiamo consentendo la distruzione.

Falcone, Borsellino, Chinnici, Costa, Caponnetto e tanti altri magistrati non hanno dovuto combattere e non debbono combattere solamente contro i Riina, i Provenzano, gli Schiavone e quanti altri, ma, soprattutto, contro chi ha annientato il pool antimafia, chi li ha delegittimati e li delegittima continuamente, contro chi li insulta e li chiama “pazzi”, contro chi depotenzia la magistratura e le forze dell’ordine, a cominciare dalla DIA che qualcuno ha tentato e sta tentando di sopprimere.

Quella DIA che proprio Giovanni Falcone volle fortissimamente.

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno pagato con la loro vita perché erano arrivati a quell’”area grigia”che vede la saldatura fra mafia e potere, fra pezzi delle Istituzioni e criminalità militare, a quell’intreccio perverso fra i cosiddetti “poteri forti”

Falcone e Borsellino rappresentavano un intralcio rispetto a questo processo di saldatura.

Essi avevano scoperto e volevano debellare quel potere gelatinoso di cui parlava Leonardo Sciascia, un potere invisibile, ma sempre presente, in ogni momento della storia recente del nostro Paese,

quel potere gelatinoso che tentò in tutti i modi di scardinare la struttura e le basi stesse del maxiprocesso e di chi lo aveva istruito, il pool di Palermo.

Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Antonino Caponnetto, Rocco Chinnici, Leonardo Guarnotta, Giuseppe Di Lello, tutte figure alte ed altre di quello Stato che è nei nostri sogni e traguardo del nostro impegno quotidiano.

E’ a loro che noi ci ispiriamo nella nostra azione che non si esaurisce, come purtroppo avviene quasi sempre, nella retorica e nella commemorazione, ma, al contrario, nella individuazione e nella denuncia dei veri mafiosi, quelli in giacca e cravatta e non solo i villici.

La “mafia impunita”, quella che si stenta quasi sempre a colpire.

Come a Fondi, in provincia di Latina, dove sono stati colpiti solamente i livelli bassi, i villici appunto.

La provincia di Latina, nel Lazio, a confine con la Capitale nel Lazio e Caserta in Campania, terra dove, fatta eccezione per l’attività generosa ed instancabile della Questura e di una Squadra Mobile composta da pochi uomini e donne e mai rafforzata come sarebbe necessario, non si attaccano i patrimoni sospetti, i colossali investimenti di capitali di dubbia provenienza, le connessioni fra politica, istituzioni e criminalità organizzata, dove si suicida per cause rimaste misteriose un brillante e giovane ufficiale qual’era il Comandante della Compagnia della Guardia di Finanza di Fondi, capitano Fedele Conti… , dove si archiviano, nella parte relativa al presumibile “voto di scambio”, inchieste delicate come la “Formia Connection”… e così via.

“Per decenni la mafia impunita e chi l’accusa è un “esaltato””, è il titolo di un capitolo di “Mafia. L’atto di accusa dei giudici di Palermo”, un saggio edito da Editori Riuniti la cui lettura noi suggeriamo a tutte le persone perbene.

Quella “mafia impunita” contro la quale si batterono Falcone, Borsellino, Caponnetto, Chinnici e gli altri giudici di Palermo, alcuni dei quali furono trucidati proprio per questo motivo.

Per concludere, approfitto della presenza in questa Aula del Dr. Maresca, della DDA di Napoli, per ringraziare, tramite lui, tutti i Magistrati della DDA partenopea per quanto hanno fatto e stanno facendo anche per noi del Lazio.

Siamo certi, al contempo, che, dopo la venuta a Roma del nuovo Procuratore Capo Pignatone, anche la DDA romana voglia attivarsi al massimo per contrastare un fenomeno, quello mafioso appunto, che anche da noi è diventato inquietante al punto da infettare parti significative, oltre che dell’economia, anche della politica e delle istituzioni.

Come pure vogliamo augurarci ardentemente che anche la cosiddetta “società civile” del Lazio voglia cominciare a svegliarsi e a dare un contributo effettivo e costante, senza retorica e concretamente, all’azione di contrasto alle mafie, oltre che militari, soprattutto economiche e politiche.

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