In Germania chi scrive di mafie paga: come Petra, da cronista a romanziera

In Germania chi scrive di mafie paga: come Petra, da cronista a romanziera

L’autrice tedesca ha scritto libri di successo in Germania, fino a quando le cause e i processi non gli hanno messo il bastone tra le ruote. Perché le persone che cita, in Germania sono stimati “imprenditori italiani di successo

ATTILIO BOLZONI

03 marzo 2021 • 20:17

  • Petra Reski è tedesca, da trent’anni ha residenza a Venezia e conosce molto bene la Sicilia e anche “quei” calabresi che vivono la Germania come un parco giochi, è una giornalista che dall’Italia invia corrispondenze per le principali testate del suo paese e firma libri di successo su Cosa Nostra e ‘Ndrangheta.
  • Petra ha scelto il fantasy per non passare gran parte del suo tempo nelle aule dei tribunali tedeschi a beccarsi condanne e pagare danni in sede civile, già di guai ne ha avuti troppi.
  • La condanna è sopraggiunta perché quei personaggi, noti in Calabria come vicini alla cosche, in Germania sono stimati “imprenditori italiani di successo”. Fra Reggio e Lipsia, si sa, c’è un po’ di distanza.

Petra scrive romanzi. Con presunti giornalisti che sono a caccia di presunti boss, che ogni tanto vanno incontro a presunti pericoli a causa di una presunta mafia. Sono romanzi molto belli, pubblicati in tedesco e in italiano.

L’ultimo ha per titolo Palermo Connection, la trama è di pura immaginazione anche se fra le pagine si fa cenno a una (presunta, naturalmente) trattativa fra stato e crimine scoperta da Serena Vitale, nome inventato e appiccicato a una procuratrice della repubblica di bell’aspetto che indaga su misteriose contiguità della politica. Di questi gialli politico-giudiziari ambientati per lo più in Sicilia, Petra ne ha scritti tre. Dopo Palermo Connection sugli scaffali delle librerie è arrivato I volti dei morti e subito dopo Con tutto l’amore. Petra non è nata romanziera ma lo è diventata, come dice il mio amico palermitano Enrico Bellavia «Petra è una romanziera di necessità».

Petra Reski è tedesca, da trent’anni ha residenza a Venezia e conosce molto bene la Sicilia e anche “quei” calabresi che vivono la Germania come un parco giochi, è una giornalista che dall’Italia invia corrispondenze per le principali testate del suo paese e firma libri di successo su Cosa Nostra e ‘Ndrangheta. O meglio, firmava. Oggi è più prudentemente autrice di quel genere letterario che è il fantasy, tante soddisfazioni e nessuna noia.

Meglio modificare cognomi, creare dal nulla personaggi inesistenti, camuffare con maniacale precisione luoghi e circostanze. Molto meglio. Petra ha scelto il fantasy per non passare gran parte del suo tempo nelle aule dei tribunali tedeschi a beccarsi condanne e pagare danni in sede civile, già di guai ne ha avuti troppi, sempre in mezzo a ricorsi, avvocati, carte bollate, processi e minacce.

La conversione al romanzo è avvenuta lentamente ma inesorabilmente. L’inizio della metaformosi professionale di Petra è con la famigerata strage di Duisburg, la città tedesca nella zona occidentale della regione della Ruhr dove – è il Ferragosto del 2007 – vengono uccisi sei ragazzi calabresi davanti al ristorante “Da Bruno”. Un prolungamento sul Reno dell’antica faida aspromontana del paese di San Luca, affiliati della ‘ndrina Nirta-Strangio contro affiliati della ‘ndrina Pelle-Vottari. Il massacro ha grande eco in tutto il mondo, in Germania (con un po’ di ritardo e a malincuore) si accorgono che la ‘Ndrangheta ha messo robuste radici anche lì, e così una casa editrice chiede un libro a Petra che lo scrive.

Nel 2008 esce in Germania Santa Mafia per la “Droemer” e vende più di 50 mila copie, l’anno dopo “Nuovi Mondi” lo pubblica per l’Italia. Ma, tra una ristampa e l’altra, Petra viene querelata e un tribunale tedesco – oltre a condannarla al pagamento di 10 mila euro – ordina di “oscurare” sei pagine del suo libro.

MIOPIA TEDESCA

Forse Petra ha fatto confusione con i nomi, coinvolgendo frettolosamente o maliziosamente qualcuno che non c’entrava in vicende di mafia? È stata avventata, superficiale? Pare proprio di no. La condanna è sopraggiunta perché quei personaggi, noti in Calabria come vicini alla cosche, in Germania sono stimati “imprenditori italiani di successo”. Fra Reggio e Lipsia, si sa, c’è un po’ di distanza.

Il tribunale non vuole acquisire tre rapporti della Bka, la polizia federale tedesca, dove sono ben spiegati chi sono gli uomini citati dalla Reski. Nè vuole consultare atti della magistratura italiana, nemmeno le dichiarazioni giurate di alcuni rappresentanti della procura nazionale antimafia di Roma. Ci sono un paio di pubblici ministeri italiani che si presentano al giudice tedesco, ma non vengono accettati come testimoni. Petra perde la causa, poi subisce altre tre condanne e paga altri danni.

Anche per un breve articolo dove riprende le informazioni da un documentario di una tivù sulla mafia a Erfurt che, fra l’altro, non rivela niente di inedito. Querelati loro e querelata Petra. Condannata ancora. Anche se i fatti sono quelli, anche se non viene divulgata l’identità di nessuno. Ma le vicende – sentenzia il tribunale – “sono riconoscibili”. E dentro quelle vicende ci sono sempre gli “imprenditori italiani di successo”.

Una volta sono cinquemila euro, un’altra volta 10mila euro, una volta l’editore tentenna, un’altra volta l’editore del Der Freitag molla di brutto Petra che è costretta a lanciare un crowdfunding, un finanziamento collettivo che le permette di saldare i conti con la giustizia tedesca. Venticinquemila euro raccolti in pochi mesi.

«È stata una risposta importante dopo anni di silenzio anche da parte dei colleghi», ricorda lei mentre ci fa l’elenco di tutti verdetti che la vedono sempre colpevole. Anche per decisione della Cedu, la Corte europea dei diritti dell’uomo. Ma come è possibile che una giornalista, di eccellente reputazione come la Reski, sia sempre sotto tiro e sempre bastonata dalla magistratura?

SOLDI SENZA ODORE

Viene da pensare che il problema non sia tanto Petra quanto la Germania, intendendo per Germania non lo Stato o il suo popolo, bensì il rapporto difficile che il suo Stato e il suo popolo hanno con la mafia e con i mafiosi. Non ne vogliono sapere. Punto. A loro è materia che non interessa. Come direbbero a Roma: «gliene può fregà de meno».

I soldi non fanno odore, se poi c’è un massacro a Duisburg è sempre “cosa nostra”, roba di italiani e di Italia, quella stessa Italia che nel 1977 veniva rappresentata in copertina dal settimanale Der Spiegel con un piatto di spaghetti e sopra un revolver come condimento.

Ci dice Petra: «La Germania è sempre addormentata, ancora oggi nonostante quello che è accaduto a Duisburg. Noi giornalisti non possiamo scrivere niente e se scriviamo finisce male come è finita male a me».

Le condanne che ha collezionato hanno quasi sempre la stessa motivazione: ci sono atti ufficiali che però non sono pubblici, quindi non stampabili. Petra Raski si sente una “sorvegliata speciale”. Gli avvocati di quegli “italiani di successo” forniscono ai tribunali, a cadenza mensile, tutto ciò che lei e altri giornalisti pubblicano nei loro articoli, su Facebook, su Twitter, sui blog.

La strage di Duisburg sembra molto lontana. È come se non ci fosse mai stata. In Germania l’associazione mafiosa non è un reato come in Italia, ordinare intercettazioni ambientali nei confronti di ‘ndranghetisti è quasi impossibile, il silenzio delle autorità copre ogni attività e scorribanda mafiosa.

Ancora Petra: «E questo va avanti da quando, dopo la caduta del Muro, le mafie hanno fatto straordinari investimenti in quella che era una volta la Germania dell’Est, ma non bisogna parlarne perché altrimenti…».Eppure la Germania, nelle classifiche annuali di “Reporters Sans Frontières”, è sempre fra i primi posti nel mondo sulla libertà di stampa dopo Norvegia, Svezia e Danimarca mentre l’Italia – per esempio nel 2020 – è al quarantunesimo posto scavalcata da Botswana, Burkina Faso, Ghana e Namibia.

L’ultimo articolo che riguarda faccende mafiose Petra l’ha scritto per la Frankfurter Allgemeine qualche mese fa, a proposito di quella pizzeria di Francoforte dal nome “Falcone e Borsellino”, fori alle pareti per richiamare i buchi della pallottole e all’interno le solite immagini di Marlon Brando, il don Vito Corleone de Il Padrino.

La sorella del giudice Falcone, Maria, presenta un ricorso “per violazione della memoria” ma i giudici tedeschi lo respingono perché “il giudice Falcone ha operato principalmente in Italia e in Germania è noto solo una cerchia ristretta di addetti ai lavori” e perché “sono passati ormai quasi trent’anni dalla morte di Falcone e il tema della lotta alla mafia non è più così sentito dai cittadini”.

Com’è finita? Che l’ambasciatore italiano in Germania invia una lettera di “richiamo” al ristoratore, il ristoratore dopo il clamore annuncia che cambierà il nome al suo locale e addirittura chiede un affettuoso consiglio al diplomatico. Molto furbo. È tutta questione di sensibilità. Sulle mafie, malgrado l’imponente invasione ‘ndranghetisca, i tedeschi ne hanno poca.

Ne sa sempre qualcosa Petra che, in un altro suo libro, Sulla strada per Corleone, è andata a cercarla in Sicilia ma se l’è ritrovata nel cortile di casa sua. I mafiosi calabresi emigrati fra la Baviera e le fredde terre bagnate dal Mare del Nord sono abbastanza sicuri di farla franca, godono di ottima assistenza legale, contano molto su una magistratura quanto meno disattenta.

Cosa scriverà ancora Petra? Intanto ha appena finito un altro libro sull’Italia che sta facendo un po’ di rumore – Quella volta che caddi nel Canal Grande –, un racconto sulla “svendita” turistica di Venezia. “Petra, la scrittrice delle polemiche”, ha titolato un foglio locale. Ma scriverà più di mafia in Germania? «Chissà», risponde. Nel frattempo si diverte nel mondo del presunto.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

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