Il Totò Riina della Calabria fa tremare un sistema di potere

Il Totò Riina della Calabria fa tremare un sistema di potere

Nicolino Grande Aracri killer e mandante spietato è il boss di Cutro. Conosce i nomi di imprenditori e politici collusi negli affari della cosca. Se la sua collaborazione è seria aprirà un nuovo capitolo riguardo alla lotta alla ‘ndrangheta

GIOVANNI TIZIAN

17 aprile 2021

Mano di gomma”, “Manuzza”, il “Crimine”. Come ogni boss di caratura reale Nicolino Grande Aracri ha accumulato nella sua carriera numerosi soprannomi. Comunque lo si voglia chiamare non cambia il peso che la sua storia ha nella ‘ndrangheta, la mafia nata in Calabria e oggi la più globalizzata. Arcaico e moderno sono le due caratteristiche di Grande Aracri, originario di Cutro, paese interno della provincia di Crotone, e diventato capo indiscusso della ‘ndrangheta a partire dal 2005. Negli anni in cui le altre cosche subivano colpi letali, la sua famiglia criminale acquisiva sempre più potere forte delle connivenze in ogni sfera sociale, istituzionale ed economica. Per questo ora che sta collaborando con la giustizia sono in tanti i colletti bianchi, i politici, gli imprenditori e gli industriali che hanno perso il sonno. La notizia è stata rivelata da Antonio Anastasi sul Quotidiano del Sud. Grande Aracri si sarebbe rivolto alla procura antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri. Per far capire ai non addetti ai lavori la portata eventuale di questa collaborazione è come dire che Totò Riina o Matteo Messina Denaro, i super boss della mafia siciliana, sono diventati pentiti. Crollerebbe il paese, con tutti i suoi scheletri nell’armadio.

Fonti della procura confermano a Domani la notizia e quel che si sa è che i magistrati procedono con la massima cautela, stanno valutando prima di tutto se la collaborazione del capo dei capi è genuina o nasconda la volontà di assicurarsi un salvacondotto per proteggere il patrimonio finanziario accumulato e nascosto chissà dove. Cautela è la parola chiave per decifrare questa mossa inaspettata da un criminale con decine di omicidi sulle spalle, killer e mandante spietato, ma anche raffinato stratega negli investimenti finanziari, tanto nei feudi nordici lo consideravano un imprenditore: «Abita a Reggio Emilia, ha la villa a Reggio, è il numero due della Calabria, della ’ndrangheta. Proprio uno ’ndranghetista eh. E’ un imprenditore però, comanda tutta Reggio. Loro mi fan fare un lavoro poi con le aziende, perché rappresentano 140 aziende…». Così parlava con spiccato accento bolognese Roberta Tattini, una consulente finanziaria e del lavoro condannata nel processo sulla ‘ndrangheta in Emilia Romagna, quella cioè retta dal padrino Grande Aracri, che in questi ultimi vent’anni ha segnato la storia criminale della regione che si credeva immune dal contagio delle mafie.

Se Cutro è la roccaforte storica della cosca di don Nicolino, Brescello, provincia di Reggio Emilia, è la fortezza settentrionale. Nel paese celebre per aver fatto da set cinematografico alla serie Peppone e Don Camillo si è radicata la ‘ndrangheta di Grande Aracri. Il nucleo più fedele al boss, incluso fratelli e nipoti, vivono nelle ville di via Pirandello del paese emiliano. In questi ultimi anni le inchieste hanno fatto emergere una massiccia presenza imprenditoriale connessa al clan: messe assieme tutte le aziende coinvolte direttamente o collegate potrebbero formare un consorzio di quasi mille imprese.

Gli affari andavano a gonfie vele finché non è arrivata la procura antimafia di Bologna che nel 2015 ha dato il via all’operazione Aemilia, una retata con 200 arresti, milioni di euro sequestrati, complicità politiche svelate. L’inchiesta ha portato a due maxi processi: uno concluso in Cassazione che ha confermato la mafiosità dell’organizzazione di Grande Aracri, il secondo arriverà al terzo grado a breve dopo che ha superato i primi due con le conferme delle ipotesi investigative iniziali, cioè il clan è l’espressione della ‘ndrangheta emiliana. Le indagini non sono finite con i processi. Proseguono e sono in mano all’esperta Beatrice Ronchi, che presto potrà contare su un’arma in più: le dichiarazione, una volta verificate, del capo dei capi della ‘ndrangheta calabrese ed emiliana.

Tra i capitoli di questa enciclopedia del crimine c’è un ampio capitolo dedicato ai rapporti con politici, forze dell’ordine, avvocati, magistrati. Di certo Nicolino Grande Aracri conosce molti segreti di questi rapporti. Il suo clan era talmente infiltrato nel tessuto della regione che è stato sciolto per mafia il comune di Brescello. Nelle indagini sulla cosca sono stati esponenti dei partiti e condannato a vent’anni in primo grado il presidente del consiglio comunale di Piacenza. E forse potrà finalmente decifrare alcuni episodi che hanno fatto molto discutere in questi anni. Per esempio il viaggio nel 2009 di alcuni candidati a sindaco di Reggio Emili per assistere alla processione religiosa a Cutro in piena campagna elettorale. Tra loro c’era anche Graziano Delrio, che si è sempre giustificato dicendo che le due città sono gemellate da anni.

Ma Grande Aracri è un conoscitore anche del mondo paramassonico: durante una perquisizione nella sua dimora gli investigatori hanno trovato la spada dei Templari. E sono numerose le intercettazioni in cui parla di massoneria e ordini cavallereschi.

Insomma, se Grande Aracri fa sul serio e non seguirà l’esempio di un suo luogotenente (finto pentito bocciato dall’antimafia di Bologna) si aprirà un capitolo nuovo nella lotta alla ‘ndrangheta: con il capo dei capi che con le sue parole potrà seppellire mezzo secolo di mafia.

Fonte:https://www.editorialedomani.it/

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