Il Testimone di Giustizia Ignazio Cutrò colto da malore e il sistema sicurezza se ne accorge dopo un quarto d’ora. La protezione dello Stato che fa cilecca

“Il testimone di giustizia Ignazio Cutrò e la protezione dello Stato che fa cilecca”

Sotto scorta per aver contribuito a smantellare una cosca, l’imprenditore dell’agrigentino è stato colto da un malore di fronte alle telecamere che sorvegliano casa sua. Ma per 15 minuti, come mostra questo video, nessuno lo ha soccorso. Una falla nella sua protezione che lo fa sentire ancora più solo

di Piero Messina

Si può rischiare di morire di fronte agli occhi inermi dello Stato? Sì, e lo dimostrano le telecamere a circuito chiuso che proteggono – dovrebbero proteggere?- la vita di Ignazio Cutrò, il testimone di giustizia che con le sue dichiarazioni ha contribuito a smantellare una cosca mafiosa dell’agrigentino. Gli occhi elettronici dello Stato ieri sera hanno fatto cilecca. Erano le 19, 10 quando Cutrò scende nello spazio di fronte alla sua abitazione, si avvicina alla sua autovettura e all’improvviso un malore lo fa schiantare al suolo. La scena è registrata dalla rete di telecamere poste a tutela del testimone.
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Quelle telecamere, montate e attivate in modo tale da proteggere la vita di Cutrò e dei suoi familiari, oggetto di minacce di morte da parte dei clan mafiosi, sono collegate in presa diretta, 24 ore su 24, con due stazioni dei carabinieri. Ma per oltre un quarto d’ora, il corpo di Cutrò resterà al suolo senza nessun alert da parte di chi, dall’altra parte della telecamera con i video accesi, avrebbe dovuto proteggerlo e controllarlo. Saranno i familiari del testimone a soccorrere il parente e chiamare lo staff dei carabinieri che scorta Cutrò in ogni suo passo.

Sotto protezione per aver contribuito a colpire un clan, l’imprenditore agrigentino ha avuto un malore di fronte casa. Ma nonostante la telecamera di sorveglianza fosse attiva, nessuno lo ha soccorso per molti minuti. Mostrando, come si vede in questo video, quanto la sua posizione sia vulnerabile

Il referto dell’ospedale parla di crisi ipertensiva acuta. Il testimone di giustizia ha rischiato di morire per un principio di ictus. Ma quell’incidente dimostra che le telecamere sono in realtà dei fari spenti sulla vita dell’ormai ex imprenditore edile. E ora Cutrò si sente più solo. “Se per un quarto d’ora nessuno si è accorto di quel che stava accadendo – racconta il testimone all’Espresso – vuol dire che il livello di controllo è nullo e chiunque può avvicinarsi o accedere nei pressi della mia abitazione, e nei fatti agire indisturbato”.
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L’imprenditore agrigentino che fece arrestare i suoi estorsori ha deciso di vendere quel che resta della sua azienda e abbandonare il Paese. “Ormai siamo in miseria e qui non posso lavorare”
Cutrò aveva deciso di abbandonare la Sicilia e trasferirsi all’estero dopo aver venduto i mezzi della sua azienda edile. “Sino ad ora non ho compiuto quel passo – continua – perché avevo ricevuto precise rassicurazioni su un intervento dello Stato a favore della mia famiglia. Ma non è successo nulla. Soltanto parole”. Il testimone di giustizia rischia di rimanere “bloccato” in Sicilia, strangolato dai debiti e dal disinteresse verso il suo caso. “Non lavoro più e il premio per avere denunciato la mafia, semmai qualcuno debba essere premiato per questo, è l’essere stato messo alla gogna da tasse e creditori”.

Un clima insostenibile, aggravato dal totale isolamento che Cutrò vive all’interno della sua comunità in provincia di Agrigento. “Ho tentato di vendere tutti i miei mezzi anche a prezzi stracciati – racconta – ho pubblicato la lista dei materiali che avrei voluto liquidare per pagare i miei debiti, in silenzio e senza chieder aiuto a nessuno. Con quel che mi sarebbe rimasto, avrei potuto contare su una piccola risorsa economica per ricominciare una vita in un posto diverso dalla Sicilia, dall’Italia. Ma per quelle attrezzature non ho ricevuto neanche una singola offerta. Le cose di Cutrò non si debbono toccare, mi sembra che il messaggio sia chiaro e sia stato compreso. Anch’io l’ho capito: agli occhi della gente sono un morto che cammina, ma la mia unica colpa è avere combattuto la mafia”. (Fin qui l’Espresso)

Nota dell’Associazione A. Caponnetto:
Caro Ignazio, ti siamo vicini e ti vogliamo bene. Non mollare. Abbiamo deciso di farci rappresentare all’incontro degli Stati Generali Antimafia di Libera a Roma da Gennaro Ciliberto proprio per rafforzare e qualificare la presenza dei Testimoni di Giustizia di fronte al mondo dell’antimafia sociale ed istituzionale nazionale e porre i vostri problemi sotto i riflettori dei media nazionali. Fate rete e fatevi sentire. Un abbraccio da tutti noi. Ass. A. Caponnetto

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