Il ”suicidato” Antonino Gioè voleva collaborare con la giustizia

Il ”suicidato” Antonino Gioè voleva collaborare con la giustizia

Aaron Pettinari 04 Gennaio 2022

Agli atti del processo ‘Ndrangheta stragista gli interrogatori che potrebbero riaprire un caso

“Nel carcere di Rebibbia si trova detenuto Antonino Gioè, uno degli esecutori della strage di Capaci, personaggio estremamente importante perché era l’uomo di collegamento con i servizi segreti e conosceva la strategia politica che c’era dietro l’esecuzione delle stragi e che aveva deciso di iniziare a collaborare. Come ci raccontano i collaboratori Di Matteo e La Barbera e come emerge da altri fattori”. Così l’ex Procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, intervenendo alla conferenza organizzata dal nostro giornale in occasione delle commemorazioni di via d’Amelio, aveva evidenziato l’importanza del boss di Altofonte, Antonino Gioè, morto in circostanze misteriose nel carcere di Rebibbia la notte tra il 28 e il 29 luglio del 1993 (venne ritrovato impiccato con i lacci delle scarpe nella cella in cui trascorreva la detenzione).
Che la sua morte presenta molteplici anomalie è stato messo in evidenza più volte nel corso del tempo, ma vale la pena richiamare anche altri elementi che l’ex Procuratore generale di Palermo aveva evidenziato:
Antonino Gioè si trova in una cella all’interno di un corridoio dove ci sono altre cinque celle con detenuti al 41 bis. Secondo il regolamento carcerario è previsto che l’agente di custodia non si deve muovere dalla sua postazione. Deve sempre sorvegliare le celle. Senonché, verso mezzanotte, quell’agente di custodia addetto riceve un ordine. Si deve spostare in un’altra ala del carcere perché gli dicono che deve assistere al trasferimento di un altro detenuto. E proprio in quei 20 minuti, in cui l’agente viene fatto spostare, Gioè muore. Muore in un modo strano, con un suicidio che non si capisce se è un suicidio o un omicidio. E anche se fosse stato un suicidio ordinato non si sarebbe potuto verificare, perché quando uno si impicca il corpo fa dei movimenti convulsi che sarebbero stati immediatamente percepiti da chi si trova davanti. Dunque, se l’agente di custodia non sarebbe stato costretto a spostarsi Gioé non poteva suicidarsi”.
Oggi quegli “altri fattori” di cui parlava Scarpinato appaiono evidenti leggendo gli atti depositati dal procuratore aggiunto di Reggio Calabria,
Giuseppe Lombardo, nel processo d’appello ‘Ndrangheta stragista che ha visto in primo grado condannati all’ergastolo il boss di Brancaccio, Giuseppe Graviano, e al mammasantissima calabrese, Rocco Santo Filippone.
Da Reggio Calabria, così come in altre Procure, si sta cercando di far luce su quella terribile stagione di stragi che scosse l’Italia intera e che cambiò le sorti politiche del Paese.
A confermare il dato di quella volontà, da parte di Gioè, di collaborare con la giustizia non vi sono più solo le sensazioni e le voci dei pentiti, ma anche le evidenze raccontate da chi nel carcere romano, lavorava ed era presente in quella sera. Lo racconta oggi per prima
La Repubblica.
L’agente penitenziario
 Antonio Ciliegio, sentito a Sit il 10 giugno 2019, al tempo era presente in quella tragica notte e agli agenti della Dia ha raccontato che Gioé “negli ultimi 4/5 giorni antecedenti al suo presunto suicidio, rimaneva in cella”.
Non solo. In quei giorni aveva presentato “frequenti e ripetute richieste di colloquio con i magistrati e le forze dell’ordine”. Un dato a suo dire certo in quanto era lui stesso “a prendere cognizione del contenuto delle istanze che scriveva”. E poi ancora: “Ricordo due/tre missive al giorno inoltrate cinque o sei giorni prima del suo decesso”. Di ciò sarebbero venuti a conoscenza tutti gli operatori carcerari che in quel periodo si alternavano in quel servizio di vigilanza. E vi fu anche l’ordine di “prestare particolare attenzione al Gioé, in quanto soggetto particolarmente a rischio nell’ambiente carcerario per possibili ritorsioni in relazione al suo proposito di parlare con i magistrati e le forze dell’ordine”.
La domanda che sorge spontanea oggi è semplice: che fine hanno fatto le missive di Gioé? Di lui è stata solo ritrovata solo una misteriosa lettera in cui cercava in ogni modo di allontanare i sospetti di rapporti tra la mafia, i suoi familiari e gli amici. Al contempo non mancavano riferimenti al covo di via Ughetti a Palermo, al boss calabrese
Domenico Papalia e all’ex estremista nero Paolo Bellini, oggi sotto processo a Bologna per l’attentato del 2 agosto 1980 alla Stazione Centrale.
Scriveva Gioé in quella lettera: “In questo mio estremo momento giuro che quello che sto scrivendo è la pura verità. Fra le tante cose che ho detto ci saranno ancora moltissime fandonie in questo momento non ricordo altre persone che ho infangato con le mie chiacchiere e infamie”.
Ciò significa che era stato escusso a verbale da agenti della polizia giudiziaria o da magistrati?
Ciliegio ha spiegato che al tempo esistevano “espedienti” come “la comunicazione di un colloquio con l’avvocato”.
Secondo i dati ufficiali, come riportato da alcuni giornali dell’epoca, dal suo arresto Gioè aveva avuto solo un colloquio con il proprio difensore di fiducia e tredici colloqui con i familiari, l’ultimo dei quali il 17 luglio.
Ma ciò può anche non voler significare nulla.
L’agente penitenziario infatti ha riferito di “accordi diretti con il direttore o il capo delle guardie” che permettevano ai detenuti di “avere incontri riservati con le forze dell’ordine o con i servizi senza lasciare traccia”.
Un elemento che ricorda appieno le modalità del cosiddetto “protocollo farfalla” che venne “ufficializzato” in via riservata nel 2004 con un documento di sei pagine stilato tra il Dap, diretto all’epoca da Giovanni Tinebra, ed il Sisde, allora guidato da Mario Mori.
Un patto che prevedeva una collaborazione tra direzione delle carceri e 007 che vincolava il Dap al segreto, anche con l’autorità giudiziaria, sulle attività eventualmente svolte dagli agenti all’interno degli istituti di pena.
Ma quel “modus operandi”, molto probabilmente, veniva messo in atto già in precedenza.
Basti pensare alla storia dell’operatore carcerario
Umberto Mormile. Oggi i collaboratori di giustizia calabresi raccontano che fu ammazzato per aver scoperto i rapporti fra uomini dell’intelligence e il boss di ‘Ndrangheta, Domenico Papalia. Proprio quel Papalia di cui Gioè parla, chiedendogli scusa, nella sua ultima lettera.
Ulteriori elementi sono stati riferiti anche da
Massimo De Pascalis, che di Rebibbia all’epoca era direttore. Anche lui è stato ascoltato dalla Dia nel dicembre 2018. Ma quella pagina di interrogatorio agli atti, per mero errore o per motivi di indagine, non è presente.
Tra le altre cose ha raccontato che tutto il materiale inerente il detenuto Gioè fu sequestrato dalla Procura.
Il “caso Gioè”, ricordando ancora una volta le parole di Scarpinato lo scorso luglio, è uno di quegli esempi che mostra l’esistenza di un “potere dotato di una capacità di intervento tempestiva e chirurgica ogni volta che la maglia dell’impunità rischia di sfilarsi in qualche punto”.
Gioè, in possesso di segreti indicibili, andava fermato ad ogni costo. Anche mistificando la realtà dei fatti.

Rielaborazione grafica by Paolo Bassani

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fonte:https://www.antimafiaduemila.com/home/mafie-news/309-topnews/87471-il-suicidato-antonino-gioe-voleva-collaborare-con-la-giustizia.html

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