IL SANGUE  DEI  LAVORATORI – La strage di Alia

La strage di Alia

di Dino Paternostro

19 Dicembre 2020

Pochi lo ricordano, ma, nel secondo dopoguerra, anche ad Alia, in provincia di Palermo, vi fu una strage con due morti ed alcuni feriti. Accadde la sera del 22 settembre 1946, intorno alle 21,30, mentre era in corso una riunione di contadini nella casa a piano terra del segretario della Camera del lavoro del paese, Giuseppe Maggio, in via Montemaggiore.

I decreti Gullo, che davano il diritto alle cooperative contadine di chiedere l’assegnazione delle terre incolte o malcoltivate degli agrari, avevano creato entusiasmo e voglia di lottare anche in questo piccolo centro della Valle del Torto. Infatti, la riunione, alla quale stavano partecipando quattordici contadini, era stata convocata per discutere in dettaglio dell’occupazione dei feudi “Rigiura” e “Vaccotto”, entrambi nelle mani di gabelloti mafiosi, e per predisporre alcune domande di assegnazione delle terre.

All’improvviso, dalla strada un individuo lanciò una bomba a mano nella casa. Due contadini, Giovanni Castiglione di 44 anni e Girolamo Scaccia di 50 anni, morirono sul colpo, Gioacchino Gioiello di 19 anni e Filippo Ditta di 29 anni furono feriti gravemente, mentre altre cinque persone (Antonino Guagenti, Gaetano Boscarino, Antonio Scaccia, Giuseppe Guccione e Salvatore Greco) rimasero ferite lievemente. In un telegramma del 25 settembre alla prefettura di Palermo, il tenente dei carabinieri Caruso comunicava: «delitto presumesi commesso per odio verso segretario camera lavoro Maggio Giuseppe». Piantonati i due morti, i carabinieri «si prodigavano immediatamente per il pronto soccorso ai feriti, richiedendo l’intervento dei medici Sireci Giuseppe Runfola Gabriele, i quali, a loro volta, disponevano subito dopo il ricovero all’ospedale Civico di Palermo dei feriti gravi Gioiello e Ditta».

I militari dell’arma effettuarono, quindi, un attento sopralluogo, a seguito del quale «veniva rinvenuta, sulla strada ed a circa 70 metri dalla soglia della Camera del lavoro, la cuffia con tutto il congegno di sicurezza automatico (2° sicura) di una bomba a mano tipo “Breda”. Veniva pertanto stabilito che l’ignoto lanciatore, portatosi nei pressi del muretto del ponte antistante la casa del Maggio, aveva scagliato la bomba nell’interno della sede attraverso l’intelaiatura a vetri sovrastante la porta d’entrata. L’ordigno, spezzati i vetri senza esplodere, era penetrato nell’interno andando a scoppiare sulla schiena del Castiglione Giovanni, uccidendolo sull’istante assieme al suo vicino di destra Scaccia Girolamo, e ferendo, più o meno gravemente, le altre persone».

I carabinieri, però, sottolinearono che «le stesse indagini facevano… stabilire che da qualche tempo fra i contadini della “Federterra” di Alia fermentava un certo malumore contro il loro segretario Maggio Giuseppe, ritenuto per la sua età e perché incompetente, incapace a ben svolgere le mansioni dell’incarico coperto». Quasi a lasciare intendere che, in qualche modo, anche questi malumori potevano essere alla base del fatto di sangue. Per la verità, i militari non insistettero molto su quella che poteva diventare una maldestra operazione di depistaggio.

Infatti, non c’è nulla di strano che un’organizzazione discuta, anche animatamente, e decida di rinnovare i suoi gruppi dirigenti. Nel pomeriggio di quel 22 settembre, infatti, intorno alle 16.00, i contadini e i braccianti di Alia si erano riuniti nella casa del Di Maggio, che fungeva anche da sede della Camera del lavoro, per discutere del rinnovamento del gruppo dirigente e per fare le domande per le terre incolte. Dopo una lunga ed animata discussione, nuovo segretario della Federterra veniva eletto all’unanimità Salvatore Costanza, mentre presidente della Camera del lavoro restò il Di Maggio. Le cariche di vicesegretario, cassiere e consigliere vennero affidati ad altri. Una soluzione equilibrata, che portò alla guida della Federterra, impegnata nelle lotte per l’applicazione dei decreti Gullo, l’energia del giovane trentunenne Salvatore Costanza, lasciando al Di Maggio la carica onorifica di presidente della Camera del lavoro. La riunione venne sciolta e, intorno alle 20,30, tornarono a riunirsi i nuovi eletti alle cariche della Federterra per redigere il verbale della riunione precedente, effettuare la consegna della cassa e prendere conoscenza delle leggi che regolavano l’assegnazione delle terre incolte o malcoltivate degli agrari. Si recarono alla Camera del lavoro anche altri lavoratori per avere redatte le domande per ottenere il premio della repubblica. Circa un’ora dopo, alle 21,30, fu la strage. Nelle ore successive furono effettuati quattro fermi di persone indiziate, subito trasferite alla questura di Palermo. Furono effettuate anche «varie perquisizioni domiciliari che hanno fruttato il sequestro di cinque bombe a mano». Purtroppo, sulla strage calò il silenzio e nessun colpevole venne assicurato alla giustizia.

La strage di Alia fu anticipatrice di quella che si sarebbe consumata il 1° maggio 1947 a Portella della Ginestra. Il paese rimase sconvolto da tanta ferocia. Pur avendo consapevolezza del durissimo scontro sociale in corso, i contadini e l’opinione pubblica non pensavano che si potesse arrivare a tanto. Non pensavano che la ferocia degli agrari e della mafia arrivasse a tal punto da decidere di sparare nel mucchio, di ammazzare chiunque, di provocare una strage, pur di tenere a freno la “fame di terra” e la “sete di libertà” di tanti contadini e braccianti poveri.

Il 22 ottobre 2019, la Cgil e il comune di Palermo hanno dedicato una strada ciascuno a Giovanni Castiglione e Girolamo Scaccia, nell’ambito del “progetto memoria”. «Siamo grati perchè anche a Palermo ora c’è una via per i nostri cari venuti a mancare così presto», ha detto Gaia Castiglione, pronipote di Giovanni. E Girolamo Scaccia, nipote del sindacalista assassinato: «Nel ’46 la nostra famiglia si ritrovò nell’abbandono più assoluto. Mio padre, il più grande dei figli maschi, aveva 17 anni e portò avanti la famiglia».

fonte:http://mafie.blogautore.repubblica.it/


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