Il ruolo delle Prefetture sul versante della lotta alle mafie. Che fine ha fatto la circolare di Napolitano, quando era Ministro degli Interni, che chiedeva ai Prefetti di integrare i Comitati per la Sicurezza e l’Ordine Pubblico con un magistrato della DDA?

E’ sui punti centrali che impediscono un’efficace lotta alle
mafie che un’Associazione antimafia seria deve misurarsi
incentrando la propria attenzione.
Altrimenti la sua è fuffa, aria fritta, ripetizione di slogan che
non servono a rendere efficace la lotta alle mafie.
E, in quest’ottica, va affrontato e risolto il ruolo delle
Prefetture, Uffici che risalgono ad epoca antica ed ai quali
sono assegnati compiti che, per quanto riguarda la materia
che ci interessa, non vengono svolti in maniera adeguata.
L’attuale Capo dello Stato Napolitano emanò, quando era
Ministro degli Interni, una circolare – rimasta per lo più
inapplicata, purtroppo, con la quale chiedeva ai Prefetti di
integrare i Comitati Provinciali per la Sicurezza e l’ordine
pubblico con un magistrato della DDA.
L’ordine impartito dall’allora Ministro degli Interni -e mai
più ripreso dai suoi successori – aveva un senso che
pochi, pochissimi Prefetti, hanno inteso interpretare ed
accogliere.
La competenza, infatti, in materia di reati associativi di
natura mafiosa è, per legge, esclusivamente delle Direzioni
(Procure) Distrettuali Antimafia e non, quindi, di quelle
ordinarie.
Le forze dell’ordine di un territorio, allorquando si trovano
in presenza di reati di natura mafiosa, quindi, DEBBONO
trasmettere l’informativa direttamente alla Direzione
Distrettuale Antimafia competente. E lo stesso deve fare la Procura ordinaria, ove dovesse
ravvisare nelle informative di sua competenza l’esistenza di
reati associativi mafiosi (cosa che non sempre
avviene, talché si parla spesso di protocolli di intesa fra
Procure, coordinamento fra DDA e Procure ordinarie e così
via).
Parlavamo del “senso” della circolare di Napolitano.
Se, infatti, nel Comitato Provinciale per la Sicurezza e
l’Ordine Pubblico non è presente il magistrato della DDA –
che, ripetiamo, è l’unico competente in materia di mafie
e, pertanto, l’unico informato compiutamente tenuto anche
conto del fatto che le indagini su un territorio non sempre
sono fatte dalle forze dell’ordine locali, ma, al contrario, dai
Corpi Centrali come la DIA, il GICO, I ROS, i CO dei
Servizi ecc, che riferiscono direttamente alla DDA – il
Prefetto di una provincia, che presiede quel Comitato, non è
a conoscenza di niente.
Giova ricordare le polemiche che ci furono al riguardo
tantissimi anni fa fra l’ex Procuratore Nazionale Antimafia
Vigna e l’ex Prefetto di Roma Serra.
Il primo compito, quindi, di un Governo centrale che voglia
seriamente combattere le mafie dovrebbe essere quello di
OBBLIGARE i Prefetti ad applicare – pena l’erogazione
a loro carico di misure severissime, in caso di
inapplicazione, non previste, purtroppo, nella circolare di cui
all’argomento, quali la rimozione e la messa a disposizione,
– la nota di Napolitano, nota che non è stata mai revocata e
che resta in qualche cassetto polveroso di talune
Prefetture.
Dall’inapplicazione di quella circolare hanno origine molte
anomalie che non consentono alle Prefetture di svolgere un
ruolo efficace contro le mafie. Le interdittive e le liberatorie.
Per giudicare il valore di una Prefettura sul versante della
lotta alle mafie bisogna partire dal numero di “interdittive
antimafia” che essa emette su un territorio infestato dalle
mafie, qual’è ormai tutto il Paese, a sud come al nord.
Se un Prefetto non ha emesso alcuna interdittiva o ne ha
emesso poche, vuol dire che non va e, quindi, va rimosso.
Al riguardo va tenuto presente il fatto che in materia il
Prefetto ha un potere che in certo senso è superiore a quello
del magistrato, in quanto, mentre quest’ultimo può emettere
un giudizio negativo nei confronti di una persona o di
un’impresa SOLAMENTE a sentenza emessa
e, quindi, “dopo” ” a posteriori “, il Prefetto può emettere quel
giudizio -l’interdittiva appunto- “prima”, basandosi anche
sulle frequentazioni con soggetti sospetti e pericolosi da
parte di quel signore o di quella impresa.
Ecco, questo è un aspetto che purtroppo viene trascurato
quasi da tutti e che, invece, noi dell’Associazione Caponnetto
vogliamo cominciare ad affrontare, nell’ambito di uno studio
più complessivo sul ruolo di questo importante ufficio
dello stato sul territorio, in maniera determinata nei
prossimi mesi, fornendo, pur nel limite delle nostre
possibilità, anche delle indicazioni che cercheremo di
sostanziare con atti parlamentari attraverso deputati o
senatori che dovessero rendersi disponibili.
Ripetiamo:
un’associazione antimafia che voglia ritenersi degna di
definirsi tale ha l’OBBLIGO di analizzare cosa non va ed
impedisce una seria lotta alle mafie e di proporre le
soluzioni.
Altrimenti è l’ennesimo carrozzone che non serve a niente

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