Il prezzo della monnezza

Il prezzo della monnezza

Dietro il sequestro di oltre 28 milioni di euro tra beni mobili, immobili, quote e disponibilità finanziarie effettuato giovedì scorso tra Brescia, Milano e Taranto dalla Guardia di Finanza c’è una lunga storia di affari e corruzione

di Gaetano De Monte

9 maggio 2020

È la sera del 5 aprile del 2018 e alla “Taverna dell’antico molo”, un ristorante di Bari, si festeggia.  I commensali sono: l’ex presidente della Provincia di Taranto, Martino Tamburrano, Pasquale Lo Noce, un imprenditore tarantino molto attivo nel settore delle bonifiche, del trasporto, della raccolta e dello smaltimento dei rifiuti che fino a quel momento deteneva importanti commesse con alcune tra le più grandi realtà industriali italiane, quali Ilva, Eni, Edison Spa; un maresciallo dei carabinieri, Antonio Bucci; il manager Roberto Venuti, che all’epoca era il procuratore speciale e il direttore della “Linea Ambiente”, quest’ultima società a sua volta costola della holding Lgh. Un colosso finanziario costituitosi qualche anno prima dall’unione delle municipalizzate dei comuni di Cremona, Pavia, Lodi e altri soci privati, «per rispondere alle sfide del mercato dei servizi pubblici locali», questo si proponeva Lgh. Nel 2018, la holding in questione ha gestito in tutta Italia un totale di 972 mila tonnellate di rifiuti, urbani e speciali non pericolosi, prodotto elettricità immessa in rete e distribuito oltre mezzo milione di metri cubi di gas. Una multi utility, dunque, nel gergo della burocrazia dei servizi comunali.

Ma tornando alla cena, nel ristorante di Bari si festeggiava perché la mattina della stessa giornata il dirigente del settore ambiente della Provincia di Taranto, Lorenzo Natile, aveva concesso l’autorizzazione all’ampliamento della discarica per rifiuti industriali gestita dalla società Linea Ambiente, tra i comuni di Grottaglie e San Marzano di San Giuseppe in provincia di Taranto. I comitati locali di cittadini ne avevano contestato per quasi 15 anni l’insediamento.

A tavola c’era particolare euforia tra i commensali, tanto che uno di loro, Martino Tamburrano, ras pugliese di Forza Italia, sindaco del comune di Massafra per dieci anni, dal 2006 al 2016, e presidente per quattro anni della Provincia tarantina grazie all’accordo tra il Pd e il centro-destra, si lasciò scappare: «Abbiamo dimostrato che la provincia la comando».

Nemmeno un anno dopo, il 14 marzo del 2019, il conto salato di quella cena e di quelle frasi arrivò tramite i militari della Guardia di Finanza di Taranto, che condussero il politico in carcere insieme ad alcuni di quei commensali (Lo Noce e Venuti) accusandolo di corruzione e turbativa d’asta. Nelle 176 pagine dell’ordinanza di custodia cautelare firmata dalla giudice per le indagini preliminari della procura tarantina, Wilma Gilli, si descrive «uno spaccato altamente corruttivo» e si fa riferimento a un vero e proprio «legame affaristico» stabilito tra Martino Tamburrano e Pasquale Lo Noce. Non solo. Si dà conto di un tentativo di condizionamento delle elezioni politiche del 2018 consistito – secondo i giudici – «nell’impegno profuso e totalizzante dell’imprenditore per il buon esito della campagna elettorale in favore di Maria Francavilla, moglie di Tamburrano, candidata al Senato nell’ultima tornata elettorale del 4 marzo del 2018».

Nonostante le aspettative riposte: «Preside’, la cosa principale è che portiamo subito Maria a Roma, così se sta Maria a Roma, stiamo tutti in grazia di Dio. Che cazzo ci frega a noi», così si auspicava in un loro colloquio telefonico intercettato dai finanzieri. La candidata, però, non sarà eletta. Nonostante la delusione per la mancata elezione, all’indomani del voto, il 5 aprile del 2018, alla taverna di Bari si festeggiava comunque. Perché troppo alto, evidentemente, era il prezzo di quell’affare stipulato nella stessa giornata da Tamburrano e co., il “signore della monnezza”, come l’avevano definito da tempo i comitati locali.

IL PREZZO DELLA MONNEZZA

Ventotto milioni e trecento mila euro, in totale, tra beni sociali, beni mobili, immobili e disponibilità finanziarie sono stati sequestrati giovedì scorso agli indagati, tra le province di Brescia, Milano e Taranto.

In realtà, i decreti di sequestro sono due, entrambi spiccati dalla magistratura tarantina lo scorso 12 marzo. Nel primo, che è pari ad oltre 26 milioni di euro, si fa riferimento alla posizione di Linea Ambiente, società che in soli nove mesi, trascorsi dall’ampliamento della discarica fino agli arresti dell’anno scorso, avrebbe ottenuto un incremento mensile di ricavi pari al 421,94% rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente.

Analizzando i ricavi e i costi di esercizio, i finanzieri hanno calcolato un incremento delle entrate mensili per la società che gestiva la discarica, passando da poco più di 600 mila euro a oltre due milioni di euro, realizzando così un surplus di guadagno pari ad oltre 23 milioni di euro. In soli nove mesi, per il 2018, con un aumento in percentuale del 424%. Inoltre, le “fiamme gialle” di Taranto, hanno calcolato l’utile netto, dall’analisi dei costi e dei ricavi, comprendendo anche i primi tre mesi del 2019, contestando, dunque, alla società Linea Ambiente, un profitto non giusto pari a 26 milioni e 200 mila euro.

Nel secondo decreto, invece, si fanno i conti alla società riconducibile a Pasquale Lo Noce, (ipotizzando un giro di fatture gonfiate) che prestava servizi di sanificazione per la “Linea Ambiente” e alle tasche dell’ex presidente della Provincia di Taranto, ipotizzando (lo raccontano gli stessi suoi sodali nelle intercettazioni) che avrebbe ricavato utilità per se stesso (5 mila euro mensili) e la sua famiglia (sostegno elettorale e finanziario alla moglie candidata al Senato e Mercedes per il figlio). «Così te la sali a Roma a papà», diceva. Guadagni illeciti per oltre due milioni di euro.

IL PROCESSO E LE PARTI CIVILI

Un sistema di tangenti che sarebbe stato messo in piedi attraverso fondi neri e fatture gonfiate, ipotizzano i giudici tarantini, il procuratore aggiunto Maurizio Carbone e il sostituto procuratore Enrico Bruschi, nel corso del processo che si sta svolgendo al tribunale di Taranto. Durante l’udienza dello scorso 4 febbraio, il sindaco del comune di Grottaglie, l’avvocato Ciro D’Alo, un passato e un presente all’interno dei comitati territoriali, eletto sindaco nel 2016 con la coalizione promossa dall’associazione Sud in Movimento, ha ricostruito in due ore e mezza l’iter amministrativo della vicenda dell’ampliamento della discarica Ex Ecolevante. Il legale ha annunciato la richiesta di risarcimento di dieci milioni di euro (oltre a interessi e svalutazione monetaria), in qualità di ente parte civile, per aver subito «un danno autonomo e diretto, patrimoniale e non patrimoniale, determinato dalla mancata o ritardata realizzazione dell’interesse pubblico territoriale del Comune stesso».

Nel frattempo, al di là degli esiti del processo penale, nelle campagne tra Grottaglie e San Marzano hanno vinto i cittadini. Perché la discarica è stata chiusa, per l’effetto congiunto di provvedimenti amministrativi (sentenza del Tar di Lecce e del Consiglio di Stato) e giudiziari (arresti dello scorso anno), ma soprattutto perché a una lunga storia di affari e corruzione tra imprenditoria e politica in spregio al diritto alla salute delle comunità territoriali si è opposta negli anni una bella storia di proposta e resistenza politica incarnata dalle stesse comunità.

Fonte:https://www.dinamopress.it/

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