Il Pool antimafia di Palermo: ecco perché fu una vera rivoluzione nella lotta a Cosa Nostra

Il Pool antimafia di Palermo: ecco perché fu una vera rivoluzione nella lotta a Cosa Nostra

di Stefano Baudino

Dopo la morte dell’ideatore del pool antimafia di Palermo Rocco Chinnici, ucciso il 29 Luglio 1983 per mezzo di una Fiat 126 imbottita con 75 kg di esplosivo davanti alla sua abitazione in via Pipitone Federico, il Consiglio Superiore della Magistratura individuò in Antonino Caponnetto, sostituto procuratore generale di Firenze, il suo successore, preferendolo al Presidente del Tribunale dei minori di Palermo Antonio Marino. Caponnetto volle rendere ancora più stabile l’impianto del pool, il quale venne infatti efficacemente rinforzato. A contribuire al nuovo imprinting del gruppo furono i consigli di Gian Carlo Caselli, magistrato che stava combattendo il terrorismo a Torino e il cui modello investigativo ispirò Caponnetto nella sua attività presso l’Ufficio Istruzione di Palermo. Oltre alle personalità già presenti all’interno della squadra messa in piedi da Chinnici (che comprendeva Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e Giuseppe Di Lello), Caponnetto volle chiamare a sé anche il magistrato Leonardo Guarnotta.

Ma in cosa consistette, nei fatti, la portata rivoluzionaria del nuovo impianto prodotto dalla nascita del pool antimafia? In primo luogo, il fatto che da quel momento in avanti i segreti avrebbero dovuto essere condivisi tra l’intera squadra dei giudici istruttori impegnati nelle inchieste sulla mafia, venendosi a creare un meccanismo di circolarità delle notizie che comportava effetti moltiplicativi sulle medesime inchieste (ottica opposta a quella della parcellizzazione delle inchieste che fino ad allora aveva fatto da padrona, che esponeva al pericolo quei magistrati che, singolarmente, erano chiamati ad occuparsi di mafia e che, per anni, aveva garantito a Cosa Nostra una sostanziale impunità). Ciò comportava la massima condivisione delle indagini all’interno del pool e una barriera protettiva rispetto al mondo esterno: in particolare, questo sistema garantiva di intaccare efficacemente il gioco sporco delle cosiddette “talpe di Palazzo”, che avevano l’abitudine di captare informazioni dagli ambienti giudiziari e girarle ai mafiosi. Bisogna ricordare che, quando il pool venne costituito, non esisteva la possibilità di usufruire dello strumento dei “riscontri incrociati” in merito alla mappatura degli affari illeciti o all’organigramma delle cosche mafiose senza ricorrere a carta e penna, non essendo i computer ancora diffusi negli uffici. Come scrivono Marco Travaglio e Saverio Lodato nel loro libro Intoccabili, “Il pool diventò così un primordiale motore di ricerca” e “costituì una forma di legittima difesa da parte di magistrati che, per difendersi, non potevano impugnare il bazooka”.
Sotto la direzione del pool, fu anche rimarchevole la stretta cooperazione tra la Polizia ed i Carabinieri, i cui vertici firmarono congiuntamente il rapporto “Michele Greco + 161”, che porrà le basi per il Maxiprocesso a Cosa Nostra.

02 Marzo 2020

fonte:http://www.antimafiaduemila.com/

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