Il pm Ida Teresi:«Ospedali, a Napoli ogni clan di camorra punta a controllarne uno»

Il Mattino, 9 GIUGNO 2020

«Ospedali, a Napoli ogni clan di camorra punta a controllarne uno»

di Leandro Del Gaudio

Ogni clan ha bisogno di un ospedale. O meglio: un clan potente, che possiede un forte radicamento sul territorio, non può non mantenere il controllo di un ospedale. Parola del pm Ida Teresi, magistrato in forza alla Dda di Napoli, che nella sua requisitoria sulle infiltrazioni camorristiche nell’ospedale San Giovanni Bosco punta l’indice contro le collusioni con medici e colletti bianchi, in uno scenario destinato a nuovi colpi di scena. Aula bunker di Poggioreale, eccolo l’atto d’accusa della Dda di Napoli sulle gestione dell’ospedale di via Briganti, nel corso di un’inchiesta tutt’altro che terminata. Come è noto, dopo la retata di giugno 2019, c’è un filone investigativo che va avanti in questi giorni, che punta ad andare oltre il livello militare dei Bosti-Contini e che punta a svelare collusioni con medici, infermieri, personale amministrativo, insomma ad inchiodare tutti coloro che hanno consentito ai clan del posto di «avere un ospedale».

Ma torniamo alla requisitoria nell’aula bunker. Gup Bonavolontà, oltre sessanta imputati, sotto accusa i Botta, i Moscerino, i Rullo, che hanno scelto di essere giudicati con il rito abbreviato. Ma in che modo, secondo la Dda di Napoli, la camorra si è infiltrata nel San Giovanni Bosco? Su più livelli, sembra di capire. È ancora il pm a ricostruire il lavoro svolto in questi anni: «Avevano il controllo del pronto soccorso. Quando avevano bisogno di monetizzare, fabbricavano perizie false per incidenti automobilistici mai avvenuti, grazie al contributo di un avvocato (una professionista del foro di Napoli, indagata a piede libero), ma anche di chi rilasciava certificati completamente fasulli». Una sorta di bancomat, il sistema delle polizze fasulle. E non è finita lì. È sempre attraverso il controllo del pronto soccorso, che personaggi legati ai Bosti-Contini riuscivano a «mascherare» agguati, pestaggi, regolamenti di conti, per evitare di attirare sulla propria organizzazione le attenzioni investigative. Niente liste di attesa, niente sale d’aspetto. Avevano una corsia privilegiata, grazie ad un rapporto collusivo tutto ancora da mettere a fuoco. È la nuova frontiera investigativa condotta in questi mesi, che vede impegnate – oltre al pm Teresi – anche i magistrati Alessandra Converso e Maria Sepe. C’è chi si è piegato per paura, c’è chi lo ha fatto per convenienza. C’è chi addirittura ha fatto leva sul proprio ruolo di medico del San Giovanni Bosco per chiedere a un esponente della famiglia Botta di regolare un conto personale con altri soggetti. Una trama svelata solo in parte dal blitz messo a segno a giugno dello scorso anno. E che fa registrare anche altre forme di coinvolgimento. Ormai da mesi si attendono gli esiti di un’istruttoria amministrativa da parte della commissione di accesso nominata dal Ministro dell’Interno un anno fa. Sotto i riflettori alcune scelte amministrative che riguardano il passato, che hanno favorito l’ingresso del clan – addirittura «in chiaro» – a soggetti in odore di camorra. Inevitabile riferimento al servizio di vigilantes, (che per anni hanno operato in via Briganti, in un regime di apparente correttezza formale), ma anche alla buvette della famiglia De Rosa.

MINISTRO DELL’INTERNO
Ed è un punto sul quale ha insistito il pm: è nel bar che avvenivano incroci sinistri, finanche summit di camorra. È ancora nel bar che si incontravano medici, professionisti, soggetti legati al clan. Un mondo per anni incontrollato, come emerge dalle dichiarazioni rese da alcuni soggetti che hanno deciso di collaborare con la giustizia, in particolare a proposito di altre voci di spesa finite sotto il pressing criminale. Parliamo di alcune ditte di pulizia, di alcune imprese impegnate nell’ammodernamento di interi reparti del nosocomio. In alcuni momenti – si legge nelle carte finora depositate – direttori sanitari sono stati interamente controllati dalla camorra, in un misto di paura e connivenza.

Un materiale che riguarda un passato più o meno recente, che ora attende la valutazione del gup, mentre su un versante ancora blindato dal segreto istruttorio vanno avanti verifiche su chi ha consegnato al clan Contini le chiavi del San Giovanni Bosco. Tutto ciò al netto delle valutazioni del ministro dell’Interno Luciana Lamorgese, a proposito del lavoro svolto dai commissari prefettizi su appalti e consulenze sbloccati all’ombra dell’ospedale di via Briganti.

 

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