Il pentito Albanese: “La Santa, il braccio armato della P2”

Il pentito Albanese: “La Santa, il braccio armato della P2”

di Claudio Cordova – Santista, con conoscenze tanto nella ‘ndrangheta, quanto nella massoneria e nei servizi segreti deviati. Il collaboratore di giustizia Giuseppe Albanese depone nel maxiprocesso “Gotha”, celebrato a Reggio Calabria contro la cupola massonica della ‘ndrangheta. E il suo è un racconto che parte da molto lontani, dagli anni ’60, momento in cui entrerà a far parte della criminalità organizzata calabrese grazie all’allora boss di Pellaro, Giuseppe Chilà.

Il collaboratore di giustizia ha risposto alle domande del procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo. L’inserimento nel mondo criminale porta Albanese a conoscere alcune dinamiche oscure che hanno segnato il salto di qualità della ‘ndrangheta. A cominciare dal summit di Montalto, la riunione del 26 ottobre del 1969, in cui i capi della ‘ndrangheta avrebbero discusso (e approvato) il proprio contributo al tentativo di colpo di Stato voluto dall’ex gerarca fascista, Junio Valerio Borghese (nella foto). Proprio il “principe nero”, insieme ad altri esponenti della destra eversiva, tra cui Stefano Delle Chiaie, avrebbe partecipato a quella riunione, poi interrotta dal blitz della polizia.

Sono quelli gli anni in cui la ‘ndrangheta cambia, attraverso la creazione della Santa, la struttura interna alle cosche che nasce come appoggio al golpe Borghese, ma che avrebbe poi segnato l’evoluzione mafiosa dei calabresi: “La Santa era il braccio armato della P2” dice in aula Albanese, riferendosi ovviamente alla loggia Propaganda 2, che per anni avrebbe condizionato la vita politica, economica e sociale del Paese. Attraverso la creazione della Santa, la ‘ndrangheta entra in contatto con il potere: non a caso, stando al racconto di Albanese, diversi professionisti avrebbero partecipato alle riunioni della Santa. 

Il racconto del collaboratore investe poi il principale imputato del maxiprocesso “Gotha”, l’avvocato ed ex parlamentare Paolo Romeo, attivo, stando all’accusa, già in quegli anni: “Tra il 1975 e il 1976 appresi che il marchese Felice Genoese Zerbi e l’avvocato Paolo Romeo erano dei santisti” afferma Albanese. Con il summit di Montalto e poi con la rivolta di Reggio Calabria si sarebbe saldato il legame tra la ‘ndrangheta e la destra eversiva. Di tali rapporti, Albanese riferisce avendolo appreso dalla viva voce di esponenti importanti del terrorismo nero, quali Carlo Fumagalli, ma, soprattutto, Pierluigi Concutelli, con cui l’attuale pentito trascorrerà un periodo di detenzione: “Concutelli mi disse che conosceva la Santa tramite Felice Genoese Zerbi e Giorgio De Stefano”. Nel racconto del collaboratore, ricorrenti i passaggi che riguardano la componente reggina di Avanguardia Nazionale, con particolare riferimento ad Aldo Pardo e Peppe Schirinzi, noti per l’attentato alla Questura nel periodo del “Boia chi molla”.

Nel corso di quello che viene definito il “periodo romano”, la famiglia De Stefano, la cosca che più delle altre avrebbe contribuito al salto di qualità della ‘ndrangheta, avrebbe intrattenuto rapporti proprio con Concutelli. Il collante, molto spesso, sarebbe stata la massoneria deviata, attraverso al figura degli “incappucciati”, tratteggiata da Albanese: “Sono quelli che sono conosciuti solo al capocrimine e al caposantista, si può trattare anche di alti ufficiali delle forze dell’ordine o di magistrati”.

Albanese avrebbe incrociato il proprio destino anche con quello dei Servizi Segreti, in quel periodo alla ricerca di informazioni riservate dal mondo carcerario, ma non solo: “Il mio memoriale rimase nascosto e segreto per 10 anni a Forte Boccea, nella sede del SISMI” scandisce il collaboratore. L’intelligence, sempre sospesa sul sottile filo del doppiogiochismo, ricercava informazioni sulle Brigate Rosse, ma anche elementi per arrivare alla liberazione del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro. Un racconto, quello di Albanese, che attraversa quindi gli anni di piombo, tanto a destra, quanto a sinistra: la costante è il tentativo di sovvertire l’ordine costituito. Azioni dinamitarde in cui la ‘ndrangheta avrebbe giocato un ruolo fondamentale.

14 novembre 2019

Fonte:https://www.corrieredellacalabria.it/

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