Il Parco Nazionale del Circeo sotto assedio,come quello dei Monti Ausoni e del Lago dei Fondi. Il partito del cemento non si arrende

  • L’Oasi della legalità
    Da una parte gli attacchi politici. Dall’altra gli attentati della criminalità organizzata. Per il Parco del Circeo difendere il suo territorio dalla speculazione è un compito sempre più difficile
    Per essere un parco, e per di più nazionale, al Circeo tira proprio una brutta aria. Pesanti attacchi politici, attentati a raffica e pressioni da parte di una criminalità organizzata che, dalla ‘ndrangheta alla camorra dei casalesi, nel basso Lazio da anni fa il bello e il cattivo tempo. Attacchi ovviamente di natura diversa, che sembrano però avere tutti lo stesso obiettivo: se non proprio eliminare, quanto meno ridurre al massimo il Parco nazionale del Circeo, vissuto da qualcuno più come un ostacolo che come una risorsa per l’intera area e i suoi abitanti. Ostacolo innanzitutto al «laissez faire» con cui negli anni passati si è preferito chiudere gli occhi davanti all’abusivismo dilagante, ma anche al possibile via libera per una nuova corsa al cemento alla quale in molti, da queste parti, sarebbero felici di partecipare. Al punto che qualche politico locale non esita a parlare di un’«occasione di sviluppo» persa a causa dei vincoli imposti dal parco. Più che un’oasi naturalistica, insomma, il parco del Circeo rappresenta un’oasi di legalità per i semplice fatto di garantire il rispetto di norme e leggi a tutela del territorio. Un compito che l’Ente presieduto da Gaetano Benedetto, che è anche direttore vicario del Wwf, svolge grazie anche al contributo fornito da associazioni non solo ambientaliste a da alcuni privati. Se vai a vedere in fondo non si tratterebbe che di normale amministrazione, cioè né più né meno del lavoro che svolge ogni parco nazionale in Italia ma che qui, in provincia di Latina dove si estendono gli 8.000 ettari dell’area protetta, sembra proprio dare fastidio a molti.
    Un fortino sotto assedio
    Sarà per questo che appena entri negli uffici del Parco a Sabaudia ti accorgi immediatamente che qualcosa non va. Nonostante i vialetti puliti, i punti di accoglienza dei turisti aperti e la gente che porta a spasso il cane tra gli alberi, l’impressione è quella di trovarsi in un fortino sotto assedio. Non è un caso. Non passa praticamente giorno infatti senza che Benedetto venga preso di mira. Se ad attaccare non è il presidente della provincia di Latina Armando Cusani (Pdl), arrivato a chiedere il commissariamento del Parco, è qualche suo assessore. «E’ un fondamentalista ambientale», lo ha definito martedì scorso Fabio Martellucci, assessore alla pianificazione ambientale, mentre per il capogruppo del Pdl alla Provincia, ed ex sindaco di Minturno, Paolo Graziano, il presidente del parco sarebbe soprattuto capace di «piangere miseria» dopo che la manovra di Tremonti ha tagliato i finanziamenti ai parchi mettendo anche quello del Circeo a rischio chiusura. Tanta ostilità si deve soprattutto al rifiuto opposto dall’Ente parco a una serie di progetti a cui la Provincia di Latina tiene invece molto, come quello di rendere navigabile il lago di Paola, una zona umida tutelata dall’Unione europea come Sito di importanza comunitaria e zona di protezione speciale protetta anche dalla convenziane di Ramsar, o quello che prevede il raddoppio del porto di San Felice Circeo.
    Del resto, a difendere il suo territorio centimentro dopo centimetro il Parco ci è abituato. Anzi ha cominciato a farlo fin troppo tardi. Anche se formalmente nasce nel 1934, fino al 2007 il parco resta affidato alla sola Guardia forestale che si limita a una semplice sorveglianza del territorio compreso in quattro comuni: Latina, Sabaudia, Ponza e San Felice Circeo. Sorvegliare ma non punire. «Per anni le amministrazioni comunali hanno costruito il consenso sul mattone nonostante le norma a tutela del territorio esistessero indipendentemente dalla presenza del Parco» spiega Marco Omizzolo, responsabile provinciale di Legambiente. Per avere un’idea di cosa è accaduto in quegli anni sarebbe sufficiente guardare le domande di sanatoria presentate nei vari condoni del 1985, 1993 e 2003 e oggi tutte censite dal parco in un apposito database: in tutto sono 3.331, perlopiù ancora in attesa di una risposta, e che insieme rappresentano 1.200.000 metri cubi di cemento tirati su illegalmente. «E’ come dire, ad esempio, che solo a San Felice Circeo c’è un abuso per ogni abitante, vecchi e bambini compresi, a Sabaudia invece uno ogni 3 o 4 residenti», prosegue Omizzolo.
    Senza alcun problema e soprattutto senza che nessuno andasse a bussare ai cantieri che nel tempo spuntavano qua e là come funghi, sono quindi venute su villette, ristoranti, discoteche, intere darsene dove far attraccare le barche dei turisti. E, inevitabilmente, l’assenza di controlli ha fatto gola anche alla criminalità organizzata. «Quello del parco è un territorio piccolo e ricco dal punto di vista ambientale, che permetteva speculazioni ma anche attività di riciclaggio», prosegue Omizzolo.
    La chiusa settecentesca
    L’esempio forse più clamoroso di quegli anni è il Lago di Paola. Per chi oggi si affaccia lungo le sue sponde è davvero difficile non rimanere colpiti dalla sua bellezza. Situato proprio sotto il Monte Circeo, con una superficie di 3,9 chilometri quadrati, è collegato al mare da due canali, uno dei quali di epoca romana e l’altro costruito negli anni della bonifica. Per più di venticinque anni il lago – sul quale sorge anche la villa romana dell’imperatore Domiziano – è stato utilizzato come darsena per le imbarcazioni turistiche, arrivando col tempo a ospitarne oltre 500 e favorendo la nascita di attività commerciali abusive come un ristorante, una scuola di sci nautico e un’area parcheggi. Nel 2008 un progetto definito di riqualificazione dell’area sostenuto dalla Provincia di Latina e dal comune di Sabaudia, pur senza dirlo creava i presupposti per la creazione un porto turistico anche per imbarcazioni di grandi dimensioni. Veniva infatti previsto un pesante intervento nel canale romano di accesso al mare, peraltro sopttoposto a vincolo archeologico, e l’abbattimento di una chiusa detta «Ponte rosso» risalente al 700. Tutto ciò, in teoria, per fare spazio ai megayacht di 30 metri che sarebbero stati costruiti dai cantieri navali Rizzardi, che sorgono a ridosso di una delle sponde.
    Ma la «guerra del lago», come la chiamano i giornali locali, ha portato anche a un pesante scontro familiare. Morto nel 2008 il vecchio proprietario, la proprietà è passata ai figli Alfredo, consigliere al comune di Sabaudia con la sua lista Forza Sabaudia e da sempre favorevole allo sfruttamento commerciale del lago, e la sorella Anna, giornalista, erede di maggioranza del lago ma soprattutto decisa a riportare lo specchio d’acqua alle sue condizioni originarie promuovendo inziative economiche compatibili con l’area protetta. Solo l’opposizione di Anna Scalfati e dell’Ente Parco al progetto, sostenuti anche da Legambiente e da Libera, l’associazione di don Ciotti contro le mafie, ha permesso di salvare il lago. Non è stato facile. Nel tempo Anna Scalfati ha denunciato di aver subito minacce da parte dei casalesi, e contro di lei è stata giocata anche la carta del ricatto occupazionale con gli operai dei cantieri Rizzardi che hanno organizzato un sit in sotto gli uffici del parco. In quell’occasione venne anche aperto uno striscione con la scritta: «Anna Scalfati l’unica mafiosa della zona sei tu».
    Oggi l’intera area del Parco è ancora un territorio di forti scontri. E purtroppo non solo verbali. La presenza di clan criminali è stata ricostruita dalle inchieste della magistratura che ha documentato l’infiltrazione criminale nelle attività economiche della zona. Dalle ‘ndrine legate ai clan calabresi di Rosarno, alla camorra e alla mafia. Infiltrazioni antiche, facilitate dal fatto che in passato il basso Lazio veniva utilizzato come terra di confino per i boss. Capaci oggi far sentire in maniera pesante la loro presenza. E il fatto che un affare importante come quello previsto sul lago di Paola sia sfumato, non deve essere piaciuto. Sono 18 gli attentati compiuti nella zona negli ultimi dodici mesi. Tra questi anche alcuni ai danni di esponenti di Forza Sabaudia, la lista civica di Alfredo Scalfati, come i fratelli Romeo e Marco Beoni, il cui stabilimento balneare viene incendiato nell’ottobre del 2009, e Franco Natale, altro esponente di spicco di Forza Sabaudia a cui bruciano due automobili.
    «Un lago mummificato»
    Dal punto di vista politico, invece, si intensificano gli attacchi contro Benedetto, di cui viene chiesta la rimozione da presidente del parco. «I danni prodotti dal suo immobilismo sono enormi e già possono essere quantificati», ha detto di recente Silvio D’Arco, assessore provinciale allo Sviluppo economico per il quale la «mummificazione forzata del lago di Paola» avrebbe provocato la crisi delle imprese nautiche locali.
    Un atteggiamento che in realtà nasconde l’insofferenza di certe amministrazioni verso leggi e vincoli ambientali, fino al punto da chiedere più autonomia rispetto allo stesso governo. Non a caso gli attacchi a Benedetto sono stati accompagnati da altrettanti attacchi al ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo, colpevole di essersi schierata a difesa del Lago di Paola. «Contestano il diritto dello Stato a dire la sua sulla programmazione del territorio, figuriamoci se accettano un parco che – pur nell’obbligatorio confronto – tiene ferma la barra della tutela dell’ambiente», spiega Benedetto dopo l’ultima polemica che lo riguarda. Il presidente del parco preferisce leggere gli attacchi nei suoi confronti come uno scontro tra due modelli di sviluppo contrapposti. «Uno vecchio, che pone l’economia innanzi a tutto e a prescindere da dove e come – spiega -. E poi un modello di green economy, di compatibilità ambientale e non legato alle grandi concentrazioni di capitale. Questo è il compito del parco, in cui ormai si riconoscono sempre più imprenditori, mentre dall’altra parte non si capisce cosa c’è. La loro speranza è che passi una gestione diversa del parco e dello stesso ministero dell’Ambiente, magari con nuovi vertici che permettano di trovare varchi che oggi non sono permessi».
    Chiaro che, in questa situazione, il taglio dei finanziamenti sancito dalla manovra non fa che aggravare le cose: passare dai 600 mila euro l’anno del 2009 ai probabili 300 mila per il 2011 significa mettere una grossa ipoteca sul lavoro svolto fino a oggi dal parco anche in difesa della legalità. E non è detto che questa ipotesi non faccia piacere a qualcuno. «La verità è che in questo territorio gli uomini di valore vengono cacciati» conclude Omizzolo, che ricorda quanto accaduto al prefetto di Latina Bruno Frattasi che dopo aver chiesto più volte il commissariamento del comune di Fondi per infiltrazioni mafiose – scontrandosi per questo con il potente senatore del Pdl Claudio Fazzone – alla fine è stata costretto a desistere. Nonostante l’appoggio del ministro degli Interni Roberto Maroni, non solo il comune non è stato commissariato ma Frattasi è stato promosso e trasferito. «Qui funziona così – conclude Omizzolo -: chi si batte per il rispetto della legalità e dell’ambiente viene emarginato e allontanato». Almeno fino a oggi. (3-continua)
  • (Tratto da Il Manifesto)
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