Il Paese va a rotoli: persi altri 380.000 posti di lavoro in un anno. La disoccupazione aumenta ed anche la miseria. E il governo propone l’acquisto di barche da diporto e la realizzazione di campi da golf… e la mafia ride e ringrazia

E’ ancora allarme lavoro in Italia. Nel 2009, secondo gli ultimi dati Istat, nel 2009 il numero di occupati è sceso di 380 mila unità rispetto alla media del 2008. E’ il primo calo dal 1995. Sempre sul fronte lavoro, Fiat ha smentito le indiscrezioni sul nuovo piano strategico secondo cui è previsto un taglio di quasi 5 mila addetti. “Sono prive di fondamento”, ha detto. Ma la notizia è stata tale da destare le preoccupazioni dei sindacati, i quali chiedono subito l’apertura di un confronto

La Cgil considera “impressionanti” i dati diffusi oggi dall’Istat su occupazione e disoccupazione e chiede al Governo di “non ignorarli” perché “continuare a far finta di niente non è accettabile”.
“La media dell’occupazione nel 2009 – afferma il segretario confederale della Cgil Fulvio Fammoni – si è ridotta di 380.000 unità, ma il dato reale è ben più grave: una riduzione di 530.000 unità della componente italiana, parzialmente compensata da lavoro di migranti che quasi sempre non rappresenta occupazione aggiuntiva ma regolarizzazione dell’esistente”.
Fammoni sottolinea il calo nel lavoro precario (i lavoratori a termine sono i primi a perdere l’impiego) ma soprattutto l’emergenza Mezzogiorno (-3% degli occupati nel 2009 a fronte di un -1,6% della media nazionale).
“Ora – dice Fammoni – occorre fermare i licenziamenti, garantire le tutele, affrontare le vertenze sulla base di un progetto di politica industriale, dare risposte immediate sul fisco per lavoratori dipendenti e pensionati, rendere immediatamente cantierabili le risorse per le infrastrutture. La crisi va superata con queste politiche e non allargando ancora le diseguaglianze. Sono invece queste le cose che non si fanno o si affrontano in modo del tutto insufficiente, come nel caso degli incentivi, continuando a non considerare come priorità il lavoro. Per questo – conclude – sulla piattaforma dello sciopero generale del 12 marzo, prosegue la mobilitazione della Cgil fino a risultati reali per il lavoro e l’occupazione”.

Ma riepiloghiamo i dati resi noti dall’Istat:
Registrano nella media del 2009 una flessione dell’offerta di lavoro dello 0,5 per cento, pari a 127.000 unità in meno rispetto al 2008. La riduzione riguarda sia la componente femminile (-0,3 per cento, pari a -32.000 unità), sia soprattutto quella maschile (-0,6 per cento, pari a -94.000 unità). Il tasso di attività 15-64 anni risulta pari al 62,4 per cento, sei decimi di punto in meno rispetto al 2008. L’indicatore, rimasto pressoché invariato nel Centro, scende in misura contenuta nel Nord (dal 69,7 al 69,3 per cento), a sintesi di una sostanziale stabilità nel Nord-ovest e di un calo nel Nord-est, in particolare nella componente maschile.
Nel Mezzogiorno il tasso di attività segnala una riduzione significativa (dal 52,4 al 51,1 per cento) dovuta alla flessione della partecipazione al mercato del lavoro degli uomini e delle donne. Il tasso di occupazione è pari al 57,1 per cento, con una diminuzione di 1,4 punti percentuali rispetto al quarto trimestre 2008 (58,5 per cento), mentre il numero delle persone in cerca di occupazione ha raggiunto il valore di 2.145.000 unità (+369.000 unità), con un aumento del 20,8 per cento rispetto al quarto trimestre 2008. Il tasso di disoccupazione sale al 7,8 per cento dal 6,7 per cento del 2008. La crescita riguarda entrambe le componenti di genere e soprattutto il Nord e il Centro. Il tasso di disoccupazione sale anche per la componente straniera, passando dall’8,5 per cento del 2008 all’11,2 per cento del 2009, a sintesi di un incremento particolarmente accentuato per gli uomini (dal 6,0 al 9,8 per cento) e di un aumento più contenuto per le donne (dall’11,9 al 13,0 per cento).

Nella media del 2009 gli inattivi tra i 15 e i 64 anni aumentano su base annua del 2,3 per cento (+329.000 unità). La crescita della componente maschile (+170.000 unità) si concentra nel Nord-est e soprattutto nel Mezzogiorno; quella della componente femminile (+160.000 unità) interessa sia il Centro-nord sia il Mezzogiorno, che concorre per circa la metà all’incremento complessivo.Il tasso di inattività si attesta al 37,6 per cento, sei decimi di punto in più rispetto a un anno prima. L’indicatore cresce sia per gli uomini sia per le donne. Alla sostanziale stabilità del Centro si contrappone la crescita del Nord e soprattutto del Mezzogiorno. In tale area, il tasso di inattività raggiunge nella media 2009 il 33,7 per cento per gli uomini e il 63,9 per cento per le donne. Nella media del 2009 l’occupazione si riduce su base annua dell’1,6 per cento (-380.000 unità).

Alla flessione particolarmente robusta dell’occupazione maschile (-2,0 per cento, pari a -274.000 unità in confronto alla media 2008) si associa quella meno accentuata, ma comunque rilevante, dell’occupazione femminile (-1,1 per cento, pari a -105.000 unità). A livello territoriale, la discesa dell’occupazione, contenuta allo 0,5 per cento (-25.000 unità) nel Centro, raggiunge l’1,3 per cento (-161.000 unità) nel Nord e il 3,0 per cento (-194.000 unità) nel Mezzogiorno, sotto la spinta della forte perdita impressa dalla componente maschile. Il risultato negativo dell’occupazione totale tiene conto della riduzione molto accentuata della componente italiana (-527.000 unità), controbilanciata dalla crescita, pur se con ritmi inferiori al passato, di quella straniera (+147.000 unità, di cui 61.000 uomini e 86.000 donne).
Il tasso di occupazione 15-64 anni si attesta, nella media del 2009, al 57,5 per cento (58,7 per cento nel 2008). Il risultato sconta la discesa della componente femminile (dal 47,2 al 46,4 per cento) e soprattutto di quella maschile (dal 70,3 al 68,6 per cento). A livello territoriale, alla più moderata riduzione dell’indicatore nel Centro fa seguito la significativa flessione nel Nord e nel Mezzogiorno. Il tasso di occupazione degli stranieri, rimasto invariato tra il 2007 e il 2008, segna una sensibile riduzione, passando dal 67,1 per cento del 2008 al 64,5 per cento del 2009 (dall’81,9 al 77,7 per cento per gli uomini e dal 52,8 al 52,1 per cento per le donne).

Alla discesa dell’1,0 per cento (-169.000 unità) dell’occupazione dipendente si associa la forte contrazione di quella indipendente (-3,5 per cento, pari a -211.000 unità). L’agricoltura segna una flessione del 2,3 per cento, pari a 21.000 unità in meno in confronto al 2008.

L’occupazione agricola diminuisce sia nella componente alle dipendenze, sia in quella indipendente e, con l’eccezione del Centro, in tutto il territorio nazionale. Nell’industria in senso stretto gli occupati scendono in misura particolarmente significativa (-4,3 per cento, pari a -214.000 unità), coinvolgendo sia gli indipendenti sia, soprattutto, i dipendenti. La riduzione, diffusa sull’intero territorio nazionale, interessa per circa la metà il Nord. Il settore delle costruzioni diminuisce dell’1,3 per cento (-26.000 unità) a sintesi della crescita della componente indipendente e della riduzione di quella dipendente. La flessione delle costruzioni riguarda il Nord e il Mezzogiorno. Nel terziario, alla riduzione degli indipendenti (-3,7 per cento, pari a -147.000 unità), diffusa in tutto il territorio nazionale, si associa il marginale incremento dei dipendenti (+0,2 per cento, pari a 28.000 unità) nelle regioni settentrionali e centrali. Il complessivo calo dell’occupazione nei servizi riflette in gran parte la riduzione del commercio, alberghi e ristorazione, dei trasporti, dell’istruzione e della Pubblica Amministrazione, non compensata dall’incremento dei servizi alle famiglie e sociali (attività ricreative, culturali e sportive).

L’occupazione a tempo pieno segnala un ridimensionamento molto accentuato rispetto al 2008 (-314.000 unità, pari al -1,6 per cento); quella a tempo parziale registra una flessione più contenuta nei valori assoluti (-65.000 unità), ma sensibile in quelli percentuali (-1,9 per cento in confronto alla media 2008). La caduta dell’occupazione a tempo pieno coinvolge sia i dipendenti, sia gli indipendenti; quella a tempo parziale il lavoro autonomo. Il lavoro dipendente a tempo parziale rimane sostanzialmente invariato su base annua (+0,3 per cento, pari a 9.000 unità). Alla riduzione degli uomini (-12.000 unità) si affianca la modesta crescita delle donne (+20.000 unità). Dopo quattro anni di crescita, il lavoro dipendente a termine diminuisce nella media del 2009 del 7,3 per cento (-171.000 unità). Il calo, diffuso sull’insieme del territorio nazionale e per entrambi i generi, riguarda l’industria e i servizi. Il 21,4 per cento degli occupati ha lavorato fino a 30 ore; il 68,9 per cento almeno 31 ore settimanali (era il 70,4 per cento nel 2008), con una punta del 78,7 per cento nelle costruzioni.

Per il secondo anno consecutivo il numero dei disoccupati cresce in misura consistente. Nella media del 2009 le persone in cerca di occupazione aumentano, in confronto a un anno prima, del 15,0 per cento (+253.000 unità). L’incremento interessa prevalentemente le regioni settentrionali (+181.000 unità) e dipende in misura significativa da quanti hanno perso il lavoro. Decisamente meno accentuata è la crescita della disoccupazione nelle regioni centrali (+60.000 unità) e soprattutto in quelle meridionali (+12.000 unità), dove si concentra esclusivamente nella componente maschile.

Sempre sul fronte lavoro, Fiat ha smentito le indiscrezioni sul nuovo piano strategico – rese note da Repubblica – secondo cui è previsto un taglio di quasi 5 mila addetti. “Sono prive di fondamento”, ha detto. Ma la notizia è stata tale da destare le preoccupazioni dei sindacati, i quali chiedono subito l’apertura di un confronto.
In una nota, il Lingotto spiega che “non si può che ribadire quanto già detto in un comunicato stampa, emesso il 6 marzo scorso su richiesta della Consob, in cui si rimandava alla presentazione del Piano Strategico del Gruppo per il periodo 2010-2014, che verrà illustrato il prossimo 21 aprile. Eventuali decisioni che dovessero essere conseguenti alla realizzazione del Piano Strategico saranno adottate dagli organi sociali e comunicate al mercato secondo quanto previsto dalla normativa”. Quindi, “ogni notizia circa ipotizzate operazioni straordinarie e relativi modalità, tempi, perimetro e valori e’ frutto di congetture, nate al di fuori del Gruppo”.
Per quanto riguarda invece le indiscrezioni del quotidiano sul piano produttivo in Italia, la Fiat precisa che “ha presentato il progetto industriale, che abbraccia un arco temporale di due anni (2010-2011), nel corso dell’incontro che si e’ tenuto lo scorso 22 dicembre a Palazzo Chigi con le Istituzioni e i Sindacati. In quell’occasione sono stati illustrati, nel dettaglio, il piano gamma prodotto, comprese le vetture di derivazione Chrysler, e le allocazioni produttive dei singoli modelli per ogni stabilimento”. Il progetto, come noto, “prevede – ricorda la nota – per i prossimi due anni un enorme impegno finanziario della Fiat in Italia: verranno spesati, per investimenti e attività di ricerca e sviluppo, due terzi degli oltre 8 miliardi di euro previsti complessivamente per tutte le attività del Gruppo nel mondo”.
Precisazioni, quelle contenute nella nota del Lingotto che non convincono fino in fondo. Il quadro che può emergere è quello di un’azienda che riduce occupazione in Italia, che porta fuori dal paese anche una parte della produzione dei motori e che fa fare le cose più innovative negli Stati Uniti d’America e riduce in sostanza la sua presenza in Italia. I  timori dei sindacati, da un piano come questo, escono confermati.

(Tratto da Aprileonline)

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