Il Governo contro le TV locali

Proprio il Governo, che si è contraddistinto nell’annuncio della volontà di ridare voce e ruolo ai territori, sta producendo (e non solo nel campo dell’informazione) nuove forme di concentrazione e la morte delle articolazioni territoriali esistenti. È un allarme ingiustificato? Vediamo la situazione e proviamo a capire se è possibile fare qualcosa

Mi ricordo ancora l’aria frizzante di quegli ambienti. Era il ’77 e la sentenza della Corte Costituzionale aveva da poco liberato l’uso delle frequenze per trasmettere radio e TV. I locali dove si mettevano su “radio libere” e le prime “TV private” sembravano emergere da una necessità di comunicazione della società che il servizio pubblico non era in grado di far esprimere. Anche su quella distinzione lessicale, le radio libere e le TV private, non abbiamo mai approfondito più di tanto, ma la differenza di investimenti necessari segnalava un gradino di accesso diverso tra i due mezzi. Una sola telecamera costava, allora, quasi quanto un piccolo appartamento.

Quelle TV rappresentavano la voglia di dire, di far vedere quello che c’era nella società e che la TV pubblica non voleva o non poteva far vedere o dire. Fu un momento di rottura, uno dei momenti di svolta della storia di questo Paese che non si è mai analizzato abbastanza. Molto di quello che diventerà l’Italia è dipeso da quel gesto di rottura, dal ruolo che le Radio e le TV, nate in quel tornante della Storia, hanno prodotto nello strappo dei processi di trasmissione del sapere, nella spaccatura dei meccanismi tradizionali di formazione e socializzazione. Alcune di quelle esperienze diventeranno, in seguito, le reti nazionali che faranno prima una lotta serrata tra loro e poi andranno a costruire il famoso “Duopolio” con la Rai.
E il resto?

In questi anni le famose “TV private” sono diventate “TV locali”. Hanno trovato una loro dimensione, un rapporto con i territori, sia in termini di informazione, sia in termini economici. Molti politici sono passati per le TV della loro città per farsi conoscere e le TV hanno funzionato un po’ come un gateway, una sorta di pre-selezione del personale politico del luogo. Questo ha fatto svolgere un grande ruolo alle TV locali e consentito di mantenere una relazione forte con le dinamiche che esistevano nei territori. L’informazione sportiva locale, inoltre, rappresentava un veicolo di relazione forte con momenti di intrattenimento importanti.
Tutto questo, però, sta morendo.

Proprio il Governo, che si è contraddistinto nell’annuncio della volontà di ridare voce e ruolo ai territori, sta producendo (e non solo nel campo dell’informazione) nuove forme di concentrazione e la morte delle articolazioni territoriali esistenti. È un allarme ingiustificato? Vediamo la situazione e proviamo a capire se è possibile fare qualcosa.
Un primo errore storico.

Il primo punto dal quale partire risale a qualche anno or sono. Il nostro Paese non era riuscito a normalizzare la sua situazione in relazione alle frequenze sulle quali trasmettere. Radio e TV continuavano (e in parte continuano) a trasmettere in una situazione di limbo. Quello che fu definito il “Far-West italiano”. Chi aveva “occupato” una frequenza si considerava “padrone” di quella frequenza e, spesso, il valore di quella occupazione era considerato sul “mercato” l’unico valore dell’emittente. La situazione di duopolio non garantiva le risorse necessarie per crescere e i piccoli dovevano restare piccoli. Un paese serio avrebbe fatto un piano di assegnazione e normalizzato il settore, riconoscendo il diritto dei singoli e quello della collettività di vedere il proprio bene (quello delle frequenze che è e resta un bene pubblico) utilizzato per gli scopi e le finalità riconosciute. Anche in quella fase sostenni che il settore dovesse fare un salto di capacità prospettica e richiedere che le frequenze fossero gestite da una sola entità pubblica, che dovesse farsi carico di garantire ai soggetti che volevano fare TV di accedere alle strutture trasmissive in base alla loro capacità di produrre Radio e TV. Chi trasmetteva da anni avrebbe dovuto veder garantito tale diritto e lo Stato avrebbe intrapreso un’opera di razionalizzazione dell’utilizzo delle frequenze.

Ma era il tempo dell’ubriacatura delle privatizzazioni. Bisognava privatizzare quello che era pubblico. Pensate quale consenso ebbe, in quella fase, la proposta di razionalizzazione delle frequenze che comportasse la soluzione di rendere pubblico ciò che era considerato “privato” (ma tutti facevano finta di non sapere che si stava parlando di occupazione di un bene che non può essere privatizzato perché è come l’aria, l’acqua, le coste, cioè un bene comune). Molti spinsero per una soluzione che, apparentemente, rafforzava la loro capacità economica aziendale. Una legge consentì di trattare la singola frequenza come un ramo d’azienda. Società che non avevano e non potevano comprare un bene come una frequenza dalla collettività (perché la legge impediva allo Stato di vendere le frequenze radiotelevisive) furono messe nelle condizioni di vendere le loro frequenze ad altri privati generando una giurisprudenza ambigua, direi all’italiana. Iniziò un grande mercato di frequenze. In quella fase, alcuni fecero affari d’oro (certo non nel fare TV, ma nella vendita di frequenze in bacini geografici interessanti) ma proprio quella scelta iniziò a definire il terreno della sconfitta strategica.

In realtà, infatti, il livello di concentrazione delle frequenze salì moltissimo in quegli anni. Ci si preparava all’assalto finale che sarebbe stato il passaggio al digitale. In tutti i paesi del mondo il passaggio al digitale è stato pensato per garantire un aumento dei soggetti imprenditoriali esistenti. Il meccanismo è stato semplice. Tu azienda televisiva oggi hai un canale analogico? Nel passaggio al digitale manterrai il tuo diritto ad avere un canale digitale. La banda di frequenza inutilizzata ritorna in capo ai legittimi proprietari (la collettività) e lo Stato distribuisce nuovi canali ai soggetti che si affacciano con progetti imprenditoriali nazionali o locali (il famoso dividendo digitale). Tutto nella regola, oserei dire “normale”, di un legislatore attento e oculato, in uno dei settori più importanti della società contemporanea.

Da noi no. Il passaggio al digitale doveva essere una nuova occasione per rafforzare i potenti e, quindi, indebolire i piccoli o impedirgli di diventare grandi. Serviva, quindi, una nuova illusione, una nuova “frontiera” da sbandierare per incanalare tutte le energie e impedire che potessero mettere in discussione il progetto di rafforzamento dei piccoli. Il colpo di teatro era già pronto: illudere che l’ennesimo mancato rispetto di una normativa europea (con il solito aggiramento interpretativo) potesse rappresentare il nuovo Eldorado per la pattuglia dei combattenti del far-west italiano. La normativa europea prevedeva (e prevede), che nei processi di liberalizzazione dei settori nei quali fosse presente una “rete”, fosse introdotta una divisione netta tra i/il soggetti/o che andava a gestire la rete e i fornitori dei servizi che sopra la rete erano veicolati. Una impostazione necessaria ad impedire che ai monopoli pubblici subentrassero monopoli privati. In men che non si dica ecco la legge Gasparri a consentire ai fornitori di contenuti di essere anche operatori di rete. Grande specchietto per le allodole quello di far illudere i soggetti piccoli di veder moltiplicare la capacità trasmissiva delle “loro” frequenze moltiplicando per 4, 5, 8 volte i canali a loro disposizione. Molti si illusero che sarebbero diventati “gestori” di frequenze (oltre che fornitori di contenuti). Così tutti insieme, invece di osteggiare una legge che avrebbe messo loro e l’intero sistema TV italiano su di un binario tecnologico morto, si ritrovarono al ballo gaspar-mediasettiano dell’illusoria abbondanza, momentanea, per tutti.

Perché? In primo luogo per i problemi di scelta tecnologica. Quando negli anni ’90 si immaginava il passaggio al digitale terrestre eravamo ben lontani dall’evoluzione che la tecnologia avrebbe preso. Molti soggetti che ragionavano già di convergenza tecnologia (ma quanti avevano capito realmente di cosa si trattava?) avevano avanzato dubbi, ma i tempi non erano maturi allora. Ma dal 2000 in poi le cose erano molto chiare. Inutile puntare sulla diffusione circolare (cioè quella televisiva o radiofonica che è un canale unidirezionale e non interattivo, tipicamente analogico) in un momento in cui la pervasività del modello TCP/IP (quello di internet) stava inghiottendo tutte le forme di comunicazione (fisse e mobili) perché consente una capacità di sfruttamento delle bande di frequenza molto maggiore e in più è interattivo. Ma certo il nuovo modello è per sua natura “aperto” perché interattivo. Rimette in gioco la capacità del cittadino di scegliersi la propria comunicazione in un campo potenzialmente infinito. Il punto è che anche gli strateghi del gruppo Mediaset avevano sbagliato tutto, facendo spendere alla loro azienda un fiume di denaro per acquisire frequenze che avrebbero rappresentato un valore aggiunto per il gruppo solo alla condizione di bloccare l’innovazione tecnologica (che nel frattempo andava inesorabilmente avanti…) facendo acquistare televisori e decoder che non sono pronti alla novità del protocollo TCP/IP. Un cuccagna per i produttori di apparecchi TV, che ammortizzavano le ricerche vecchie di anni in maniera inaspettata, e costringeranno gli italiani a cambiare nuovamente, in poco tempo, il parco dei loro televisori o restare ancorati alle trasmissioni circolari del vecchio digitale. Da questo punto di vista la lotta di questo Governo contro la diffusione della banda larga è assolutamente coerente e necessaria.

Ma torniamo alla nostre TV locali. Il loro passaggio al digitale, ben presto, si tramutava dall’Eldorado al Deserto di Yuma. E senza l’acqua necessaria all’attraversata. Due fattori convergenti erano là che attendevano al varco l’allegra (e forse spensierata?) brigata delle TV locali. Le due forche caudine rappresentate dalla numerazione dei canali digitali e dall’obbligo di riempimento dei canali con dei programmi (pena la obbligatoria restituzione delle frequenze allo Stato) stanno mettendo sul lastrico l’intero settore. Ma erano condizioni assolutamente “scontate” non solo prevedibili. Nessuno poteva illudersi che la Storia sarebbe andata a finire diversamente. Molti dei soggetti che erano sopravvissuti al duopolio per il loro posizionamento sul telecomando sui numeri che rappresentavano la vera ricchezza in termini di ascolto (l’8, il 9 e il 10-0) sono evaporati nella nuova impostazione dei canali fornita dall’Autorità dopo mesi di nuovo far-west e di lotte che stanno ancora facendo penare molti utenti che si sono visti svanire la pre-programmazione sui loro telecomandi, che vedono mutare, di giorno in giorno, la collocazione dei canali sul loro territorio, che sono sommersi da decine di nuove offerte di canali (quasi tutti dello stesso padrone).

La povera emittente locale affoga lentamente, prova ad alzare la voce, prova a dire no noi non spegniamo i canali analogici, cerca di resistere ma sembra non avere più il radicamento necessario a restare in campo. Siamo alla fine di una esperienza? Il Governo del federalismo fiscale avrà seppellito l’unico che esisteva da anni, quello informativo? Può darsi. Anzi, pare inevitabile se non si tira fuori dal cilindro una idea nuova, una mossa del cavallo. Certo bisogna cambiare strategia. Smettere di sperare che un semplice accomodamento possa produrre una novità in grado di invertire la tendenza.

E qui vorrei avanzare la mia proposta.
Le radio libere e le TV private svolsero un ruolo che nessuna industria di media avrebbe potuto svolgere. Aprirono le porte alla possibilità che la società parlasse direttamente, senza le vecchie mediazioni e inventandone di nuove. Nuovi linguaggi, nuovi personaggi attraversarono la società italiana e costruirono un nesso, una trama qualitativamente diversa. Oggi sappiamo che le TV non rappresentano più tale portata di novità, di innovazione. In larga misura sono divenute tasselli di un’industria planetaria che omologa linguaggi perché necessità di una omologazione di consumi. Produce target, consumatori invece che cittadini. Su quel versante per le TV locali non c’è più spazio. Non ci sono risorse, non ci sono speranze. Quelli che si illudono vedranno sfiorire le loro illusioni, anzi lo stanno già vedendo.
Allora bisogna smarcarsi, fare un dribbling.

La vera novità sarebbe reinterpretare la loro storia e tornare a svolgere il loro ruolo originario, appoggiandosi alla portentosa presa di parola che le tecniche digitali hanno già prodotto nella società. Una presa di parola che sta mettendo in crisi la stessa industria televisiva planetaria, sia in termini di sottrazione di fruitori, sia in quelli di rimodulazione delle risorse strutturali come l’advertising e i canali di produzione/fruizione, per non parlare della grande rivoluzione delle forme del diritto d’autore. Una rottura per produrre una riconnessione. O meglio una riconnessione per produrre una rottura. Allora le emittenti locali potrebbero tornare a far parlare di loro, essere soggetti che “mediano” perché offrono una selezione ragionata oltre che un luogo di incontro tecnologico. Riaprono le porte ad una riconnessione con la realtà che hanno intorno a loro, svolgono una funzione e tornano ad essere soggetti vitali dei e nei loro territori.

Per far ciò devono scegliere di intraprendere una nuova/vecchia strada, diventare i più feroci critici degli assetti usciti con la legge Gasparri, pretendere la rottura dei monopoli esistenti, chiedere a gran voce una riforma di sistema che li veda al centro e restituisca valore al ruolo dell’informazione che si produce da e nel territorio. Sono convinto che le stanze e gli studi televisivi si riempirebbero di nuovo, nel senso di novità e in quello dove il tempo delle televendite lascerebbe spazio a quello della televisione di domani.

Sergio Bellucci, Comitato Scientifico SEL

(Tratto da Aprile online)

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