Il coraggio di testimoniare

CRONACA

processo aemilia

Il testimone: «Minacciato dai calabresi» 

di Alberto Setti 

L’ex operaio di Bianchini conferma i sospetti: «Ho paura per i miei figli». Il tribunale lo “tutela”, gli imputati abbandonano

REGGIO EMILIA. «Fatti i fatti tuoi…». « Guarda bene a quello che dici…».
Frasi pronunciate da sconosciuti calabresi, presunti esponenti del clan sotto processo ad Aemilia.
Parole riferite ieri in aula da Antonio, l’ex operaio campano della Bianchini, messo a lavorare nei cantieri della ditta di San Felice dal clan che faceva riferimento a Michele Bolognino di Montecchio. Antonio era stato riaccompagnato al processo dai carabinieri, dopo che nell’udienza di giovedì si era rifiutato di proseguire la sua testimonianza. È lui l’unico ex dipendente dei Bianchini ad avere trovato il coraggio di costituirsi parte civile.

Accadeva un anno e mezzo fa. Ma nel frattempo sono arrivati quei… consigli. Così prima aveva fatto sapere di non essere più interessato. Poi, prelevato sul nuovo posto di lavoro dai carabinieri, aveva inizialmente confermato la testimonianza, quindi, pressato dalle domande – legittime – dei difensori di Bianchini, si era rifiutato di proseguire l’esame: «Mi sono scocciato, non parlo più, denunciatemi pure…».

«È evidente che il testimone ha paura», aveva detto giovedì il procuratore della Dda di Bologna, Beatrice Ronchi, scatenando l’ira degli imputati nelle gabbie e degli avvocati della difesa, che hanno cercato di dimostrare come si trattasse invece di una testimonianza “falsa” costruita dagli investigatori.
Prima ancora di sapere cosa avrebbe detto, ieri il presidente Caruso ha disposto che a “separare” il testimone dalle gabbie fosse aperto il telo in uso per i collaboratori di giustizia. E così dalle gabbie degli imputati è intervenuto Gateano Blasco: «Signor presidente, che è questa cosa? Non siamo delinquenti come pensate, non siamo bestie. Noi non abbiamo mai minacciato nessuno in questo processo», ha in sostanza detto.
Blasco ha cercato poi di riprendere la parola, finchè, dopo averlo ammonito, il presidente Caruso lo ha fatto allontanare.

E così Antonio, riaccompagnato nell’aula bunker dai carabinieri che lo hanno prelevato a casa, nel mantovano, ha confermato la tesi delle – velate – minacce:«Non me la sento di parlare. Quando sono stato messo sui giornali perché mi costituivo parte civile sono venuti dei calabresi da Reggiolo, non li conoscevo, ho capito che erano calabresi da come parlavano. E mi hanno detto quelle parole. Quando sono venuto qui l’altra volta ci ho provato, ma poi mi è tornata la paura. Non sono tranquillo: quelli la prima volta ti avvisano, la seconda non ti avvisano più…».

L’avvocato che rappresenta molti imputati, Carmen Pisanello, ha cercato di far circostanziare al testimone i particolari di quelle minacce, giudicate vaghe e inadeguate: «No, non parlo», ha replicato Antonio, dopo avere riconfermato che si trattava di sconosciuti. E così la corte si è ritirata, per decidere: dopo avere ripassato norme e giurisprudenza, il presidente Caruso e i colleghi hanno preso la loro decisione: al rientro, il presidente ha fatto mettere a verbale la “difformità evidente” delle testimonianze di Antonio rese ai carabinieri e al processo e le «significative circostanze» che non necessariamente devono essere particolarmente dettagliate ma che avvaloravano la «manifesta condizione di paura». Così la corte ha deciso di considerare buone per il processo le dichiarazioni rese da Antonio davanti ai carabinieri il 12 marzo 2016. Allora aveva parlato di minacce di Bolognino, di buste paga decurtate dal clan, di soppressione di diritti, quali i buoni pasto e la cassa edile.
Una decisione che ha scatenato la rabbia nelle gabbie: «Tutti i giorni è così, presidente, non possiamo difenderci. Abbiamo capito in quale binario lei vuole mettere il processo, quindi abbiamo deciso di andarcene, per protesta».
E poco dopo, in blocco, tutti gli imputati non liberi hanno chiesto di essere riaccompagnati in carcere. Lasciando il vuoto nelle gabbie, che non ha potuto cancellare l’ombra di un nuovo marchio di mafia – quello delle minacce – nell’Emilia degli… anticorpi.

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