Il clan Di Silvio compra voti e punta sul cavallo vincente

Il clan Di Silvio compra voti e punta sul cavallo vincente”

 domenica 28/04/2019

NEL REGNO DELLA MAFIA SINTI – TRA VILLETTE E OCCUPAZIONI DI CASE POPOLARI, ECCO I TRAFFICI DEI BOSS CHE HANNO SOSTENUTO “NOI CON SALVINI” A LATINA

di Giampiero Calapà Latina

La retata – Gianluca Di Silvio nel giugno ’18

Qui a Latina il clan Di Silvio si occupa di tutto: attività legali e illegali, anche di politica. Nel 2016 hanno scelto le liste Noi con Salvini, perché scelgono sempre i loro cavalli, qualche volta vincono, altre perdono, certo la Lega col senno di poi pare essere un azzeccato investimento per il futuro”. Quasi nessuno ha voglia di parlare dei Di Silvio in un bar vicino al quartiere Campo Boario, agglomerato di casette basse a due piani, a tre minuti dal centro di Latina, abitate per lo più dalla “famiglia” di etnia sinti. Chi lo fa implora l’anonimato più rigoroso. L’omertà qui è regola, chi la rompe ha paura.

Nelle carte delle varie inchieste della magistratura, da Don’t touch ad Alba pontina, si legge non solo di attacchinaggi, ma anche di voto di scambio: “Nelle elezioni, oltre a mettere i manifesti (uno dei boss, ndr) comprava i voti. Io ad esempio ho ricevuto 50 euro in cambio del voto e così moltissime persone dimoranti in viale Nervi”: ultima dichiarazione a verbale di un pentito, Riccardo Toselli, anzi ex pentito perché dopo due deposizioni nel 2016 ha interrotto la collaborazione “temendo per la mia vita e per quella della mia compagna”. “La provincia di Latina, ponte tra i traffici della camorra tra Roma e Napoli, è terra di nessuno, un porto franco lasciato nelle mani dei Di Silvio da quarant’anni e noi venivamo presi per matti quando denunciavamo”, si sfoga Elvio Di Cesare, corpo e anima dell’associazione antimafia Antonino Caponnetto. E le rivelazioni dei pentiti, come Agostino Riccardo, ex affiliato al feroce clan, che ha raccontato alla Dda di Roma l’attacchinaggio elettorale per Salvini nel 2016, portano alla ribalta nazionale queste strade dove il “forestiero” viene notato subito. Dai ragazzi sul marciapiede attorno a un motorino scassato che lanciano fischi di avvertimento, da volti dietro persiane che immediatamente si chiudono.

Da via Milazzo, imboccata via Epitaffio, superato il rio Martino, c’è via del Pantanaccio. Ecco una serie di villette ordinate. Il vertice del clan Di Silvio, famiglia sinti originaria dell’Abruzzo imparentata con i più noti Casamonica e Spada di Roma, è racchiuso in questo quadrante. Molti altri occupano nei palazzoni Ater di viale Nervi, vicino alla Pontina. Il mese scorso c’è stato qualche sgombero tra urla e resistenze. Un esercito di duecento uomini e donne fino al giugno 2018 comandato da Armando detto Lallà. Poi è scattata l’operazione Alba pontina della Dda di Roma, un mese fa è cominciato il processo, e Lallà è accusato di associazione mafiosa. Il clan di Latina era organizzato come una vera e propria Cupola, al vertice del quale c’era appunto Lallà. Il numero due, Riccardo Agostino, detto Balò, l’unico non sinti, ha scalato le posizioni negli anni. Poi i tre figli Ferdinando detto Pupetto, Gianluca e Samuele.

E le donne, Sabina De Rosa, moglie di Lallà. E le cosiddette operaie della droga. Addette a preparazione, confezionamento e anche spaccio degli stupefacenti. Trovare in questa zona di Latina, ma anche in centro, negozi non riconducibili ai Di Silvio, negli ultimi anni, poteva essere come cercare l’ago in un pagliaio. Molte attività economiche della città, anche per riciclare i proventi dei crimini, sono roba loro. Fiumi di droga, quindi, e prostituzione: il traffico di corpi sulla Pontina è frutto di accordi con i clan della camorra presenti nel Lazio. Donne sfruttate con ferocia, da altre donne magari, perché il clan Di Silvio è quasi matriarcale. Anzi, rinchiuso Lallà oggi, con tutta probabilità lo scettro del comando è stretto proprio da una donna. Pochi giorni fa le testate locali qui hanno pubblicato una lettera di Angelina Di Silvio, la moglie dello storico capostipite Ferdinando, ucciso da una bomba al Lido di Latina nel 2003. Madre di Costantino, detto Patatone, che sta scontando una pena di oltre 50 anni a Rebibbia per l’omicidio nel 2010 di Fabio Buonamano detto Bistecca. E figlia di Vincenzina Spada, ammazzata nel 1999 in casa sua a Cassino. “Sono ancora in attesa di conoscere la verità su queste morti”, scrive Angelina chiedendo giustizia allo Stato.

2019 Editoriale il Fatto

 

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