Il Cavaliere dimezzato e la fine della democrazia

La crisi economica, con i suoi effetti politici, sta progressivamente restringendo il margine di azione di Berlusconi. Si accavallano voci sulla possibile successione e l’opportunità di andare ad elezioni anticipate. Ma finché non prende piede la consapevolezza che il premier è l’espressione di una tendenza che va ben di al là della sua persona, i rischi di una nuova delusione sono alti

Nella trilogia “I nostri antenati” di Italo Calvino era il visconte ad essere dimezzato, il cavaliere era inesistente. Il cavaliere Berlusconi appare oggi, sebbene tutt’altro che inesistente, alquanto dimezzato a causa della sua maggioranza sempre più litigiosa, come prova l’ultima zuffa tra Tremonti e Brunetta. A proposito delle elezioni anticipate, la cui possibilità il cavaliere ed i suoi scudieri avevano gettato nello stagno della politica nei giorni scorsi per poi nascondere la mano, il giornale della Confindustria ha affermato che sono “incomprensibili quando manca il casus belli”. Infatti, ricorda il Sole24ore, la maggioranza governativa è schiacciante alla Camera e al Senato, né sarebbe in crisi sul programma. Quello di maggioranza, però, non è un concetto matematico, bensì politico e la politica è l’espressione concentrata dell’economia, dei suoi interessi e dell’andamento contraddittorio che spesso assume.

Il nodo su cui il governo sta inciampando ripetutamente non si limita al conflitto di interessi né alla lotta per la successione al monarca del Pdl, ma è costituito dalla crisi, che si intreccia con i precedenti fattori rendendo spesso poco chiara la situazione a chi la osserva con i ristretti occhiali della personalizzazione politica, che in Italia da anni ormai va per la maggiore. La crisi è molto più grave di quanto Berlusconi e molti nel governo e fuori riconoscano. La produzione industriale è ai livello del 1987 (sì avete letto bene 1987!), e non si prevede che ritornerà ai livelli del 2007 prima della metà del decennio prossimo. Nonostante tutti i bei discorsi sulla necessità che le banche diano i soldi alle piccole e medie imprese il rapporto mensile dell’Abi dice che per la prima volta dopo anni di crescita ininterrotta il credito alle PMI è arretrato, nello stresso tempo le sofferenze bancarie sono balzate del 25,4% a 25 miliardi. Secondo una indagine di Lince-Cerved il rischio insolvenza coinvolge il 67,3% delle PMI, e a fine anno ci sarà il momento della verità, con migliaia di imprenditori che dovranno decidere, stretti dai debiti, se rimanere aperte. Il 32%, una PMI su tre è quindi a rischio chiusura, i settori più esposti sono quasi tutti, soprattutto al Sud e nelle isole.

Intanto la Fiat, dopo aver ricevuto laute sovvenzioni attraverso gli ecoincentivi annuncia lo spostamento della produzione di Termini Imerese in Polonia. Il fatto è che l’Italia rischia di “uscire” dalla crisi con il sistema industriale drasticamente ridimensionato, visto che questo si basa in gran parte sulle PMI, con un tasso di disoccupazione impressionante (700mila i posti persi fino ad ora), con le poche grandi imprese spostate all’estero e i grandi capitali concentrati nelle rendite (vedi la vicenda della privatizzazione dell’acqua). Questa situazione si è riflessa sugli equilibri nella maggioranza già alle ultime elezioni europee e locali, con lo spostamento di voti dal Pdl alla Lega, che, uscitane rafforzata, fa premio anche sull’asse privilegiato con il titolare dell’Economia, Tremonti. Inoltre, c’è da considerare l’irritazione crescente di Confindustria a causa dell’eccessiva lentezza nell’attuazione delle “riforme” (ulteriori privatizzazioni, abolizione della cassa integrazione, sussidi a fondo perduto, sgravi fiscali, ecc.) da parte di Berlusconi, assorbito dalle sue questioni giudiziarie. Gli scontri interni alla maggioranza tra i vari ministri, in particolare quello tra Tremonti e Brunetta, e dovuti anche all’approfondirsi del divario economico Nord-Meridione, sono il riflesso di questa situazione, come si è visto anche in occasione della travagliata discussione sulla legge finanziaria. Sempre su tali contraddizioni si innestano le tensioni verso un nuovo grande centro e soprattutto verso un rinnovamento a destra con un cambio di leadership, come vorrebbe il Presidente della Camera, Fini.

Per il momento nuove elezioni non sono volute né dalla Lega, per cui è prioritario l’avvio del federalismo fiscale, che è il centro della sua politica da venticinque anni, né, come abbiamo visto, dalla Confindustria. E neanche Berlusconi le vuole, perché negli ultimi mesi il settore sociale su cui si è fondato, quei piccoli e medi borghesi cui ha sempre fatto credere di essere “uno di loro”, gli sta sfuggendo di mano e non è detto che un appello plebiscitario alle urne lo rafforzi, anzi è probabile l’esatto contrario. In questo quadro che senso ha il “no Berlusconi day”? Per rispondere bisognerebbe rispondere una buona volta alla domanda su chi sia Berlusconi. Il cavaliere è un uomo pericoloso, il suo orientamento è al bonapartismo, ovvero verso la legittimazione del suo potere personale mediante l’appello diretto alle masse. Ma è possibile l’affermazione del bonapartismo in Italia oggi, con i presenti rapporti di forza tra il cavaliere e la Lega, e con l’erosione della base di massa del blocco sociale berlusconiano?

Soprattutto dovrebbe essere evidente che Berlusconi è l’espressione, certo estremizzata e spregiudicata, di una tendenza che va ben al di là della persona Berlusconi. La questione vera è la distruzione della forma di democrazia borghese classica. Secondo questo orientamento il potere del Parlamento va ridotto e rafforzato quello dell’Esecutivo, mentre i sistemi elettorali devono seguire un orientamento maggioritario. L’obiettivo è garantire non la rappresentatività di tutti i cittadini, bensì la governabilità, che è poi l’assoluta centralità politica e sociale dell’impresa e del capitale. Il governo Berlusconi si è spinto molto avanti in questo senso: solo il 12% delle leggi approvate nel corso di questa legislatura sono di iniziativa parlamentare, mentre l’87% è di iniziativa del governo. Però, la proposta del Pdl di rafforzamento dei poteri del Premier recepisce i contenuti della bozza Volante, mentre la proposta di costituire una corsia preferenziale alle leggi governative è bipartisan. Berlusconi è pericoloso. Il punto è che lo è perché fa leva su di un mainstream politico-ideologico che è diventato “senso comune” a prescindere da Berlusconi. È il fatto che si critichi il personaggio, senza criticare l’essenza della sua filosofia, che lo rende, nonostante tutte le sue contraddizioni, difficilmente contrastabile. C’è, quindi, da temere che anche questa volta, come accade dalla “scesa in campo” del cavaliere, si veda l’albero ma non la foresta.
Domenico Moro

(Tratto da AprileOnline)

Archivi