Il “caso Torino”: le mani dei boss su supermercati, trasporti e strade 

La Stampa, Lunedì 8 Luglio 2019

Il “caso Torino”: le mani dei boss su supermercati, trasporti e strade

GIUSEPPE LEGATO

C’è un uomo totalmente incensurato: mai una macchia nel casellario giudiziale. Il suo nome è comparso, senza risvolti penali, in un’informativa della Dia di Torino consegnata anni fa alla Dda. Nessuno lo ha mai indagato o condannato, ma bisogna partire dall’interdittiva che ha colpito la sua azienda a marzo 2017, per raccontare a ritroso la radice della classifica che vede Torino in testa, a livello nazionale, negli stop imposti dalla Prefettura per rischio di infiltrazioni mafiose. L’impennata del dato si radica nelle quindici operazioni contro la ’ndrangheta portate a termine in Piemonte negli ultimi 8 anni. Più boss vengono condannati più è facile accendere il semaforo rosso sugli asset societari di alcune aziende. Con le (circa) 200 condanne fin qui maturate, si è aperta una prateria per gli investigatori. Mario Stumpo, 51 anni, nato a Caulonia (Rc), titolare della Smr Costruzioni, ha lavorato fino due anni fa alla ri-costruzione del Filadelfia, il glorioso tempio del Torino. La Dia si accorse che in quel cantiere, finanziato anche con soldi della Regione e del Comune (estranee all’accaduto cosi come il Torino Calcio), la Smr Costruzioni aveva rilevato un corposo sub-appalto per il calcestruzzo delle gradinate. I lavori erano ormai alla fine quando la Prefettura emise l’interdittiva perché al “Fila”, tra le maestranze e i manovali, i poliziotti trovarono anche un certo Ilario D’Agostino. Non un nome qualsiasi. Condannato a 8 anni e 6 mesi per riciclaggio di capitali della ‘ndrangheta e intestazione fittizia di beni (pende processo d’Appello), D’Agostino- si dice nell’ambiente delle betoniere – ha costruito mezza Torino negli ultimi vent’anni.

Una raffica di sub appalti

Non è esattamente cosi, ma nemmeno è tanto lontana la verità . Per due decenni i grandi costruttori piemontesi gli hanno affidato sub appalti su sub appalti. Ottenendo in cambio lavori consegnati in tempo e di buona manifattura, pochissime vertenze sindacali e (quasi) nulli danni ai cantieri. Nessuno si è fatto troppe domande e, un eventuale deficit conoscitivo sul fenomeno mafioso, non prevede complicazioni penali. E cosi, con la Italia Costruzioni, D’Agostino ha realizzato, ad esempio l’ “Ex Moi”, villaggio olimpico del 2006, un pezzo del Palavela, l’attuale sede dell’Amiat, lotti della biblioteca Archimede di Settimo Torinese, opere a corredo del Tav Torino-Milano. Eppure all’epoca il suo nome era noto ad alcuni: nel 1999 era stato arrestato per traffico di droga, operazione Jonio. Al processo i testi hanno riferito di non averlo mai saputo. E però quando nel 2009 la Dia mise le mani sull’Italia Costruzioni, nacque il problema della gestione dei tanti appalti che ancora gravitavano nella pancia della società. C’era il rischio di perdere tutto. Nacque cosi, dall’oggi al domani, la Italia(na) Costruzioni tra i cui asset societari figurava – solo per pochi giorni – appunto il signor Stumpo. Otto anni dopo quel ruolo gli è costato caro. Perché l’interdittiva ancora in vigore non gli consente più di lavorare in alcun appalto pubblico. Nel privato però le ditte interdette dall’antimafia continuano a fare affari: la legge lo consente. Ci sono altri casi. Si tratta ad esempio, per parlare dei provvedimenti degli ultimi sei mesi, di una notissima società di ponteggi per l’edilizia su cui la Dia, guidata dal capocentro Alberto Somma, ha rilevato una possibile contaminazione con il boss Vincenzo Rositano «referente del locale di Rosarno a Torino». O di una azienda edile della famiglia Leuzzi, parenti di Giuseppe Leuzzi – deceduto – condannato a 20 anni di carcere per una mattanza di ‘ndrangheta avvenuta a Volpiano, 20 km da Torino, nel 1997. Le storie si incrociano perché proprio alcuni giorni fa il collaboratore di giustizia Domenico Agresta, sentito in aula nel processo d’Appello bis per quella faida (triplice omicidio) che Leuzzi ha pagato cara con il carcere, ha raccontato di come un imprenditore edile avrebbe aiutato i killer a spostare i corpi dei morti dal luogo del delitto fino a un bosco nella periferia Nord della città. L’uomo indicato – non indagato – è proprio Ilario D’Agostino che nella condanna di riciclaggio è accusato di aver impiegato, nei cantieri, i soldi della cosca Spagnolo-Marando, i re della cocaina.

 

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